Do Andrea Zhok

Come nota Foucault in un passaggio de “La nascita della biopolitica”, la massima del liberalismo è ‘vivere pericolosamente’. Lo è verso il basso, sul piano delle pulsioni economiche primarie, e lo è verso l’alto, sul piano dell’incentivazione ideologica nobilitante.

Sul piano dei meccanismi economici, i meccanismi di mercato sono meccanismi che si appellano espressamente al motivante primario della paura, dell’insicurezza. La sicurezza per il modello liberal-capitalistico è male, perché è latrice di ozio e inerzia, è stagnazione. Dai suoi inizi il liberalismo economico ha mosso guerra ad ogni forma di sicurezza e appagamento, visti come il viatico di gravi colpe morali, di pigrizia e neghittosità.

Si vede in controluce come gli strati sociali presso cui questa visione si impone siano sin dall’inizio strati privilegiati della popolazione, abituati a interagire con strati subordinati, asserviti. Infatti l’inerzia è la tipica gioia dello schiavo o del servo, di chi, non avendo una volontà che gli appartiene, trova il proprio principale spazio di soddisfazione nel sottrarsi al comando, alla coazione a lavorare.

Le prime crisi di disoccupazione all’alba della Rivoluzione Industriale vennero subito categorizzate infatti come epidemie di pigrizia e indolenza, la cui cura poteva essere solo una sottrazione delle tutele tradizionali (come il soccorso delle parrocchie inglesi agli affamati). Il borghese vedeva nella proverbiale pigrizia del povero, del servo – ma anche nell’otium aristocratico, attivo, ma improduttivamente dedito alle arti (e agli artifizi) – il segno di un’incomprensibile e maligna tendenza umana. Non c’è mai stato in questo ambito alcuno spazio per un esame serio dei motivanti umani: si è trattato invece di confezionare rapidamente una condanna che permettesse, di rimando, di rivestire d’una nuova aura nobile il commercium, l’indaffararsi, il ‘business’.

Una volta concepito l’umano come naturalmente pigro, a meno che non venga sottoposto al ricatto maggiore, alla morte per fame, tutto il resto del lavoro consisteva nel cercare di implementare quanto meglio possibile questa visione, che è rimasta in tutto il pensiero liberale come retropensiero fondante, una convinzione mai più rimessa in discussione.

La storia delle classi dirigenti liberali è costantemente combattuta tra due istanze. Da un lato c’è la citata istanza ‘antropologica’, che preme per creare le condizioni di ricatto più dure possibile per i non abbienti, che altrimenti, per natura, rimarrebbero inerti. (Questo è quel tipo di pensiero che fa capolino in espressioni come quelle del compianto Padoa-Schioppa, quando lamentava che le protezioni sociali del XX secolo avessero “progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”). Dall’altro lato, questa pressione deve fare i conti con i moti di ribellione, alle esplosioni di insofferenza rispetto a tale pressione, in quanto il sistema produttivo ha bisogno di stabilità, ed eccessive turbolenze incidono sui profitti. Nel bilanciamento tra massimo accrescimento possibile dell’insicurezza individuale, e minimizzazione della turbolenza sociale, si gioca lo spazio di manovra delle politiche liberali sul piano delle motivazioni ‘verso il basso’.

Ma c’è poi una seconda dimensione, per così dire ‘verso l’alto’, che concerne l’incentivazione ideologica. È chiaro che la dimensione di ricatto verso il basso può funzionare appunto soltanto per i ceti inferiori, ma è una motivazione insufficiente per chi si allontani abbastanza dalla minaccia primaria da non correre più quel rischio. Questo è il piano dove deve trovare spazio l’ambizione, la volontà spontanea di fare. Ed è qui che l’antropologia liberale si trova teoricamente in maggiore difficoltà, perché non ha per essenza alcun valore guida, alcun contenuto da realizzare, alcuna visione ideale della società o del mondo da proporre. Che fare, dunque, per mantenere motivati e attivi questi depravati degli umani?

Qui l’appello all’insicurezza, l’invocazione della paura, deve prendere forme diverse. Ci si richiama allora all’orgoglio personale, che viene sollecitato nella forma del ‘coraggio’, dell’amore del rischio. Tutta l’ideologia liberale decanta senza interruzione, e in ogni contesto, concetti come ‘sfida’, ‘scommessa’, ‘rischio’, ‘avventura’, ‘intrapresa’. E a chi avesse il cattivo gusto di chiedere a che pro cotanto scapigliato eroismo in giacca e cravatta, si ribatte con un gesto di rilancio che oblitera la domanda: ci si batte per ‘superare i limiti’, per ‘abbattere le barriere’, e soprattutto per ‘vincere’. Vincere che? Non ha importanza. Se vinci non sei un ‘perdente’,e tanto basta. Il punto non è la finalità della vittoria, ma la vittoria in quanto tale, il rapporto di priorità comparativa rispetto ad altri.

Ci si appella dunque ad una dimensione competitiva primaria, infantile, che viene però costantemente rinforzata, in quanto i ‘vincitori’, per quanto inane sia il gioco, sono comunque premiati (e dunque imparano la fruttuosità della competizione).

In questo quadro l’eroe per eccellenza è lo scommettitore, colui il quale ‘si gioca tutto’, quello che ‘ama il rischio’ (gambler). Il ‘coraggio’ è sempre stato considerato una virtù, ma nella concezione del rischio liberale avviene una mutazione genetica della tradizionale lode per il coraggio. Il coraggio nella storia (e nel mito) viene lodato come espressione dell’eroe, di colui che si batte per un fine che lo trascende, e che porta benefici alla collettività.

Nell’amante del rischio liberale di quella configurazione morale rimane solo lo scheletro emozionale, mentre il suo senso si ribalta: l’amante del rischio rischia da solo e rischia per sé solo; e il fine dell’assunzione di rischio è del tutto irrilevante, in quanto nel migliore dei casi tale fine è l’acquisizione di un vuoto mezzo (il mezzo per un fine generico, cioè il denaro). È questa temperie culturale che produce i ‘Gordon Gekko’ e i milioni di loro meschini emuli, i sudaticci eroi dei nostri tempi.

L’amante del rischio, va notato, può permettersi eticamente questa disposizione di strutturale temerarietà nella misura in cui nessuno dipende da lui. Infatti il baldo scommettitore che, scommettendo, si giocasse la vita altrui, rimane, persino per la nostra moralità claudicante, semplicemente un farabutto. Il padre di famiglia (o la madre sola) che volesse giocare al gioco del ‘coraggio liberale’, mettendo a repentaglio il pane dei figli non riesce (almeno non ancora) a risultare una figura lodevole. Ma ciò ha un’ovvia ricaduta.

Questo modello di eroismo, di amore per il rischio e la sfida, per quanto sia promosso come modello generale, valevole e motivante per tutti, è in verità un gioco riservato a selezionate minoranze: da un lato a predatori solitari che non hanno niente da perdere, e dall’altro a giocherelloni che cadranno sempre in piedi, perché qualcuno li trarrà dagli impicci.

Insomma, gli eroi del nostro nuovo mondo coraggioso hanno un profilo ideale ben definito: psicopatici o figli di papà (meglio se entrambe le cose).

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