Stepan Bandera e l’OUN-UPA

La popolazione ucraina è stata una perseguitata speciale del regime stalinista.  Una ferita profonda é stata inflitta dall’Holodomor, la grande carestia che si abbatté sull’Ucraina dal 1929 al 1933 e che provocò la morte di milioni di contadini ucraini. Col passare degli anni, soprattutto dopo il collasso dell’Unione Sovietica, la storia della “grande fame” è stata revisionata dagli studiosi, i quali hanno messo in luce le responsabilità del regime stalinista nei confronti di questa carestia, che sarebbe stata aggravata dal regime sovietico e strumentalizzata con lo scopo di infliggere il colpo di grazia ai contadini ucraini che si erano ribellati fermamente alla collettivizzazione delle terre. Nella storia fraterna dell’Ucraina e della Russia, questa carestia pesa come un macigno ed è sempre stata motivo di forti rancori tra i due paesi.

vittime della “grande fame”
(By Alexander Wienerberger, 1933)

Il regime sovietico, soprattutto quello dei primi anni, soffocò l’anima dei russi e quella dei popoli  in cui si pretendeva di portare la Rivoluzione. In quegli anni gli ucraini assistettero inermi alla violenza del regime stalinista. I sovietici bruciarono le loro chiese, collettivizzarono le terre dei contadini, privandoli  del frutto di lunghe battaglie, e sopportarono il dolore provocato da una rivoluzione che non li apparteneva. Questo dolore prese progressivamente forma e nel 1929, alcuni esuli ucraini anticomunisti e antirussi fondarono a Vienna l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), un partito fondato su un’ideologia ultranazionalista e antisovietica.

Una figura fondamentale di questa ricostruzione storica è Stepan Bandera. Ucraino, nel 1931 era diventato comandante dell’OUN e nel 1934 era stato condannato a morte, condanna poi mutata in ergastolo, con l’accusa di essere coinvolto nell’organizzazione dell’assassinio del ministro dell’interno polacco Bronisław Pieracki. Liberato nel 1939, non si sa bene se dai nazisti o dai nazionalisti ucraini, si trasferì a Cracovia. Qua incontrò il leader del movimento OUN, Andriy Melnyk, con il quale ebbe delle divergenze di natura ideologica, in seguito alle quali l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini si divise. Bandera si pose a capo della corrente più rivoluzionaria ed estremista, che venne denominata OUN-B.

Stepan Bandera

Durante gli anni di militanza, Bandera ha cercato di diffondere nella maniera più incisiva possibile l’ideologia del movimento, impegnandosi per coinvolgere nel suo disegno nazionalista anche autorità politiche e intellettuali. La svolta decisiva fu segnata dall’operazione barbarossa, così fu denominata l’invasione militare tedesca dell’Unione Sovietica. Bandera raccolse gruppi di militanti pronti a combattere e dichiarò l’indipendenza dell’Ucraina, annunciando che il nuovo stato ucraino avrebbe combattuto al fianco della Wehrmacht in funzione antisovietica. Qua inizia la collaborazione di migliaia di ucraini nazionalisti -decisi a debellare gli occupanti russi in ogni modo- con le forze militari naziste.

Molti ucraini si arruolarono anche nelle SS e si distinsero tristemente per la particolare ferocia nella caccia agli ebrei. Tuttavia, l’OUN e lo stesso Bandera non erano nazisti, e combattevano al loro fianco soltanto per tracciare il sentiero ai tedeschi e facilitarne la vittoria contro l’armata sovietica. Perciò le autorità naziste, che conoscevano bene le aspirazioni degli ucraini, ordinarono la deportazione di Bandera nel campo di concentramento di  Sachsenhausen, dove restò prigioniero dal 1941 al 1944.

Il 14 ottobre 1941, nasce in Volinia l’Esercito insurrezionale ucraino, che si rifaceva all’ideologia e alla militanza di Bandera, divenuto prigioniero politico lo stesso anno. L’esercito si era costituito dopo che i nazionalisti ucraini che avevano combattuto con la Wehrmacht, dopo essere stati traditi e abbandonati dalle forze militari naziste, avevano deciso di creare una armata per l’indipendenza dell’Ucraina. L’esercito oppose strenua resistenza ai feroci attacchi dei tedeschi e dei sovietici. La Volinia fu essa stessa teatro di un genocidio e di un massacro.

Questa era una regione abitata dai polacchi dal XVI secolo, e fu oggetto di numerose spartizioni nel corso della storia. Nel 1921, dopo la guerra polacco-sovietica, la Volinia fu spartita tra Polonia e URSS. Nel 1935 Stalin decise di occupare questa terra e diede  l’ordine di deportare i polacchi dalla regione. Era la mossa necessaria per introdurre la regione nella sua totalità all’interno dei confini sovietici. Fu realizzata una vera e propria pulizia etnica, e la popolazione polacca ed ebraica venne deportata o sterminata. In Volinia, l’Esercito insurrezionale ucraino compì l’orrore del genocidio di circa 100.000 polacchi, un massacro passato tristemente alla storia per la ferocia dei nazionalisti ucraini, che non esitarono a uccidere donne e bambini nei modi più cruenti. Ancora oggi il massacro della Volinia è motivo di rancore politico tra la Polonia e l’Ucraina.

massacro di Volinia

Stepan Bandera fu liberato nel 1944, dove combatté ancora contro i sovietici per l’indipendenza ucraina, fino al suo assassinio avvenuto nel 1959 per mano  di un agente del KGB. Oggi Bandera rappresenta un personaggio controverso. Celebrato come eroe di guerra, negli anni del declino dell’Unione Sovietica e del risveglio del nazionalismo ucraino è diventato il simbolo dell’identità del paese. Non possono essere però negati e occultati i crimini che sono stati commessi dall’OUN e dall’Esercito insurrezionale ucraino che si rifacevano direttamente a Bandera, e che si macchiò di veri e propri genocidi, in particolare contro i polacchi e contro gli ebrei.

Crollo dell’URSS

Nel 1991 Gorbačëv si dimette e sotto costrizione del futuro presidente della Federazione Russa Boris El’cin, il 24 agosto firma in diretta televisiva lo scioglimento del PCUS. Sciolto il partito, crollò la Russia. Da un giorno all’altro l’Unione Sovietica non esiste più. Prende il suo posto la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), l’organizzazione internazionale che si sostituì all’Unione per saldare un vincolo federale tra le ormai ex repubbliche sovietiche. Gli equilibri interni della Russia erano drammatici. Erano gli anni di transizione dal socialismo reale al capitalismo.

Venuto meno il rigore dell’apparato sovietico, le grandi imprese di stato – soprattutto quelle energetiche, gas in particolare – furono letteralmente regalate a pochissimi personaggi provenienti dalla nomenklatura comunista, gli “oligarchi”, che le privatizzarono, arricchendosi vertiginosamente. In più, i governatori cominciarono a commettere abusi di potere nelle regioni che amministravano, trattenendo i contributi fiscali che avrebbero dovuto mandare a Mosca. Questi avevano creato dei veri e propri poteri locali, e di fatto impedivano al governo centrale di amministrare un territorio sterminato come quello russo, che si estende per 17 milioni di km². Mai la Russia conobbe una crisi simile. Il disordine politico e sociale, insieme alla povertà, favorì lo sviluppo di una potente mafia che collaborò assiduamente con i vertici della politica. Scoppiò una guerra civile.

Il grande terremoto interno all’Unione Sovietica fu catastrofico anche al di là dei confini russi. La Russia infatti non coincideva con l’Unione Sovietica. Essa era solo una – seppur la più significativa – delle quindici repubbliche che componevano l’URSS. Queste erano la Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaijan, la Moldavia,il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, il Tagikistan.

repubbliche sovietiche

Come scrive Gennaro Sangiuliano nell’importante saggio “Putin. Vita di uno zar”:

” La fine del comunismo porta con sé il risveglio nazionale, quello religioso, soprattutto nelle repubbliche di fede islamica, il risentimento storico contro quello che viene chiamato colonialismo russo, prima perpetuato dagli zar e poi da Stalin. […] L’Unione Sovietica era l’erede dell’impero zarista, al quale la politica espansionista di Stalin aveva aggiunto nuovi territori e nuove entità etniche. Dal principato di Mosca del 1261 c’era stata un’espansione progressiva, prima l’autoritarismo degli zar poi la violenza dello stalinismo erano riusciti a tenere sotto controllo le profonde diversità nazionali, più o meno come era riuscito a fare Tito in Iugoslavia. La perestrojka e la glasnot, non senza meriti importanti rispetto alla tutela dei diritti e al ripristino di un minimo standard di libertà, avevano però scoperchiato il magma di risentimenti latenti, odi religiosi, rivalse territoriali. Memorie di antichi e mai dimenticati fatti storici si erano messe di nuovo in movimento“. E’ questo il caso anche dell’Ucraina.

Le rivoluzioni colorate

Si è detto che all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica si erano riaccesi antichi rancori mai sopiti, specialmente quelli di carattere etnico e religioso. Un momento drammatico per la Russia post-sovietica è rappresentato da una guerra ferocissima combattuta nel cuore del Caucaso: la guerra di Cecenia. Il Caucaso era una regione molto turbolenta. Aveva mantenuto una profonda identità islamica e serbava nei confronti dei russi un rancore profondo. Durante l’operazione barbarossa, l’invasione tedesca dell’URSS, come già avevano fatto i nazionalisti ucraini, anche le popolazioni del Caucaso, in particolare la Cecenia, avevano offerto alla Wehrmacht sostegno logistico per facilitarne l’ingresso nell’Unione in funzione antisovietica. La risposta di Stalin fu durissima.

Caduta l’Unione Sovietica, la Cecenia tentò di affermare in ogni modo la propria indipendenza, che le verrà poi riconosciuta e firmata da Putin ma solo al termine del conflitto. Il bisogno di conquistare l’indipendenza politica e la radicata identità religiosa resero la Cecenia il terreno fertile dell’Islam militante. Mentre la Cecenia veniva rasa al suolo, la Russia conobbe una stagione di attentati terroristici senza precedenti nella storia. Nel cuore della notte alcune palazzine, edifici civili, di Mosca vennero fatte esplodere.

Dalle conseguenze irreversibili fu invece il tragico attentato del teatro Dubrovka, nell’ottobre 2002, in cui fecero irruzione una trentina di persone armate di kalashnikov, al grido di “Siamo ceceni, non scherziamo, siamo in guerra!”. Circa mille persone furono tenute in ostaggio da terroristi armati e carichi di esplosivo, pronti a farsi esplodere al primo passo falso. Le unità speciali russe risposero spargendo nella sala un forte gas dai condotti dell’aria che portò allo svenimento  dei terroristi, che furono poi uccisi. Morì quel giorno, e poi nelle settimane successive per intossicazione, anche un alto numero di civili.

gli ostaggi al teatro Dubrovka

Anche più traumatica fu la seconda strage, quella della scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, tra il primo e il tre settembre del 2004, in cui i terroristi ceceni tennero in ostaggio per tre giorni circa 1200 persone, tra bambini, genitori, insegnati e bidelli. Anche questa volta l’operazione delle forze speciali fu violenta. Le vittime furono  più di trecento, tra cui 186 bambini, e oltre settecento feriti.

strage di Beslan, 2004

La risposta di Putin fu immediata e la Cecenia venne totalmente distrutta. Tempo dopo, il presidente russo chiarì le motivazioni di un intervento militare così spietato. Il pericolo non era la semplice secessione della Cecenia, ma la ben più grave esplosione di guerre etniche nelle ex repubbliche sovietiche -contro l’unico nemico comune che era la Russia- e la diffusione del jihadismo, arma necessaria per provocare la mobilitazione di queste popolazioni, nell’Asia centrale e poi fin dentro la Russia.

Queste si rivelarono essere le conseguenze a lungo termine del crollo dell’URSS: guerre indipendentiste contro la Russia e odi atavici. Ovviamente, ci fu chi approfittò di questi disordini per indebolire la Russia sempre in profondità, come gli Stati Uniti, che offrirono sottobanco sostegno logistico ai terroristi ceceni durante la guerra, come ha rivelato Putin in una lunga intervista-documentario concessa ad Oliver Stone.

Nel 2003 scoppiò un altro conflitto, questa volta in Georgia, sempre nel Caucaso. Qui entra in scena un personaggio importante nella storia degli Stati post-sovietici e per la questione ucraina, Mikhail Saakashvili.

Mikhail Saakashvili

Nel 2003 si tennero in Georgia le elezioni presidenziali che confermarono Eduard Sheverdnadze, già ministro degli Esteri durante la perestrojka. Le elezioni furono violentemente contestate da Saakashvili, che occupò il Parlamento e costrinse il legittimo presidente alla fuga. Il colpo di stato si consumò senza spargimento di sangue e fu denominato “rivoluzione delle rose”. Le conseguenze di questa rivoluzione furono drammatiche. Saakashvili aveva studiato alla Columbia University e aveva stretti legami col senatore John McCain, fervido avversario della Russia. Era chiaro che l’avvocato georgiano, preso il potere con le elezioni del 2004, avrebbe lavorato per trascinare la Georgia fuori dall’area russa. La sua prima mossa fu quella di inglobare nei confini georgiani le due enclave dell’Abchazia e dell’Ossezia del Sud, che dopo la caduta dell’URSS si erano staccate dalla Georgia e si erano unite alla Federazione Russa.

Nell’agosto del 2008 Saakashvili, che considerava certo l’appoggio di Washington, dati i suoi rapporti di fiducia con le autorità statunitensi, occupò militarmente l’Ossezia del Sud. Il sostegno militare di Bush però si limitò all’addestramento militare dei georgiani, e non accompagnò la Georgia in questa guerra. Il conflitto tra russi e georgiani fu rapido e violento. L’esercito russo fece il suo ingresso in Georgia, ma il 15 agosto venne firmato un armistizio che pose fine alle ostilità. Saakashvili tornerà ad essere la spina nel fianco dei russi.

In questo contesto storico e sociale si colloca la crisi ucraina. Nel 2004 scoppia a Kiev la “rivoluzione arancione”, chiamata così perché i manifestanti indossavano delle sciarpe arancioni. L’Ucraina – come le altre repubbliche sovietiche che avevano manifestato con violenza le loro aspirazioni indipendentiste – nutriva da tempo dei forti sentimenti di ostilità nei confronti della Russia. Dal 1991 si era diffuso anche a Kiev un profondo orgoglio nazionalistico, che aveva permesso di innalzare quel nebbioso monumento ideologico, mai sopito, che era Stepan Bandera. Nazionalismo e russofobia si estero a macchia d’olio nell’antica terra d’Ucraina, nonostante le sue regioni orientali fossero sostanzialmente russofone ed ospitava una consistente minoranza russa. I rapporti di convivenza tra ucraini e russi in questi anni di disordine si fecero sempre più tesi.

Nel 2004 si tennero le elezioni presidenziali. I principali candidati erano il filorusso Viktor Janukovyč e il filo-occidentale e nazionalista Viktor Juščenko. Janukovyč superò il 50% ma l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) riscontrò delle irregolarità nel voto. La folla scese in piazza a protestare, era scoppiata la rivoluzione arancione. I manifestanti ottennero l’appoggio di importanti soggetti internazionali che in quei giorno arrivarono a Kiev, come l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano, Zbigniew Brzezinzki, il senatore John McCain, il presidente polacco Aleksander Kwaśniewski, il rivoluzionario polacco, leader di Solidarność, Lech Wałęsa, il responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana.

© Foto: RIA Novosti/ Dmitry Tshebotayev

Il 10 gennaio 2005 il filo-occidentale Juščenko vince le elezioni con il 52% dei voti. Scrive a proposito lo scrittore Sergio Romano, ambasciatore a Mosca durante gli anni della perestrojka:

“La Russia non poté mettere in discussione il risultato, ma quei pellegrinaggi a Kiev per sostenere la causa di Juščenko dovettero sembrare a Putin un’inammissibile invasione di campo. Si voleva impedire alla Russia di esercitare la propria influenza in un Paese che apparteneva alla sua storia politica e religiosa, in cui una parte della popolazione parlava russo, in cui c’erano le radici della sua identità spirituale, in cui erano state combattute alcune delle sue più gloriose battaglie, da Poltava a Sebastopoli, in cui era alloggiata la sua flotta del mar Nero? Si voleva attrarre l’Ucraina nell’area atlantica?”

Qui la seconda parte

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