Di Pietrangelo Buttafuoco

La totalità si esprime nell’immediatezza.
Nulla che possa essere già conosciuto può farsi ri-conoscere e solo l’espressione, dunque – l’istante nell’immediato, la freccia che scocca dall’arco di un dio – avvia il fondamento della sapienza.
L’immediatezza è nell’espressione, è l’oralità pre-alfabetica della misteriosa origine del logos ed è l’insegnamento di Giorgio Colli (Torino, 16 gennaio 1917, San Domenico di Fiesole, 6 gennaio 1979).
Filosofo, traduttore dell’Organon di Aristotele e della Critica della Ragion Pura di Immanuel Kant, nonché – consegnandosi alla memoria del mondo intero – curatore con l’allievo Mazzino Montinari dell’edizione critica delle Opere di Friedrich Nietzsche, Colli torna oggi per tramite degli atti di un convegno (Trame nascoste, AkropolisLibri, 35 euro) cui hanno preso parte i suoi autorevoli allievi e studiosi tra i quali Franco Volpi, Carlo Sini, Sossio Giametta e Ferruccio Masini.
Il nostro più grande patrimonio è la filosofia alla radice della quale c’è la stupefacente sapienza greca. La conoscenza, sempre rivolta al discorso – che è lo scorrere delle parole – è coincisa con la vecchia poesia cui Platone con l’invenzione del dialogo ha offerto la navicella per sopravvivere al naufragio (magnifico l’intervento di Sini) verso un mondo nuovo che non sa saziarsi, assoggettati a Socrate, il demoniaco, “colui che ragiona troppo, che pensa troppo, che parla troppo (sebbene sia capace, come si sa, di misteriosi silenzi)”.
Giorgio Colli – un profondo conoscitore del mondo greco e, conseguentemente, di Nietzsche – dalla nettezza dell’autenticità rischiara l’oscurità che s’avvolge intorno al dominio delle apparenze e della fallace rappresentazione.
Una rigorosa autenticità teoretica – “il logos autentico non riconosce come suo oggetto l’agire” – che porta a negare qualunque predominio del politico sulla conoscenza che prescinde, come si legge nella relazione di Enrico Piergiacomi, “dall’utilità e cerca al suo posto qualcosa di più essenziale”.
L’autore del Dopo Nietzsche fa propria la sentenza Physis kriptesthai philei, ovvero “la natura ama nascondersi” e da qui rinnova la propria fedeltà (lo annota Giuliano Campioni) a “una superiore sfera originaria cui si lega il sapiente per poi riportare la verità agli uomini”.
La contemplazione gioiosa dell’esistenza, pur con tutto il suo dolore, è amministrata da Dioniso.
Sofocle descrive il dio come il “custode del transito delle parole notturne” e lo sconfinare nella sacralità di soggetti puri, quali sono i filosofi, nell’elaborazione teoretica di Colli rimanda alla perfetta politicità degli oggetti puri, in un agone che “suscita e porta a pieno sviluppo quanto di meglio e di eccellente v’è nella natura dell’uomo”.
Un volume prezioso e anche di elegante fattura è Trame nascoste. Due giornate di studi su Giorgio Colli a cento anni dalla nascita.
Il libro, con Appunti filosofici 1947 e altri scritti dello stesso Colli, raccoglie l’esito di un convegno a cura di Clemente Tafuri e David Beronio tenuto a Genova il 13 e 14 aprile 2017 nell’ambito di Testimonianze ricerca azioni, un appuntamento del Teatro Akropolis e siccome risalendo a Dioniso l’approdo è il teatro una segnalazione a parte la merita, tra le relazioni, quella di Marco Martinelli, drammaturgo, regista e filologo.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 febbraio 2019

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