Titolando questo articolo, non posso fare a meno di pormi sulla lunga scia di coloro che considerano il percorso di crescita e cambiamento della lingua italiana come un lento ed inesorabile declino. Tenterò tuttavia di differenziarmi da quanti, fino ad ora, hanno già affrontato l’argomento “decadenza” non tanto nelle conclusioni, quanto nelle prove e negli argomenti a loro volta portati a dimostrazione della tesi che, tristemente, accolgo come mia.

Ebbene, una piccola premessa. Tralasciando le infinite stratificazioni e sfumature di linguaggio che ciascuno di noi utilizza quotidianamente, per le quali posso discutere il contenuto “espellere le mie urine” dicendo “Vado al bagno”, “vado a pisciare”, “Vado a fare due gocce”, “Vado ad urinare” etc…, dirò (non so se a ragione od a torto) che qualsiasi individuo collocato ed inserito nella vita sociale e civile, possiede due fondamentali e cardinali registri, uno colloquiale ed un altro più strettamente formale. L’attività di controllo che il nostro cervello esercita nell’atto del parlare muta a seconda del registro utilizzato, sì che l’ “attenzione” posta nel parlare sarà maggiore in un contesto formale, mentre più superficiale nel parlare quotidiano.

Un tempo (non troppo lontano, in verità) i due registri erano “condensati” in determinate forme di espressione, tanto che sarebbe risultato assurdo riscontrare in un testo scritto parole d’uso comune o, comunque, poco curate, quanto ancora desterebbe stupore udire un nostro congiunto d’affetto, nel loco ove usasi sorbire il caffè, parlare esattamente come ho appena fatto. Ciò determinò, nel corso dei secoli, la situazione per la quale lo scritto, ritenuto per sua natura maggiormente autorevole ed “istruttivo”, fu preso a modello di espressione ed emulato dal parlare quotidiano, che prese pertanto ad evolvere di pari passo rispetto al suo collega formale. Quanto sto dicendo, a dire il vero, farebbe impallidire il buon Saussure, che dedicò un capitolo intero della sua Opera per esaltare il linguaggio orale come vero portatore di innovazione e dinamicità all’interno di un sistema lingua. Non posso, non voglio, non mi permetterei mai ad entrare in rotta di collisione con il Maestro, ma tengo a specificare e ribadire che, se lo scritto è un prodotto postumo rispetto all’orale, a sua volta l’oralità, per via della sua stessa dinamicità, segue l’esempio dello scritto che si propone come modello e matrice di produzione linguistica.

Oggigiorno, invece, cosa avviene? Con l’avvento del predominio imperioso dei social e dei mass media, a seguito della necessità di utilizzo di un regime basso di comunicazione per rivolgersi ad un pubblico sempre più funzionalmente analfabeta, per comunicare contenuti mediocri a un uditorio che non ha la minima intenzione di sforzarsi di “interpretare” quanto ascolta, anche il linguaggio dei libri, per non rischiare di divenire sempre più di nicchia o “fuori moda”, si è conformato, adeguato al nuovo contesto. Il punto, quello vero, consiste nella “svolta” di passività dell’atto comunicativo, che richiede ogni giorno maggiormente un pubblico passivo e non attivo, ricettore di segnali ed incapace di elaborarli. Quanto si assiste oggi, pertanto, è un sistema-lingua che ha perso di dinamicità e vive una fase di stallo immobile. Tipico cane che si morde la coda: la lingua non potrebbe evolvere che con una degna forma di scrittura la quale, tuttavia, insegue le bassezze dell’oralità e risulta incapace di lustrarsi di dignità letteraria. Girando in una libreria qualsiasi, sfido chiunque a non inorridire di fronte a libelli che narrano delle malefatte di adolescenti assuefatti da internet e dalla società di massa, di “youtubers” che cazzeggiano attirandosi le attenzioni di turbe di persone estasiate dall’ardire di sì valorosi scopritori del mondo e della società.

In ultima analisi, sebbene nobile sia da parte di chiunque si esprima rincorrere le capacità cognitive del proprio uditorio ed andar incontro all’interpretante fornendo i mezzi necessari alla comprensione del messaggio enunciato, non sarebbe ora di restituire allo scritto la sua antica dignità ed il suo prestigio, onde evitare l’imbarbarimento della li già orale che utilizziamo ogni giorno e, conseguentemente, del sistema-lingua in generale?
Ai posteri l’ardua sentenza o, per intenderci, chi vivrà vedrà.

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