Di Giorgio Bianchi

Esiste un detto tra i fotografi che recita più o meno così: “le foto più belle sono quelle che non sei riuscito a scattare”.
Capita infatti a volte, durante un reportage, di vedere o di intuire una situazione che si sta verificando, ma di non avere il tempo di catturarla con la fotocamera.
Ecco, quell’immagine che prima ancora che sul sensore si era impressa nella retina e quindi nella memoria, rimane lì, non si cancella, resta per così dire in circolo come una tossina che il tuo corpo non riesce ad espellere.
Ti rammarichi, ti danni, ma niente, oramai è andata per sempre.
Il limite di questo mestiere è quello di non riuscire a comporre adeguatamente tutte le storie che si vorrebbero raccontare. In caso di fallimento il senso di incompiutezza ti resta dentro, ti corrode, ti lascia la sensazione di non essere in grado di fare questo lavoro.
Del resto che senso ha avere accesso a storie incredibili se poi non si è in grado di raccontarle adeguatamente?
Talvolta si arriva al punto di sentire la necessità di esplorare altri linguaggi.
Ma anche lì a volte si finisce su un binario morto.
Come è possibile riportare una storia di cui si è venuti a conoscenza, se colui che ne è il depositario non vuole raccontarla?
Facciamo un esempio concreto.
Qualche giorno fa a Damasco mi trovavo a cena con un gruppo di persone, tra cui un professore di musica siriano.
Parlava un fantastico italiano in quanto aveva perfezionato la sua formazione musicale a Genova.
Andando avanti con la conversazione scoprii che per sette anni aveva dovuto lasciare gli studi e l’insegnamento per servire nell’Esercito Arabo Siriano, proprio quello che secondo la propaganda di regime nostrana avrebbe tentato di “massacrare il proprio popolo”.
Dopo poco intuii che mi stavo avventurando nei meandri di un’anima tormentata, un’indole sensibile e raffinata che aveva impattato all’improvviso nella negazione del suo essere al mondo.
Il suo aspetto mite e ordinario, il tono della voce basso e per certi aspetti dolce, stridevano in maniera palese con lo sguardo lucido e acceso di creatura braccata.
Era evidente che l’incalzare delle mie domande lo stesse mettendo a disagio, conducendolo in un luogo dell’anima dal quale stava cercando di rifuggire e il suo malessere si faceva sempre più evidente, domanda dopo domanda. In quell’uomo in sostanza convivevano la meraviglia dell’arte e l’orrore della guerra, in un cortocircuito assurdo che non lascia adito a tentativi di riconciliazione interiore.
Nel frattempo nella mia testa provavo ad immagine che tipo di tossine quel corpo avesse assorbito e quale riflessione ne fosse scaturita.
Ad un certo punto gli chiesi se fosse disposto a rilasciarmi un’intervista.
La sua risposta fu un no secco, d’istinto. Dopo una pausa che a me sembrò infinita aggiunse che in quello che aveva vissuto non c’era niente di bello da raccontare, erano esperienze che andavano dimenticate in fretta, se si aveva la volontà di sopravvivere; mi disse che aveva perso quasi tutti gli amici a causa della guerra e che non era possibile far capire cosa significasse quell’inferno, a persone che non lo avevano esperimentato in prima persona.
Aveva pienamente ragione. Chi la guerra l’ha vissuta veramente non la racconta, se la lascia alle spalle, un po’ come hanno fatto i nostri nonni.
Per un attimo ebbi il timore di trovarmi di fronte all’ennesima “foto non scattata”, poi ho capito. La forza di questa storia era nel suo non essere raccontata.
Certo le parole, se ben usate, fanno drizzare i peli sulle braccia, si stampano nel cervello e modificano la nostra percezione della realtà.
Ma quanto pesava quel silenzio? Che valore avevano quelle esperienze che non trovavano parole per esplicitarle?
Alla fine credo che ricorderò quel silenzio come la mia immagine più riuscita della guerra.

Foto: Giorgio Bianchi

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