Di Umberto Iacoviello

Per Rousseau la differenza sostanziale tra l’uomo e l’animale è ravvisabile nella ‹‹perfettibilità›› di quest’ultimo. Per ‹‹perfettibilità›› intendiamo approssimativamente la facoltà di perfezionarsi per tutta la vita, mentre l’animale è sempre uguale a se stesso fin dalla nascita e non cambia le sue abitudini in base alle epoche storiche come l’uomo.
Bisogna partire da un punto fisso: l’idea progressista della storia è un’idea moderna, emerge con forza nel XVIII secolo, nelle società arcaiche e tradizionali il tempo non era concepito come una linea retta verso il progresso, bensì come un cerchio che indicava un regresso (dall’età dell’Oro a quella del Ferro), la linea del tempo era ciclica e non lineare. Questa concezione meriterebbe una riflessione più approfondita, perché ancor prima del XVIII secolo, già il pensiero giudaico-cristiano aveva introdotto l’idea di un tempo escatologico.

Se oggi pensiamo al progresso, la prima cosa che viene in mente è il progresso tecnico-scientifico e non potrebbe essere altrimenti. Sebbene la scienza abbia fatto dei passi da gigante per curare malattie prime inguaribili, per velocizzare in senso generale la vita (dagli spostamenti all’accesso di dati su internet), lo sviluppo tecnico ha portato con sé un grande male, ha trasformato la tecnica da mezzo a fine stesso dell’uomo. Ogni sforzo si risolve nel progresso della tecnica.

L’economicismo, l’idea secondo cui tutto ruota intorno all’economia, fa parte di questo sviluppo tecnico. Tale deriva era già stata denunciata da Rousseau e da Leopardi ‹‹I politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d’altro che di commercio e di moneta›› (Pensieri, XLIV). Ogni valore al di fuori o contrario a questa visione è messo alla berlina, una concezione più spirituale e meno materiale che critica l’economicismo viene scartata come “medievale” e controproducente. Se perfino un’istituzione bimillenaria come la Chiesa cattolica con la “svolta bergogliana” si sta piegando ad un mera funzione moralista senza trascendenza, è un segno indicativo del tramonto dell’Occidente.

Da un punto di vista pratico la tecnica ci mette di fronte a quesiti fondamentali, George Orwell in 1984 scriveva ‹‹Ora il progresso tecnologico si realizza solo se quanto esso produce può in qualche modo essere impiegato per ridurre la libertà umana.››
E ancora Ernst Jünger nel suo fondamentale testo L’operaio ‹‹Chi si serve di mezzi propriamente tecnici soffre dunque di una perdita di libertà, di un indebolimento della sua norma di vita, e ciò riguarda le realtà piccole e grandi. L’uomo che si fa mettere in casa un allacciamento di corrente elettrica dispone forse di una maggiore comodità, ma possiede certo minore indipendenza di colui che accende la sua lampada.››
Provate a fare lo stesso ragionamento con i cellulari intelligenti. Continua ancora Jünger ‹‹La “marcia vittoriosa della tecnica” lascia un’ampia traccia di simboli distrutti.››

Il disvelamento della tecnica che oggi si mostra più invasivo che mai, necessita di un’approfondita riflessione non solo da parte dei filosofi, ma da tutti noi. Sapremo far riemergere qualcosa di più umano della tecnica o come scrive Heidegger ‹‹L’essenza della tecnica risiede nell’im-posizione. Il suo dominio fa parte del destino.››?

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