Di Mario De Santis

La scuola italiana oggi risulta ferma ad un bivio, una strada porta all’aziendalizzazione ed una porta ad un nuovo ideale di scuola, che sia realmente inclusivo. Chi vive la scuola sa bene quale fra queste vie si sta imboccando, soprattutto dalla legge 107 del 2015, la Buona scuola.

Il modello verso cui si protende è quello americano, professionalizzante, che sia efficiente e competitivo, John Dewey già nel secolo scorso aveva criticato questo modello definito da lui “scuola bottega”;. È un modello che taglia fuori molto, che non consente più alla scuola la capacità di essere ascensore sociale, va avanti chi ce la fa e spesso è proprio chi proviene da un contesto abbiente a farcela con maggior facilità.

Freire nella “Pedagogia degli oppressi”; del 1970 diventa oggi fondamentale nel sottolineare quale dovrebbe essere il “telos”; della scuola ed è più che mai attuale. La scuola deve emancipare i suoi studenti dalla dinamica oppressi/oppressori, deve insistere sulla categoria del dialogo e sull’importanza delle parole.

Diceva Gramsci che l’operaio è tale perché conosce circa trecento parole, il padrone invece è tale perché ne conosce mille. La dimensione linguistica oggi è ridotta molto spesso a mero nozionismo, non se ne comprende la valenza sociale, la grammatica sembra morta e non viene colta nella sua dimensione sociale, la sociolinguistica è completamente assente dalla scuola italiana.

La scuola azienda ha tagliato fuori molto, a danno soprattutto delle discipline umanistiche e astratte, a danno anche della matematica, che è prima di tutto un fine in sé e non un mezzo per passare i test all’università o per costruire palazzi. La letteratura diventa vetusta, semplicemente perché la scuola non vuole darsi più il compito di educare alle emozioni, di sviluppare un pensiero critico, semplicemente perché non serve.

La logica utilitaristica oggi la fa da padrona e l’alternanza scuola lavoro, resa obbligatoria dalla Buona scuola, diventa un mezzo per educare alla professionalità, ma la scuola non
deve solo fare questo. Non è compito della scuola formare lavoratori, lo è piuttosto formare cittadini, che siano in grado di informarsi, di crearsi un proprio pensiero e di scoprire il piacere di un atto, come può essere lo studio della letteratura o della matematica o delle lingue classiche, che semplicemente è anche fine a se stesso.

La scuola deve restare lo specchio della società e non dell’azienda, è importante ripensarla
mettendo al centro l’uomo, con la sua dimensione cognitiva, emotiva e relazionale complessa, non solo con la sua legittima volontà di trovare un posto nella società. La scuola di oggi è improntata a logiche aziendali, protesa verso il mercato e non verso la società, ma conserva ancora vecchi classismi, mai estinti dalla riforma Gentile del 1923.

La divisione fra scuole di serie A e di serie B è ormai un fatto ed è radicata culturalmente in Italia, l’alternanza scuola lavoro estesa ai licei, che ad oggi diventano anche pratici, certo
non basta a cancellarla. Piuttosto che introdurre l’alternanza scuola lavoro nei licei sarebbe necessario introdurre la filosofia negli istituti tecnici e professionali, per consentire di pensare criticamente se stessi e la realtà, non solo chi frequenta il liceo ha bisogno di conoscere nuove parole, nuove teorie e soprattutto un metodo rigoroso di pensare il reale.

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