Di Andrea Zhok

Come noto l’ex premier e leader di Italia Viva Matteo Renzi è rimasto coinvolto in un’indagine volta ad accertare la giustificabilità di alcuni finanziamenti privati (700mila euro prestati all’ex premier dagli imprenditori Maestrelli per l’acquisto di una villa), e più in generale l’attività della Fondazione Open, la ‘cassaforte’ da cui Renzi ha attinto in questi anni per supportare la propria attività politica.
Dell’indagine, com’è giusto che sia, trapelano poche indiscrezioni. Si sa che vi sono indagati personaggi già noti come Marco Carrai (già assurto agli onori delle cronache come potenziale responsabile alla cybersicurezza presso la Presidenza del Consiglio e per le sollecitazioni a Unicredit per investire in Banca Etruria), e altri politici e imprenditori meno noti, coinvolti nelle attività organizzative collaterali all’attività di Renzi (come la Leopolda).

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Le accuse sulla cui base si muove la magistratura sono quelle di finanziamento illecito, traffico di influenze, riciclaggio e autoriciclaggio. In questa complicata inchiesta emerge anche il coinvolgimento di una Società a Responsabilità Limitata con sede in quel ridente paradiso fiscale intraeuropeo che è il Lussemburgo (Wadi Ventures Management). Le indagini sono poi ulteriormente complicate in quanto Carrai, dallo scorso ottobre gode di immunità diplomatica, essendo stato nominato console d’Israele a Firenze.
Le indagini della magistratura faranno il loro corso e se, nonostante la complessità degli impedimenti e delle cortine fumogene, riuscirà a definire un quadro di accertamenti univoco, allora e solo allora si potranno trarre conclusioni legittime intorno a colpevoli e innocenti.
Le reazioni irritate di Renzi, che oggi, diversamente da come accadeva quando ad essere coinvolti erano altri, non si limita ad esprimere “massima fiducia nell’operato della magistratura”, ma parla di “avvertimenti”, “invasioni di campo”, meritano qualche riflessione trasversale.

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Non può essere questo il luogo per formulare ipotesi sugli esiti delle indagini. Quello che però emerge con assoluta chiarezza sin d’ora è l’intreccio senza soluzione di continuità tra interessi privati e carriere politiche, tra iniziative imprenditoriali e iniziative partitiche, tra sorti private e sorti pubbliche. Questo non ha bisogno di ulteriore accertamento; è tutto già nelle carte.
Ecco, ed ora facciamo un passo indietro a quando nella Gazzetta Ufficiale del 26 febbraio 2014 (n. 47) compariva l’abolizione definitiva e completa del finanziamento pubblico ai partiti. Può essere curioso notare come si tratti dell’ultima iniziativa legislativa del governo Letta, proprio a cavallo della sostituzione dello stesso Letta con Renzi (22 febbraio 2014). Renzi era stato peraltro il maggior sostenitore di quella legge, che di fatto e per la prima volta privatizzava in maniera totale il finanziamento alla politica. Mettendo in fila le date vediamo dunque quanto segue. Nel 2012 Renzi mette in piedi la ‘Fondazione Open’ come sostegno finanziario alle proprie attività. Due anni più tardi, dopo aver verificato il buon funzionamento della stessa, abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e si insedia a Palazzo Chigi.
Chapeau.

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È importante osservare come la vicenda del finanziamento pubblico alla politica sia un tema travagliato che segna l’intera “seconda Repubblica”. Nel 1993, sull’onda degli scandali di “Mani Pulite”, un referendum promosso dal Partito Radicale (liberali-liberisti-libertari) aveva già tentato di abolire il finanziamento. Il referendum era stato vinto con un plebiscito, ma l’abolizione del vecchio sistema era stato aggirato con forme di finanziamento collaterale, meno trasparenti (gonfiamento dei rimborsi elettorali, finanziamento all’editoria di partito, ecc.). Naturalmente, se il precedente sistema non aveva impedito le violazioni messe in luce da Mani Pulite, non c’era da aspettarsi che sistemi di finanziamento trasversale e improprio potessero funzionare in modo più trasparente. Si erano dunque succeduti diversi tentativi di progressiva restrizione (2002, 2012), fino all’abolizione definitiva del 2014 (entrata pienamente in vigore nel 2017).

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Ora, tutta la “Seconda Repubblica” è nata all’insegna dello slogan neoliberista per cui la “Società Civile” era il luogo della concretezza e onesta produttività, mentre la “Politica” era la sentina di malaffare, l’animale che doveva essere affamato, perché tanto si sarebbe comunque nutrito con le sue attività predatorie.
E dopo tre decenni di questa cura ideologica – chi l’avrebbe mai detto – siamo qui a deprecare proprio l’infima qualità della nostra classe politica, guardando con qualche nostalgia alle classi dirigenti della Prima Repubblica (con tutti i loro difetti).
In questo contesto la vicenda di Renzi e della Fondazione Open rappresenta in qualche modo una Nemesi simbolica. Renzi può ben aver ragione a dire che non ci sono estremi di reato. Visti i margini di libertà che vengono consentiti alla commistione di interesse privato e pubblico sarebbe davvero imperdonabile se avessero comunque commesso infrazioni. Il problema tuttavia è oramai francamente irrilevante. Il punto chiave è che siamo oramai arrivati normativamente ad un punto di non ritorno.

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Con la riforma del 2014 il finanziamento della politica è stato integralmente privatizzato. Che è quanto a dire che l’ossigeno per tenere in vita l’attività dei partiti (in teoria i rappresentanti del popolo in Parlamento) è fornita da casse private. In considerazione del fatto che nel mondo odierno la componente finanziaria è determinante per definire i margini di influenza di un partito (e delle sue idee), ne deriva con perfetta linearità il fatto che abbiamo de facto privatizzato la politica italiana.
E naturalmente questa privatizzazione ha un significato molto preciso: mentre l’idea del funzionamento democratico è “un cittadino – un voto”, quella del funzionamento neoliberista è “un euro (o un dollaro) – un voto”. Dunque, dico per dire, il finanziere Davide Serra che ha recentemente finanziato Open, e per suo tramite Renzi, con la somma di 150.000 euro fa sentire la sua voce sul piano politico come qualche migliaio di ‘militanti di base’. C’è da chiedersi quali interessi avranno la priorità nelle correnti e future iniziative legislative.

E a questo punto, vedete, possiamo pure continuare a chiederci pensosi: “Com’è che la politica fa così schifo?”, “Com’è che le idee buone e l’interesse pubblico restano ai margini degli interessi dei governi?”.
Possiamo chiedercelo. Però il problema è che le risposte le abbiamo avute ripetutamente davanti al naso, e spesso le abbiamo applaudite entusiasti.

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