Nel processo di trasformazione del mondo antico, nel suo approdo alle soglie del Medioevo ed ad un diverso modo di concepire l’istituzione e la vita sociale, i metodi produttivi d’epoca romana e gli stessi pilastri dell’economia (nonché della gerarchia sociale) giungono ad una lenta ma progressiva metamorfosi, la quale comporta non solo riorganizzazione delle strutture primarie economiche del mondo classico, bensì una conseguente e più determinante modificazione dell’edificio sociale.

Quando infatti ancora incombeva sulle genti Campane, Calabresi, Sicule, Pugliesi, Lucane il vessillo degli imperatori di Roma, l’economia prima dell’impero era affidata a grandi latifondisti (non ancora signori feudali), che amministravano ampi terreni, esercitando sugli stessi un potere non diverso da quello che qualsiasi padrone di casa esercita sulla propria dimora. Con la caduta dell’ultimo imperatore (Romolo Augustolo, 476 d. C.) e l’acquisto, da parte dell’Italia, della condizione di periferia di un nuovo sistema imperiale che aveva sede a Bisenzio, l’Italia restò in preda a sé stessa.

Senza un esercito permanente, senza una amministrazione, senza istituzioni che vigilassero sulla popolazione stremata già da anni di lotte intestine, furono i grandi possidenti a prendere in mano la situazione, cominciando ad esercitare un potere sostitutivo dello Stato. Stessa cosa avvenne per la Chiesa di Roma, che nella capitale si trovò a dover supplire alla vacanza imperiale, configurandosi come un legittimo potere costituito e ponendo le basi di quello che sarà in seguito lo Stato Pontificio.

Sin dal V/VI secolo, prima ancora che la feudalità venisse istituita quale istituzione riconosciuta universalmente, si configurano le peculiarità che ne avrebbero segnato il volto: tendenza alla sostituzione al potere centrale, “supplenza” delle autorità civili autentiche, stretto legame tra possesso terriero ed esigenze difensive territoriali. Ciò si rese più evidente con le prime incursioni di popoli nomadi o seminomadi che dal IV secolo imperversano per tutta Europa saccheggiando e terrorizzando una popolazione smarrita, i quali unici punti di riferimento sono quei latifondisti che adesso cominciano a fortificare i propri territori, offrendo possibilità di ripararvi all’interno nel caso di un attacco improvviso.

Tutto quanto detto, ovviamente, non a titolo gratuito, bensì a prezzo di prestazioni agricole, servili, o semplicemente tramite pagamento di una certa somma di denaro. Ed ecco che tutto appare più chiaro. La tendenza all’assoggettamento cosciente dell’individuo avviene in assenza dello Stato e nella proposta di un qualche “signore” che è in grado di offrire dei servizi che l’apparato statale non può, o non riesce a garantire. Slittando di qualche secolo, per giungere all’instaurazione della monarchia carolingia (IX secolo), sarà da considerarsi che gli stessi sovrani del mondo allora conosciuto, lontani dal concepire disegni di Stato pari a quelli dei Romani, ricorreranno al braccio feudale per amministrare o propri regni, specie quelli tanto vasti da offrirsi difficilmente ad un controllo netto e capillare del territorio.

Avviene così l’istituzionalizzazione del potere feudale, il suo assorbimento tra le gerarchie statali. Ma cosa offriva il detentore di diritti feudali al sovrano? O meglio, cosa il sovrano poteva reperire esclusivamente per via feudale, tanto da essere costretto a tollerare l’esistenza di uno Stato nello Stato? Milizie. I pipinidi faticarono sempre a metter in piedi un esercito permanente, così si rivolsero alla feudalità che assicurava uomini, armi, rifornimenti, in cambio del riconoscimento ufficiale del proprio potere e di sempre più ampi benefici.

La situazione non mutò sostanzialmente per tutto il Medioevo e durante gran parte dell’epoca Moderna. Quando, a seguita del fallimentare tentativo di Carlo VIII (1494) di porre sotto l’egida francese il Regno di Napoli, ivi approderanno gli spagnoli, che vi resteranno fino al 1707, sarà proprio il braccio feudale il principale organo di governo ed organizzazione del territorio, troppo lontano e troppo difficile da amministrare per essere totalmente ricoperto dalla burocrazia spagnola. Lo si evince dalle cronache di storiografi quali Giulio Cesare Capaccio, che testimoniano l’assenza di un esercito stabile e permanente in province quali la Basilicata, parte della Puglia, il Cilento, ove l’amministrazione e la gestione del pubblico benessere erano delegati in toto alla potenza feudale, tanto da non rendersi necessario un presidio militare del territorio.

Elemento fondamentale per comprendere la compenetrazione di sfera Statale e feudale nel Meridione d’Italia risulta essere l’appoggio di base popolare di cui i signori feudali beneficiavano. Quale residuo di un’abitudine medievale, la stretta dipendenza popolare da un signore si manifesta nel riconoscimento del potere feudale come unico ed indiscutibile, al di sopra dello Stato reale, percepito come troppo lontano ed assente. Solo un concreto progetto di rafforzamento dello Stato e delle sue strutture, quale fu concepito da Carlo III di Borbone, poté ridimensionare il potere della feudalità, ma non eliminarlo del tutto. Attraverso la riforma del sistema di prelievo fiscale, la parziale abolizione delle esenzioni dei signori terrieri, la modernizzazione della burocrazia si giungerà ad un più efficace coinvolgimento dei nuovi ceti emergenti nella partecipazione all’amministrazione della cosa pubblica, e ad un parziale indebolimento del braccio feudale.

All’alba del 1800, con il delinearsi del progetto napoleonico di costruire in Italia delle entità politiche subordinate alla Francia sotto l’egida delle conquiste della Rivoluzione, anche Napoli sarà investita dal vigore delle nuove idee illuministiche già dilagate in tutta Europa, che si manifesteranno nel più eclatante dei provvedimenti presi da Giuseppe Bonaparte, l’eversione della feudalità (1806). La feudalità veniva abolita, e con essa ogni forma di assoggettamento che il popolo le doveva. Ma come fecero notare più illuministi napoletani che presero parte alla rivoluzione del 1799, ciò che era da abolirsi non era certo la feudalità come istituzione, bensì la vera sorgente del potere di cui i signori si servivano per esercitare il proprio controllo sul territorio delle province del Regno, ovvero la ricchezza.

Nel giro di pochi mesi le terre sottratte ai feudatari vennero messe all’asta, molti contadini si decisero ad arrischiare una manovra d’acquisto, finendo con l’indebitarsi con i medesimi signori presso i quali precedentemente prestavano servizio, in modo da tornare sotto una, pur ufficiosa, gerarchia di stampo feudale. Ciò che insegna la storia va ricercato delle cause che determinarono tutti i processi e gli eventi sopra descritti, ovvero che la subordinazione delle masse deriva sempre da una fondamentale debolezza dello Stato, che non vuole, o non può, reagire ad una situazione considerata arbitrariamente “dato di fatto”. La protezione che lo Stato dovrebbe assicurare, se non elargita in maniera efficace, produce decentralizzazione, e con essa la nascita di una Stato nello Stato, delle forme di potere alternative che sfuggono ad ogni forma di controllo perché, per ovvi motivi, appoggiate dal popolo stesso. Questa l’origine di ogni sopraffazione, questa la radice nefasta di quella che attualmente, tristemente ricordiamo come “mafia”.

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