La crisi tra Stati Uniti e Russia, col beneplacito della Nato, sta volgendo verso una fase molto pericolosa. Il teatro di guerra di questa crisi è la Siria, che sta conoscendo il periodo più buio della sua storia. Assad doveva essere rovesciato nel giro di pochi mesi, ma ha resistito. Poi è intervenuta la Russia al suo fianco, consolidandone il potere, e ribaltando tutti i progetti che Stati Uniti e alleati avevano in mente per la Siria.

La guerra dura da otto anni e ha conosciuto fasi alterne. In un primo momento, subito dopo lo scoppio della Primavera araba in Siria e dopo le infiltrazione nel Paese di gruppi terroristici islamisti finanziati e sostenuti da Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Israele, Assad era stato dato per perduto. Evidentemente i piani per lo smembramento della Siria prevedevano una guerra violenta ma breve. Le cose andarono diversamente. Dal 2013 le forze sciite della regione -Iran ed Hezbollah- intervengono in sostegno del presidente Assad, che riesce a mantenere il governo del Paese e soprattutto riesce a mantenere salva la vita.

Ma la Siria conoscerà un momento di non ritorno a partire dal 2014, quando il califfo al-Baghdadi proclama la nascita dello Stato Islamico. Sarà la formazione terroristica meglio organizzata e più feroce di tutto il conflitto. Da un momento all’altro, con l’appoggio Delle potenze che hanno mosso guerra alla Siria, l’Isis riesce a reclutare un esercito composto da decine e decine di migliaia di uomini, che impugnano armi raffinate e si spostano su auto occidentali. La Siria sembra essere di nuovo sull’orlo del collasso. Nel 2015 interviene al fianco di Bashar al-Assad l’esercito russo, che da questo momento coordinerà le azioni militari, bombardando senza tregua le postazioni dei militanti dell’Isis.

Nel giro di due anni, l’esercito russo di concerto con quello siriano, con quello iraniano e con le milizie di Hezbollah mettono fine all’esistenza territoriale dello Stato Islamico, recuperando gran parte del Paese e riponendolo sotto il legittimo governo siriano. Putin incoraggia un processo di pace tra le parti coinvolte nel conflitto con un’unica precondizione: Assad deve restare al potere. Una precondizione che le potenze che hanno aggredito la Siria, direttamente o indirettamente, non possono accettare. Nel frattempo però il presidente turco Erdogan -e bisogna tenere a mente che la Turchia è un paese membro della Nato- passa dalla parte di Putin e siede al tavolo con Russia e Iran.

Vengono stravolte le carte in tavola e cambiano le alleanze. Perché è successo? Perché ogni potenza combatte in Siria per un motivo diverso. Si potrebbe dire che ognuno porti avanti una guerra parallela in cui bisogna fare attenzione a chi si può colpire.

Proprio quando la guerra sembrava volgere al termine e per il meglio per il presidente Assad, gli Stati Uniti per voce dell’allora segretario di Stato Rex Tillerson dichiarano di voler formare un esercito curdo di frontiera tra la Siria e la Turchia e continuare a combattere contro il terrorismo. Questa manovra incauta provoca l’ira di Erdogan, che dà inizio all’operazione “Ramoscello d’ulivo” cominciata a fine gennaio e ancora in corso, con la quale l’esercito turco sta radendo al suolo le postazioni curde di stanza ad Afrin.

E ancora un rovesciamento della situazione: i curdi combattevano per la formazione di un Kurdistan indipendente, e combattevano contro l’esercito arabo siriano, cioè contro l’esercito lealista. Ma l’attacco dei turchi hanno costretto i curdi a chiedere aiuto alle truppe di Assad, che sono intervenute in sostegno dei curdi. La situazione è totalmente disordinata: in origine i curdi combattevano contro Assad per ottenere uno Stato indipendente; i turchi hanno sempre guardato con attenzione ai curdi che compongono le milizie dell’YPG e che considerano una milizia terroristica al pari del PKK; proprio quando la guerra sembrava stesse per finire gli Usa dichiarano di voler formare un nuovo esercito curdo di frontiera al confine con la Turchia; la Turchia attacca immediatamente i curdi ad Afrin, territorio siriano, nonostante Erdogan sia formalmente alleato di Assad; Assad rifiuta questo attacco contro la sovranità della Siria e manda le sue truppe a combattere al fianco dei curdi; la Turchia entra in rotta di collisione con due alleati: Assad e gli Stati Uniti.

Scoppia poi la battaglia di liberazione della Ghouta orientale. L’aviazione russo-siriana, purtroppo al costo di molte vittime anche tra i civili, riconquistano più del 50% della regione. La Ghouta è un sobborgo di Damasco e roccaforte dei ribelli dall’inizio del conflitto. Non era realisticamente possibile che Assad tollerasse la presenza di terroristi che, oltre a seminare morte e oppressione sui cittadini della Ghouta stessa, lanciassero dei razzi direttamente su Damasco. Questa battaglia, che il clero mediatico ha raccontato in maniera completamente distorta, ha scatenato l’ira del Pentagono, che in questo momento sta vivendo una profonda crisi interna.

Il segretario di Stato Rex Tillerson è stato licenziato oggi. Al suo posto il direttore della CIA Mike Pompeo, il falco. Sembra chiaro che si voglia procedere verso l’abisso. Tillerson aveva infatti dei disaccordi con Trump sulla linea da adottare in politica estera. L’ex segretario di Stato preferiva promuovere il dialogo piuttosto che utilizzare lo strumento della guerra. Evidentemente non era gradito alla potente e guerrafondaia establishment statunitense. Completamente diversa appare invece la rappresentante permanente Usa presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ieri in sede ONU ha minacciato l’intervento militare diretto su Damasco. Il Ministro degli Esteri russo Sergey L’vrov ha risposto a queste minacce dichiarando che “se si verificasse da parte americana un nuovo attacco di questo tipo le conseguenze saranno molto gravi”.

Gli Stati Uniti sono già intervenuti un volta in Siria nell’aprile del 2017. Il pretesto era stato l’utilizzo di armi chimiche da parte di Assad sulla popolazione della provincia di Idlib. Non furono mai mostrate le prove che incriminassero il presidente siriano. Lo stesso Segretario della Difesa James Mattis ha dichiarato in un’intervista che le informazione sulle armi chimiche sono state fornite “da rapporti provenienti dal campo di battaglia di persone che affermano che è stato usato” e che “non ne abbiamo la prova, stiamo cercando le prove.

Ecco che alla vigilia di queste minacce, l’esercito siriano ritrova nei territori riconquistati della Ghouta un laboratorio di armi chimiche appartenenti ai ribelli. Il motivo per cui i ribelli volessero costruire armi chimiche è chiaro: innescare un attacco chimico nella Ghouta per incolpare Assad e provocare l’intervento degli Stati Uniti che scaglierebbero il loro attacco contro le truppe siriane e impedire loro di riconquistare ciò che resta da recuperare della Ghouta.

Non saranno tollerati attacchi statunitensi a Damasco. Questo sembra essere chiaro. Lo aveva già dichiarato Vladimi Putin all’incontro con l’Assemblea Federale svoltasi a Mosca il primo marzo. Durante l’incontro Putin aveva annunciato il funzionamento di nuovi missili che viaggiano a velocità supersonica e che sfuggono al controllo di ogni sistema di difesa. Aveva infine aggiunto che “qualunque utilizzo di armi nucleari contro la Russia o un suo alleato verrà interpretato come un attacco contro la Russia ed avrà risposta immediata e con le conseguenze del caso”.

La notizia non piacque nelle stanze del Pentagono. Le reazioni statunitensi sono state diverse. In un primo momento hanno accusato la Russia di bluffare. Poi Putin ha mostrato le immagini dei missili in azione, e allora gli Usa hanno diffuso la falsa notizia di una minaccia d’aggressione russa nei confronti degli Stati Uniti. Poi l’ultima reazione, la minaccia di un intervento militare diretto in Siria.

Nel frattempo l’Ucraina si avvicina sempre di più all’ingresso nella Nato e in Inghilterra è scoppiato il caso Sergej Skripal, che Theresa May ha interpretato come un “atto di aggressione russo nei confronti dei cittadini britannici” e che quando risulterà chiaro che Putin è il responsabile verrà fatto il possibile per “boicottare i mondiali di calcio”  che si terranno in Russia quest’estate.

Intanto il 18 marzo in Russia si svolgeranno le elezioni. I sondaggi esprimono una preferenza nei confronti di Putin del 60%. E proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali si sta precipitando verso questa nuova fase della crisi tra Nato e Russia.

Ma cosa abbiamo imparato dal conflitto siriano? Due cose principali. Primo. Gli Stati Uniti non hanno una strategia per il Medio Oriente, e sta creando disastri irreversibili che le stanno facendo sfuggire di mano il controllo del conflitto, che non ha più. Secondo. La Russia ha dimostrato di avere gli strumenti militari e tecnologici per combattere una guerra su tutti i fronti e soprattutto, ha dimostrato di essere il volano delle relazioni diplomatiche della regione.

Da qui l’elemento principale di questa riflessione. La Siria è il grande campo di battaglia in cui Stati Uniti e Russia si stanno provando e sperimentando. Gli Usa si mostrano aggressivi per cercare di imporre il loro imperio sul conflitto. Putin risponde facendo capire esplicitamente che non è più possibile prendere decisione senza interpellare la Russia. Vedremo come andrà a finire.

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