“Mi sembra di rivedere i miei compagni di prigionia, accalcati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin – esausti dopo le ore passate a lavorare all’aperto, a temperature che potevano scendere fino a quarantacinque gradi sotto lo zero -, intenti ad ascoltare quelle nostre conferenze su temi così lontani dalla nostra realtà di allora”.

Le parole di Jòzef Czapski  ci raccontano una storia rara da ascoltare. Sembra lontana nel tempo e nello spazio e invece disegna l’uomo in sé, con una penna che non conosce lingue, l’uomo senza attributi accidentali, colto nella sua natura umana. Puramente biologico e puramente psicologico. Ѐ a partire dalla sua natura e dai suoi elementi primi che l’uomo diviene storicamente, e sviluppa la propria esistenza, scandita dal suo tempo e dal suo luogo. Allievo spirituale di Proust, Czapski racconta l’uomo a prescindere dalle sue accezioni storiche e morali e lo ritrae nella dimensione originaria dell’animo umano -quella del dolore -dove tra quelli che soffrono non ci sono differenze sostanziali.

 

“Gli abitanti di Maisons-Laffitte, nella periferia parigina, fino a non molto tempo fa potevano vedere un uomo straordinariamente alto e magro percorrere in moto avenue Charles de Gaulle in direzione della stazione ferroviaria. Spesso era assorto nei suoi pensieri, oppure aveva lo sguardo rivolto al cielo, ma evidentemente vegliava su di lui una buona stella, visto che, pur avendo superato gli ottant’anni, non aveva avuto poi molti incidenti. Forse alcuni dei passanti sapevano che era un pittore polacco che si poteva trovare, a volte, seduto in un caffè della zona intento a scrivere e disegnare su un grande quaderno grigio. […] Sicuramente solo pochi dei suoi vicini di casa sapevano che quell’uomo dai capelli bianchi, energico, alto quasi due metri, era uno dei testimoni più straordinari del XX secolo”. Così lo descrive Wojciech Karpiński, in un saggio in cui racconta la vita di Czapski. Un uomo che viveva appieno la contraddizione tra i valori del Vangelo e gli anni della guerra, nella quale fu coinvolto – come del resto tutti – suo malgrado. Czapski ha vissuto gli anni cruciali, nei luoghi peggiori, della prima metà del Novecento. Aveva conosciuto la Russia bolscevica e sovietica e la Polonia occupata.

 

Aveva soprattutto vissuto il Lager, di cui lasciò una straordinaria testimonianza trapelata nel libro Na nieludzkiej ziemi (Nella terra disumana), fonte estremamente preziosa sul meccanismo e la struttura dei campi sovietici, pubblicato in anni in cui Arcipelago Gulag di Solženicyn  non aveva ancora visto le stampe.  Czapski venne fatto prigioniero dai sovietici poco dopo l’occupazione tedesca della Polonia, che provava a rinascere dopo la spartizione tra Prussia e Russia degli ultimi decenni del XVIII secolo. Era nel gruppo dei quindicimila internati di Starobel’sk, dei quali risultarono sopravvissuti solo quattrocento. Molti di loro furono trucidati nel massacro di Katyń, dove i sovietici uccisero quasi 22.000 polacchi. Pronunciare la parola “Katyń , in Unione Sovietica, fu considerato reato fino al 1988. Del resto, i Russi fanno ancora difficoltà a riconoscere le loro colpe in quel genocidio. Da Starobel’sk fu poi trasferito a Grjazovec, un antico monastero abbattuto e trasformato in Gulag. Fu qua che nacquero le “conferenze su Proust” che salvarono gli spiriti dei pochi prigionieri che ascoltavano.

 

“Proust a Grjazovec” è un libro di ricordi più che un saggio su Proust. Ѐ il libro in cui sono stati raccolti i testi delle conferenze che Czapski teneva nel gulag di Grjazovec – quattrocento chilometri a nord di Mosca – tra il 1940 e il 1941. La prigionia di Czapski è cominciati nell’ottobre del 1939, con la deportazione a Starobel’sk.  In seguito le quindicimila persone che popolavano il campo vennero dislocate in tre gulag: Kozel’sk, Ostaskov e Grjazovec. Questo era un vecchio convento sconsacrato dove la chiesa era stata fatta saltare con la dinamite. Czapski capitò a Grjazovec. Dei quindicimila prigionieri ne sopravvissero soltanto quattrocento. Sembra impensabile che un ufficiale polacco imprigionato in un gulag sovietico nel periodo di fuoco della guerra potesse tenere delle conferenze, ma è quello che successe in questo freddo campo del Nord della Russia, dove un gruppo di ufficiali polacchi – prigionieri dei sovietici – si riuniva la sera, stanchi di una gelida, russa giornata di lavoro,  per tenere vere e proprie lezioni sui temi che meglio conoscevano. Era il loro modo di mantenersi vivi, di reagire alla condizione umiliante che spogliava gli internati del nome e dello spirito, di tenere in funzione il cervello e di mettere lo sgambetto alla morte.

 

“Eravamo quattromila ufficiali polacchi ammassati in non più di dieci-quindici ettari di terreno a Starobel’sk, nei pressi di Charkiv, fra l’ottobre 1939 e la primavera 1940. Lì abbiamo cercato di riprendere una qualche forma di lavoro intellettuale, che avrebbe dovuto aiutarci a superare lo sconforto, l’angoscia, e apreservare le nostre menti dalla ruggine dell’inattività. Alcuni di noi tennero conferenze di argomento militare, storico e letterario. I nostri signori e padroni giudicarono l’iniziativa controrivoluzionaria, sicché alcuni conferenzieri furono immediatamente deportati verso ignota destinazione. Le conferenze tuttavia non subirono battute d’arresto, anzi, ricominciammo subito a organizzarle con cura, in gran segreto.[…]In quei momenti pensavo con emozione a Proust, che, nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso se qualcuno gli avesse detto che, a vent’anni di distanza dalla sua morte, un manipolo di prigionieri polacchi, dopo un’intera giornata trascorsa sulla neve, in un freddo  che arrivava spesso a quaranta gradi sotto lo zero, avrebbe ascoltato con il massimo interesse la storia della duchessa di Guermantes, l’episodio della morte di Bergotte e qualsiasi altra cosa sono riuscito a ricordare di quell’universo di preziose scoperte psicologiche e di sublime bellezza letteraria.[…] La gioia di poter condividere uno sforzo intellettuale ci dimostrava come fossimo ancora capaci di pensare e di recepire stimoli mentali completamente estranei alla nostra realtà contingente, e addolciva le ore trascorse nel grande refettorio dell’ex convento, sede di quella strana scuola clandestina in cui riuscivamo a far rivivere dentro di noi un mondo che allora ci sembrava perduto per sempre”.

Appunti di Czpski

 

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