Di Pietrangelo Buttafuoco

Non è il terremoto, è Etna. E la montagna di Catania che se ne scivola verso il mare offre lo spettacolo del pennacchio – e lo sfasciarsi dei crateri, manco fossero i soufflé di un monsù dispettoso – per cercare la strada del cosmo.
E’ la bocca che si mangiò Empedocle quella scossa di magnitudo 4.8.
Il filosofo vi si gettò tra gli orridi e le fiamme per l’amor fati.
A Milo – nei pressi del rovente fumigare – vi dimora Franco Battiato e “tutto l’universo obbedisce all’amore”, infatti, canta il maestro il cui pianoforte, per non disturbare, vibra di delicata attenzione.
Come il reggicalze di “Un bellissimo Novembre”, il romanzo di Ercole Patti – che agita – a Viagrande – i brufoli, papule il cui sebo è precoce promessa carnale risolta nella penombra degli scuri e delle cassine abbassate.
E’ la fabbrica dello spavento di Efesto, Etna, la cui essenza è Iside. E lei – nerissima, appena spolverata dalla neve – al seguito di se stessa fatta magma, tutta di pietra e di fuoco se ne scivola tra Aci e Jonia per governare l’ordine superiore del soprasotto.
Eccola, è la luna che sta nel cielo della notte scorsa – oltre il pascolo di stelle – quindi è il sole del giorno di Santo Stefano in arrivo e nel bel mezzo di un oscillare di lampadari quando la civita dorme.
Lei che tutto è stata, tutto è e ogni cosa sarà – “nessun mortale ha mai sollevato il suo velo” – è il Mediterraneo che nutre l’infinito.
Un’impronta feconda nella carne eterna della Grazia. E’ la promessa sempre visibile nelle donne chiamate all’appello della bellezza in questa parte di mondo dove i volti delle dame dipinte da Antonello da Messina si specchiano ¬– giusto a trovare un completamento – sulle dita della Venere Callipigia, la statua rinvenuta a Marsala nel 2005, dita da cui promana il carisma dell’elegante concerto di amore ed estasi.
Il monte Etna – la montagna – è l’organza di lava, ginestre e sabbia nera con cui veste il suo mistero, il remoto segreto di pantea qual è, divinità plurale dagli innumerevoli attributi e dai tanti nomi.
In quella brace cova l’immane fuoco, fosse pure da una scatoletta di fiammiferi riposta nel taschino del gilet di Giove.
Tacito la ritrova, Iside, in Germania. E lei da Tohtn – il dio egizio della scrittura – assume la saggezza quando forse Ermete Trismegisto le è padre.
Domina il Fato, Iside, e sa toccare il cuore delle donne e degli uomini che la cercano nelle distese di seminativo.
È Proserpina, infatti, che dissemina papaveri e margherite tra le spighe di grano.
È Partenope il cui squisito respiro – lo spiega bene Cesare Ripa nella sua Iconologia – si fa sfogliatella.
Ed è anche la Vergine in processione, con le altre vergini di Sicilia – Rosalia e Lucia – e con Agata naturalmente, ancora più sacra che santa, nel sud del sud dei santi che invera con la cera delle candele, sparsa per via Etnea, il sentimento d’attesa verso la Regina.
Eccola, è luna, sole e tutte le altre stelle: il hijab contorna il volto, avvolge le braccia, i fianchi, ne slancia i passi e così conferma, nella rappresentazione – preesistente sia al cristianesimo, sia alla Rivelazione – l’antico culto della Grande Madre.
Non è Etna tutto quel soprasotto di sciame sismico, è Iside.

da Il Tempo del 27 dicembre 2018

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