Piazza Maidan

Nel novembre del 2013 il presidente ucraino filorusso Viktor Janukovyč deve decidere se firmare l’accordo commerciale di associazione con l’Unione Europea, finalizzato a creare un rapporto commerciale di libero scambio con Bruxelles, o aderire all’Unione Economica Euroasiatica, il progetto di collaborazione politica ed economica tra le ex repubbliche sovietiche ideato da Putin, in collaborazione con Bielorussia e Kazakistan. Putin sa bene che l’Ucraina è un tassello che non può assolutamente mancare dal mosaico, e propone un’offerta speciale a Janukovyč : la Russia avrebbe investito in 15 miliardi di titoli di Stato ucraini e avrebbe garantito un abbassamento del 30% sul prezzo del gas. Janukovyč  sceglie la collaborazione con la Russia.

Dopo quasi dieci anni dalla rivoluzione arancione, nel novembre dl 2013 gli ucraini tornano in piazza a manifestare. Ad accendere gli animi sono i membri dell’opposizione come Viktor Klichko, Arseniy Yatseniuk, Andreiy Parubiy. In piazza Maidan viene issato un palco dal quale i capi della rivolta incitano alla protesta. Dallo stesso palco tiene un comizio anche il senatore americano John McCain. A dicembre gli scontri con la polizia si inaspriscono e la protesta prende la forma di una rivolta. Uno dei capi delle sommosse, il già citato Klichko, incontra l’allora Vice segretario di Stato americano Victoria Nuland. Nei giorni seguenti, i manifestanti si fanno sempre più organizzati e si armano fino ai denti. Abbattono e distruggono lo storico monumento di Lenin, un chiaro simbolo della guerra intrapresa contro la Russia.

Da un’analisi dell’evoluzione della rivolta risultano spontanee delle domande. Cosa ci facevano due funzionari di governo statunitensi nei giorni di fuoco delle proteste? Come bisogna considerare i loro incontri con l’opposizione ucraina? E ancora, è un caso che le manifestazioni si siano trasformate in vere e proprie guerriglie dopo questi incontri? Per ultimo, è lecito chiedersi come avrebbero reagito le autorità statunitensi se dei funzionari russi fossero volati in America a trattare con un’eventuale opposizione violenta e a giurare loro il proprio sostegno?

All’inizio di febbraio risulta chiaro, dalla violenza degli scontri, che le manifestazioni cominciate a novembre si sono trasformate in un colpo di stato cruento fomentato dagli Stati Uniti. Qui bisogna riallacciarsi agli anni della seconda guerra mondiale. Un movimento politico violento e organizzato, un’organizzazione paramilitare a tutti gli effetti, fa il suo ingresso in piazza seminando distruzione e ferocia. Si tratta di Praviy Sektor (Settore Destro), un gruppo extraparlamentare ultranazionalista che si rifà direttamente ed esplicitamente all’Organizzazione  dei nazionalisti ucraini e all’Esercito Insurrezionale Ucraino, l’organizzazione politica e la sua ala militare che facevano capo a Stepan Bandera, che collaborò con i nazisti contro i sovietici durante la seconda guerra mondiale per l’indipendenza dell’Ucraina, e che si sono macchiati di crimini contro la popolazione polacca ed ebraica della Volinia. Alla stessa sorgente ideologica si rifà Svoboda, il partito di opposizione che guiderà la rivolta.

Il 20 febbraio si compie una carneficina. Si sentono degli spari, l’impressione è che la polizia abbia aperto il fuoco, ma ad essere colpiti non sono soltanto i manifestanti, ma gli stessi poliziotti e persino i medici e i soccorritori. Si contano un centinaio di morti. La versione ufficiale racconta che il governo ha imposto alle forze armate speciali di aprire il fuoco sui manifestanti, ma tre cecchini ceceni hanno raccontato tutta un’altra storia.

Il colpo di Stato riesce e il 21 febbraio Janukovic fugge in Russia. Arseniy Yatseniuk, capo dell’opposizione, uno dei più importanti agitatori della rivolta, presiede il nuovo governo. Scrive Sergio Romano:

“Fu un colpo di Stato, ma anche i colpi di Stato, come ogni altro evento internazionale, si giudicano con i criteri della convenienza. Quello del Parlamento ucraino nella notte fra il 20 e il 21 febbraio conveniva agli Stati che preferivano trattenere l’Ucraina nel campo occidentale e impedire che diventasse membro dell’Unione Economica Euroasiatica. Il Praviy Sektor, nato alla fine del 2013, era effettivamente un partito armato, erede di quelle formazioni della destra nazionalista che si erano costituite durante la seconda guerra mondiale fra l’Ucraina e il Baltico. Quasi tutti erano legati alla memoria di un controverso patriota ucraino, Stepan Adreijevic Bandera, che durante la guerra aveva combattuto su tre fronti: con i tedeschi, contro i tedeschi, contro i sovietici. Agli occhi di Putin, Praviy Sektor, con qualche forzatura, era soltanto l’ennesima incarnazione di quel nazionalismo ucraino che aveva combattuto l’URSS a fianco della Germania.”

i resti di Piazza Maidan © Sputnik. Andrei Stenin

La russofobia. Odessa e la Crimea

Nelle ex repubbliche sovietiche vivono significative minoranze russe. Questo perché l’Unione Sovietica rappresentava un unico organismo politico dalla natura composita nell’etnia, nella cultura, nella religione (che si tentò di debellare). Quando era in piedi l’URSS russi, ucraini, lituani, lettoni, estoni e così gli altri popoli erano cittadini sovietici.  Caduta l’Unione, i russi che vivevano nelle repubbliche sovietiche diventarono una minoranza straniera. Popolazioni che avevano convissuto pacificamente, alla caduta dell’URSS divennero nemiche. L’odio contro l’Unione Sovietica divenne l’odio contro i russi.

In Ucraina -un paese che conta 44 milioni di abitanti- il 17 % della popolazione è russa. Importanti concentrazioni di russi si contano soprattutto in Crimea (58,5% della popolazione) e le regioni orientali dell’Ucraina – come il Donbass – sono regioni russofone e intimamente integrate alla Russia sia per storia, cultura e lingua sia per politica e commercio. Un’altra città importante per questa ricostruzione è la città di Odessa, la quarta città più popolosa dell’Ucraina, in cui la lingua più parlata è il russo. Dopo l’avvento dello sciovinismo di Svoboda e di Praviy Sektor, i due partiti ultra-nazionalisti e dichiaratamente nazisti protagonisti del colpo di Stato, la popolazione russa d’Ucraina ha subìto discriminazioni senza precedenti ed è stata vittima di stragi disumane. Veri e propri pogrom nazisti.

Ecco alcune immagini di Praviy Sektor e Svoboda ritratti mentre devastano cinque agenzie di banche russe a Zhytomyr, una città nel nordovest del paese a due ore da Kiev.

Referendum della Crimea

Nel 2012 il presidente Janukovic aveva varato una legge secondo la quale la lingua che veniva parlata in una regione in cui la popolazione superava il 10%  diveniva lingua ufficiale. Il caso della Crimea è emblematico: i russi sono più della metà della popolazione e il russo era una delle lingue ufficiali, insieme all’ucraino e al tataro. Questa legge fu immediatamente abolita dal nuovo governo di Yatseniuk, degradando il russo da lingua ufficiale e parlata locale. La Crimea aveva percepito l’ondata d’odio e di discriminazione che i nazionalisti ucraini stavano diffondendo, e indisse un referendum per rientrare nella Federazione Russa. La Crimea è storicamente russa, basti pensare alle guerre che la Russia dovette combattere per difendere questa regione. Basta leggere Tolstoj per rendersene conto. Caterina II la annesse nel 1784 e nel 1954 Chruščëv cedette questa regione alla Ucraina. Perciò è irrimediabilmente sbagliata la tesi -per lo più propagandistica- dei media occidentali, che afferma che la Russia ha annesso una regione ucraina. Le cose andarono diversamente.

Dopo il colpo di Stato nazista di Kiev e dopo le ondate d’odio nazionalista, la Crimea – popolata per il 58,5 % di russi ai quali era stata negata la lingua – ha chiesto attraverso un referendum di tornare in patria. Le votazioni si tennero il 16 marzo 2014 e il 97,32 % dei votanti espresse la volontà di rientrare nella Federazione Russa. Non un colpo fu sparato, non una goccia di sangue fu sparsa. Putin non ha annesso con la forza la Crimea, come sostengono tuttora i compromessi media occidentali, ma la Crimea ha risposto al nazionalismo ucraino facendosi difendere politicamente e militarmente dalla Russia, rientrando nei suoi territori ai quali storicamente apparteneva. Le sanzioni alla Russia sono state applicate sulla base di questa accusa falsa e queste sanzioni che stanno minando diplomaticamente ed economicamente i rapporti tra Russia e Occidente, sono illegittime non solo perché basate su accuse false, ma perché imposte dall’amministrazione Obama e dall’Unione Europea, fuori dal contesto delle Nazioni Uniti. Hanno pensato bene di evitare il veto della Russia e soprattutto della Cina.

La guerra nel Donbass

Il 6 aprile nella regione orientale ucraina alcuni manifestanti insorgono contro i palazzi amministrativi e proclamano l’indipendenza. Nascono la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lungansk. E’ il Donbass, una regione russofona che non ha indetto un referendum per rientrare nella giurisdizione della Federazione Russa, ma che ha deciso di separarsi dal governo nazista di Kiev. Il governo centrale ha risposto all’indipendenza con il fuoco, facendo scoppiare una guerra violentissima -militare e mediatica- e bombardando il suo stesso popolo facendo strage di civili. Nel Donbass combattono anche i battaglioni nazisti, come Praviy Sektor e il Battaglione Azov.

battaglione azov nel Donbass

La guerra del Donbass è ancora aperta e si preannuncia più violenta di prima. Come riporta Sputnik, all’inizio di febbraio le forze militari ucraine hanno trasportato l’artiglieria pesante al confine col Donbass per puntarla contro i separatisti filo-russi, seminando morte anche tra i civili. L’8 febbraio, il vicecomandante del comando operativo della Repubblica popolare di Donetsk, Eduard Basurin, ha annunciato che un gran numero di istruttori americani sono stati avvistati in arrivo nel Donbass.  Di nuovo Sputnik riporta la notizia dell’introduzione della nuova legge sul reintegro del Donbass firmata da Poroshenko il 20 febbraio. In base a questa legge, Kiev potrà utilizzare l’artiglieria anche in tempo di pace per proteggere la sovranità dello Stato ucraino.

Che cosa ci fanno degli addestratori militari stranieri – per lo più americani, canadesi e britannici – in Ucraina? Può mai Putin permettere che delle forze militari armate fino ai denti, sostenute da governi avversi a Mosca, possano avvicinarsi alle porte della Russia?

Il Donbass

Il pogrom di Odessa

Una macchia indelebile che infanga i nazionalisti ucraini, e quindi lo stesso governo, resta però la strage di Odessa.

Il 2 maggio 2014 Odessa era popolata dai tifosi di due squadre di calcio – il Chernomorets  (la squadra di calcio di Odessa)  ed il Metallist (quella di Kharkov). In città erano giunti anche i nazisti che avevano partecipato ai giorni di piazza Maidan, e volevano marciare per le vie della città. Ad opporsi furono i ragazzi del movimento Kulikovo Pole cioè il movimento odessita russofono di opposizione al golpe di Maidan. La difesa era stata organizzata nella piazza antistante la Casa dei Sindacati. Qua dovevano essere fermati i nazionalisti. L’ondata violenta dei manifestanti però si rivelò ingestibile e così feroce da non poter opporsi.

Molti cercarono rifugio nella Casa dei Sindacati. I nazisti appiccarono un incendio, impedendo ai russi che si erano rifugiati nel palazzo di fuggire. Chi tentò di nascondersi nei piani più alti fu ucciso a colpi di pistola in faccia oppure fu bruciato vivo. Alcune donne furono violentate. Qui l’intervista de l’AntiDiplomatico a una sopravvissuta.   Fu una strage, un vero e proprio pogrom antirusso consumato per mettere a tacere l’opposizione nei confronti della nuova amministrazione golpista.  I giornali italiani raccontarono quei fatti occultando i dettagli fondamentali e distorcendo gli avvenimenti.

Ecco cosa hanno fatto i nazisti ucraini nel 2014

donna incinta uccisa a Odessa

Questa immagine non ha bisogno di essere commentata. Sbugiarda immediatamente il falso racconto dei media che asserivano che le vittime erano morte a causa di un “incidente” o per gli scontri tra le due fazioni opposte. Questa donna incinta è stata uccisa con il cavo di un telefono, in un ufficio in cui aveva cercato rifugio. Nessun incendio casuale, nessuno scontro tra due fazioni avversarie.

Per concludere. Da questa ricostruzione che spero possa risultare super partes nonostante la naturale indignazione per i fatti, si possono trarre queste conclusioni: le ex repubbliche sovietiche -un agglomerato di popolazioni etnicamente, culturalmente, religiosamente diverse tra loro- hanno sviluppato nel corso degli anni dell’URSS un odio profondo nei confronti dei russi, che hanno visto come oppressori e come forze coloniali.

Dopo lo smembramento dell’Unione Sovietica, alcune di queste repubbliche hanno dato forma al loro rancore provocando delle guerre contro la Russia per riuscire a svincolarsi dalla sua influenza opprimente ed entrare nell’orbita occidentale. I servizi segreti degli Stati Uniti e di altri governi europei hanno appesantito profondamente questo sentimento d’odio, armando e offrendo sostegno militare e logistico alle forze insurrezionali delle repubbliche separatiste in funzione antirussa. La reazione di Mosca è stata sempre dura e decisa. Il paradosso è che le dichiarazioni ufficiali dei rappresentati del governo degli Stati Uniti e della comunità internazionale -oltre che la propaganda dell’immensa macchina dell’opinione pubblica occidentale- sono sempre state di denuncia nei confronti delle operazioni militari russe, che di fatto erano costrette ad usare il pugno di ferro per debellare situazioni drammatiche che gli stessi servizi segreti occidentali stavano aggravando irrimediabilmente.

In questa situazione di pericolo per la Russia, che rischiava di disgregarsi completamente se non avesse saputo affrontare questa crisi, si colloca la crisi ucraina. Una crisi che ha radici antiche e che esplode fatalmente nel febbraio del 2014. Si tratta della crisi più grave che la Russia abbia mai conosciuto. Oltre che una crisi tra Russia e Ucraina, si può benissimo dire che la rivoluzione di piazza Maidan sia stata una vera e propria guerra per procura contro la Russia. Una guerra che Putin sta vincendo, come dimostrano il reintegro della Crimea e il successo degli insorti nel Donbass. Come pegno per il suo successo, alla Russia sono state imposte delle sanzioni illegittime che danneggiano non solo la Russia ma anche l’Europa. Sembra strano in effetti che l’UE abbia garantito il suo consenso all’applicazione di sanzioni che danneggiano i propri mercati, chiaro segno della sua impotenza nei confronti degli Stati Uniti.

Il prezzo più amaro lo stanno però pagando due popoli che si stanno scannando l’u l’altro in una guerra fratricida: il popolo ucraino- martoriato dalla fame, dalla guerra e dalla povertà – e la consistente minoranza russa d’Ucraina, vittima di discriminazioni, di stragi e di massacri. La domanda è: cosa potrebbe succedere se il governo di Kiev dovesse avere la meglio nel Donbass? Come potrebbe reagire Putin se la NATO dovesse arrivare ad affacciarsi direttamente sul Cremlino? Scoppierà una guerra, senz’altro. Una guerra tra NATO e Russia. E i media occidentali che stanno firmando i loro articoli propagandistici si stanno macchiando le mani di sangue, stanno legittimando gli orrori del Donbass e di Odessa e infine stanno preparando un terreno fertile per la guerra che scoppierà quando Putin perderà la pazienza. La colpa è tutta nostra e noi siamo complici.

Qui la prima parte

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