Di Alberto Negri

I nostri concorrenti, Stati Uniti, Cina e Russia, se la ridono: dopo la Brexit, che ha gettato nel caos la Gran Bretagna adesso Parigi e Roma danno una picconata alla casa comune che non si può reggere soltanto sull’asse Berlino-Parigi, come forse speravano Macron e la Merkel dopo il super-vertice bilaterale di Aquisgrana.

La cancelliera Angela Merkel adesso ha due opzioni: 1) rivestire il ruolo di mediatrice, per quanto possibile, tra le due parti; 2) cogliere la palla al balzo e affossare l’Italia in recessione che con il suo debito pubblico e il suo spread sui Bund tedeschi appare più vulnerabile che mai, soprattutto dopo che se ne andrà Mario Draghi alla Bce.

Con il richiamo da Roma dell’ambasciatore francese Christian Masset, un diplomatico che aveva aperto in anticipo le porte al governo Lega-Cinquestelle, come mi confermò in una conversazione personale avuta con lui a Palazzo Farnese a fine maggio scorso, si consuma un’altra puntata di un derby Italia-Francia che nel Mediterraneo dura da molto più di un secolo.

Accompagnata dai litigi sull’immigrazione, la Libia, la Tav e i terroristi esiliati in Francia, la crisi gilet gialli è un capitolo recente che forse i nostri governanti si sarebbero potuti risparmiare perché è una questione interna alla politica francese, ci sono già stati diversi morti e disordini continui nelle strade e infine perché assegna credibilità al leader di un movimento come Christophe Chalençon che ha invocato persino l’intervento di militari contro il presidente Macron.

Il match Italia-Francia è una sorta di “classico” della Sponda Sud. È cominciato alla fine dell’Ottocento quando con lo “schiaffo di Tunisi” i francesi si presero il protettorato tunisino ambito dall’Italia monarchica e garibaldina, poi è continuato con lo sbarco italiano in Libia del 1911, la decimazione da parte del generale Graziani della popolazioni libica in Cirenaica (80mila morti su una popolazione di 800mila persone) ed è proseguito con la disfatta nella seconda guerra mondiale. I francesi non hanno mai dimenticato l’attacco del giugno 1940 dell’Italia fascista in alleanza con la Germania nazista.

Quando l’Italia nel dopoguerra ha perso tutte le sue colonie, la Francia già vendeva nell’embrione di Comunità europea un mezzo per tenere una parte dell’Africa sotto la sua influenza.

La successiva reazione italiana per recuperare terreno in Nordafrica è stata anche questa lacerante. Mentre la Francia si inventava l’area del franco Cfa dopo Bretton Woods e cercava di mantenere la sua mano sulle colonie, l’Italia dell’Eni di Mattei finanziava il Fronte di Liberazione Nazionale algerino nella più sanguinosa guerra di liberazione coloniale del Maghreb: un milione di morti. Fummo ricompensati dagli algerini con il primo grande gasdotto del Mediterraneo, il Transmed.

Persino durante gli anni Novanta in Algeria – 200mila morti nella “guerre sale”, la guerra sporca tra potere e terrorismo islamico – Francia e Italia qui sulla Sponda Sud si guardavano in cagnesco: i nostri servizi avevano (e hanno tuttora) un’ottima collaborazione con i generali algerini. Non è un caso che il premier Conte sia andato in Algeria dove tra poco si va a votare per le presidenziali che vedono ancora in corsa l’anziano e malato Bouteflika.

I francesi tutte queste cosette se le sono legate al dito e non perdono occasione per una rivincita.

La più recente opportunità francese è stata la guerra di Sarkozy a Gheddafi del 2011, dopo che la Francia aveva visto cadere il suo alleato storico Ben Alì (ci rimise il posto la ministra degli esteri francese Alliott-Marie) che per altro era stato insediato da un colpo di Stato medicale dei servizi italiani che avevano liquidato negli anni Ottanta il leader storico Bourghiba.

Per l’Italia la caduta di Gheddafi è stata la peggiore sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale: soltanto pochi mesi prima, il 30 agosto 2010, il Colonello veniva omaggiato a Tor di Quinto da 5mila dignitari della Repubblica, politici e uomini d’affari, euforici per la firma di decine di miliardi di contratti. L’ondata migratoria ha poi fatto il resto destabilizzando l’intero quadro politico.

Ma la cosa peggiore è stata la decisione di accodarsi ai bombardamenti della Nato, consegnando le nostre basi militari per i raid sulla Libia ad americani, francesi e britannici. La nostra credibilità sulla Sponda Sud è affondata e per recuperarla ci vorranno anni.

Sulla Libia Italia e Francia, che insieme a Russia ed Egitto sostengono il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, invece di collaborare si fanno la forca. Una concorrenza che non è tanto sul petrolio, ma politica perché il governo Sarraj di Tripoli appoggiato dall’Italia è legato ai Fratelli Musulmani, la parte perdente degli ultimi sviluppi delle primavere arabe. Ecco perché mettersi d’accordo con la Francia non è semplice e ci mette da soli di fronte alla nostre responsabilità: riportare ordine sulla Tortuga libica. Per farlo dovremmo trovarci nuovi alleati sulla Sponda Sud in concorrenza con i francesi. Il match continua.

Da TPI dell’ 8 febbraio 2019

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