Di Giuseppe Masala

Durante la Prima Repubblica la Politica estera italiana si è contraddistinta per essere sì ancorata al blocco occidentale e capitalista in contrapposizione a quello orientale e comunista. Ma a guardar bene, anche nei momenti di scontro più furiosi l’Italia – soprattutto a livello commerciale – è sempre riuscita a ritagliarsi spazi di autonomia molto importanti. Mi viene da pensare, giusto per fare qualche esempio all’accordo tra Eni ed Urss per l’acquisto di gas sovietico da parte del colosso energetico italiano. Un accordo per l’epoca rivoluzionario e anche “scandaloso”: una grande major energetica di un paese capitalista che fa affari d’oro con i comunisti trinariciuti sovietici. Oppure, tanto per fare un altro esempio, la Fiat sempre negli anni 60 costruì un enorme stabilimento automobilistico in Urss nella città di Togliattigrad per produrre 124, ribattezzate in Urss Zigulì. Anche quello un accordo scandaloso: capitalisti occidentali [e segnatamente italiani] che fanno affari con gli stalinisti.
Ecco, l’Italia anche nei momenti peggiori, e quelli erano momenti difficilissimi di scontro non solo politico-diplomatico e militare ma anche ideologico si è sempre ritagliata spazi di autonomia. Lo dice la storia, inoppugnabilmente.

Con l’avvento della Seconda Repubblica, tutto si è appiattito: la politica estera italiana si è completamente appiattita su orizzonti solo europei. Tutto doveva passare dall’Europa, tutto doveva passare da Bruxelles, tutto deve essere fatto nel nome di un sogno europeo e attraverso la lente della visione europea. I fatti però ci dimostrano anche qui c’è qualcosa che non va. Mentre l’Italia guardava all’Europa, l’Europa, la mitica Europa a partire dalla Germania guardava a Pechino. Ovviamente ognuno pro domo sua. Basta un dato per dimostrare questo, nel 2018 l’interscambio commerciale tra Cina e Germania è stato di 187 miliardi di euro. Una cifra colossale. Mentre noi, in attesa che da Bruxelles ci arrivasse l’autorizzazione a commerciare con i Boboti cinesi ci siamo limitati a scambi inferiori a 20 miliardi di euro annui. Briciole rispetto ai tedeschi.

Appena si è diffusa la voce dell’arrivo di Xi in Italia per la firma di un Memorandum of Understanding che darebbe il via ai commerci tra Italia e Cina ecco, puntuali, arrivano gli allarmi dall’Europa. La Cina è un paese comunista, la Cina è un paese autoritario, la Cina è un paese imperialista, la Cina non rispetta i diritti umani e in conseguenza di tutto questo l’Italia deve aspettare prima di fare affari che Bruxelles si muova e che ci siano trattative multilaterali e comunitarie. Insomma, dobbiamo aspettare che i lillupuziani di Bruxelles quali Junker o Guy Verhofstadt mettano sugli attenti Xi. Anche questa è una logica che apparentemente va accettata se non condivisa. C’è però un qualcosa che stride: se la Cina è tutto questo male perché Bruxelles si sveglia ora a lanciare i suoi strali contro Roma mentre è stata zitta per anni mentre Berlino faceva affari colossali?

Una domanda che fa venire cattivi pensieri, anche alla luce del waterbording fiscali del trattato di Maastricht e della repressione monetaria e bancaria della BCE subiti dall’Italia in questi venti anni. Sembra che anche in politica estera eravamo incaprettati o ipnotizzati. Completamente paralizzati e castrati dalla visione europoide. Peccato che mentre noi attendevamo il miracolo e la manna da Bruxelles arrivavano solo schiaffi mentre furbescamente i nostri fratelli europoidi tra loro sgomitavano per fare affari nel resto del mondo. Riprendiamoci la nostra autonomia. Abbiamo già perso troppo tempo.

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