La poesia di madama Englentyne sulla strada per Canterbury

La badessa del convento in cui ci siamo infiltrati si chiama madama Englentyne ed é Chaucer che ci parla di lei.  Come vivevano le monache nel basso medioevo?

Quando si riflette sulla cristianità nel medioevo latino ( e non quello islamico o ebraico) non si può non tenere a mente che quella era un’Europa credente, devota e timorata di Dio. Credeva il pontefice ripudiato per concubinaggio e lussuria, credeva il re che affrontava il pontefice, credevano i bottegai e i contadini che cercavano di guadagnarsi il paradiso e rifuggire l’inferno, paradiso che sembrava sempre meno lontano vista la scoperta del purgatorio.
Ma come si viveva in un convento femminile nell’Inghilterra del 1300?

La badessa del convento in cui ci siamo infiltrati si chiama madama Englentyne ed é Chaucer che ci parla di lei.
All’epoca i conventi avevano perso molto della purezza delle origini: si entrava in convento pagando una dote, si entrava perché a un mercante non conviene avere una figlia senza marito, si entrava perché ripudiate dal marito, si entrava per vocazione.
Già da piccole veniva loro insegnato il canto e la preghiera, anche se molte di loro non conoscevano il latino e non capivano quello che dicevano.
Gli orari di preghiera erano molto duri: una prima orazione all’una del mattino e ritorno a letto, una seconda orazione all’alba alla quale seguivano attività monastiche, vespri. Insomma, chi entrava in convento per interesse e non per vocazione doveva trovare una soluzione.

E le monache ne trovarono tante. Si facevano continuamente degli scherzi durante i vespri o nei momenti di silenzio come il pranzo (immaginiamo i gesti che facevano, ben riportati dalle fonti, per chiedere il pesce o il pane a tavola), portavano con sé nel coro i propri animali domestici, tanto che furono necessarie sanguinose battaglie portate avanti dai vescovi per combattere quest’usanza.
Ma gli aneddoti piu divertenti sono quelli che riguardano Tittivillus, il diavolo che raccoglieva le sillabe e le parole che le monache , assonnate, si mangiavano per concludere le preghiere della notte e dell’alba il prima possibile.

Ed erano queste le falle che madama Engletyne doveva correggere alle sue monache, se non fosse che possedeva decine di cani, che vestiva elegantemente, proprio come le avevano insegnato le mogli dei mercanti che ospitava in convento quando i mariti erano fuori, se non fosse che amava più il canto che il latino.
“C’era anche una monaca , una superiora,
Dal sorriso pieno di semplicità e di verecondia;
Il suo giuramento più temerario era per la Santa Legge.
Si chiamava madama Engletyne.
[…] la bocca molto piccola, ed anche morbida e rossa;
Aveva indubbiamente una fronte molto bella.
Il suo mantello era molto elegante quando la vidi.
Attorno al braccio portava due rosari
Di piccoli coralli, alternati con verdi perline,
Da cui pendeva una spilla d’oro molto brillante,
Sul quale erano incisi, prima una A sormontata da una corona,
E poi il motto: amor vincit omnia.

Era cosi che Chaucer la vide, quella volta sulla strada per Canterbury.

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