Di Giulietto Chiesa

Alla vigilia della straordinaria assemblea del Senato della Repubblica che dovrà decidere se sfiduciare il premier uscente Giuseppe Conte, la partita della crisi di Governo avviata da Matteo Salvini si è ingarbugliata a tal punto che — secondo molti osservatori — l’ipotesi più probabile non è quella della sfiducia a Conte, ma quella della sua conferma a capo del Governo.

Il problema aperto, apertissimo, è il seguente: quale sarà la maggioranza che lo terrà in carica? Perché adesso ce ne sono addirittura due, di maggioranze. La prima è ….. quella di prima, cioè 5 Stelle più Lega. La seconda è un sesquipedale rovesciamento di fronte che confluirebbe in una alleanza tra 5 Stelle e Partito Democratico.

Come è potuto accadere tutto ciò? In primo luogo perché Salvini, aprendo la crisi e scaricando l’alleato 5 Stelle si è trovato di fronte un parlamento che non ha la minima intenzione di andare a casa in anticipo. Tutti i deputati e senatori, eletti poco più di un anno fa, perderebbero il seggio. Per la grande massa dei deputati del M5S la prospettiva più probabile sarebbe stata quella di non tornare mai più nelle auguste aule del Potere. Infatti il M5Stelle alle elezioni europee del 2019 ha perduto quasi la metà dei suoi voti.

Ma la stessa cosa riguarda il Partito Democratico, in primo luogo, e poi Forza Italia e tutti i “cespugli” secondari. Gli unici che uscirebbero vincitori da elezioni anticipate sarebbero la Lega, appunto di Salvini, e Fratelli d’Italia della Meloni. Così, ripresisi dallo sbalordimento, tutti i “pericolanti”, hanno cominciato a tessere tutte le più impossibili manovre tattiche in modo tale da bloccare l’operazione “pieni poteri” che Matteo Salvini ha annunciato ai quattro venti.

Il primo a capire la direzione del vento che si andava sollevando è stato il premier, anche lui condannato a tornare a casa. Giuseppe Conte, innalzando lo stendardo delle regole parlamentari, ha rifiutato di prendere atto della dichiarazione di Salvini e ha rivendicato il diritto del Parlamento di esprimersi. Nel silenzio ufficiale del Presidente della Repubblica, invece di dimettersi, ha chiesto che fosse il Parlamento stesso a sfiduciarlo con un voto palese.

I “pericolanti” di cui sopra, all’unisono, hanno accolto la pausa che veniva loro offerta. Ciascuno per conto proprio, ma all’unisono quanto all’obiettivo che si proponevano: eliminare la prospettiva di elezioni anticipate. Il leader dei 5 Stelle Di Maio ha tirato fuori l’idea di approvare la legge per la riduzione dei deputati e senatori, prima di andare al voto anticipato. La sola rospettiva ha fatto scorrere i brividi a tutti i parlamentari. Non solo sarebbero andati tutti a casa, ma dopo una riduzione di 235 parlamentari, si sarebbero vista sbarrata la strada ad ogni possibile futura poltrona.

Solo che, dietro quella proposta — poichè si trattava di una legge di riforma costituzionale, che richiede un tempo lungo obbligatorio per essere approvata — c’era in realtà la prospettiva di un rinvio delle elezioni a data da destinarsi, e cioè un governo di qualche tipo (balneare, ad interim, di scopo, tecnico, presideniale e via elencando) per arrivare all’obiettivo. Lo scopo dei 5 Stelle, consistente nel mantenere in vigore la posizione acquisita con le elezioni del 2018 di massimo gruppo parlamentare. Posizione che, in caso di elezioni anticipate, sarebbe stata perduta comunque, nel caso peggiore catastroficamente, come annuncia il risultato delle elezioni europee e dei sondaggi attuali.

Simultaneamente si apriva la crisi all’interno del Partito Democratico. Anche lì, in realtà, nessuno vuole elezioni anticipate. Non le vuole il segretario Zingaretti, ma le vuole ancor meno Matteo Renzi. Il primo spaventato da un più che probabile successo di Salvini: il secondo terrorizzato dall’idea di perdere una fetta maggioritaria del gruppo dei parlamentari del PD che sono più fedeli a lui che a Zingaretti.

Ed ecco così entrare in scena, più deciso di tutti, proprio Matteo Renzi, con la proposta, agli antipodi della sua precedente posizione, di rifiutare le elezioni anticipate e di puntare a un’alleanza temporanea con il M5S per prolungare la legislatura, scaraventando Salvini all’opposizione. Ma anche mettendo Zingaretti in una posizione di sostanziale irrilevanza. Così si è avviato immediatamente un dialogo a distanza tra PD (nelle sue diverse componenti) e Di Maio in vista di un governo contro la Lega e contro la destra.

A questo punto Matteo Salvini ha capito che si era messo nei guai da solo. Prima un incontro con Berlusconi per verificare la sua disponibilità alla ricomposizione dello schieramento di tutte le destre. Poi un’attenuazione dei toni contro il M5S. Infine l’ammissione che, forse, si potrebbe ricominciare con un altro governo giallo-verde. E la frase: “Vorrei finire la legislatura da Ministro degl’Interni”. Che è la fotografia dell’attuale situazione pre voto di fiducia.

Ma ora Salvini è molto più debole di prima. I 5 Stelle lo bollano con l’epiteto di traditore. Conte gli ha scritto una lettera di fuoco di accuse, tagliando molti ponti per un qualsiasi accordo. Il M5Stelle riemerge rinvigorito dalla botta a freddo che ha dovuto subire. Una maggioranza alternativa con il PD è ora più che possibile. Certo, per Di Maio L’alleanza con la casta potrebbe trasformarsi in un ulteriore de profundis per il destino del suo partito. Ma il redde rationem sarebbe comunque dilazionato, in attesa che qualche miracolo accada, che gli consenta di risalire la china che, al momento, è sicura.

Così — con tutte le cautele del caso, perché l’evoluzione della situazione può riservare altre sorprese — si può prevedere che Giuseppe Conte non sarà sfiduciato. Ma di quale governo resterà a capo (sempre che tocchi a lui il cerino acceso) non è affatto sicuro. E poi si porrà, in entrambe le varianti, di discutere su quali obiettivi comporre il nuovo governo. E, in entrambe le varianti, sarà difficile trovare un’intesa. Se con la Lega, riappariranno immediatamente I contrasti che hanno fatto scoccare la crisi. Se con il Partito Democratico sarà perfino più difficile. A cominciare dal NO TAV. Crisi probabilmente affogata prima ancora di nascere, ma soltanto per il tempo necessario a farne esplodere un’altra.

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