«Possa il mio grido “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per la quale muoio felice!». Lo ha scritto Franco Bechis, in una delle lettere dei partigiani condannati a morte, poche ore prima di essere fucilato.

Oggi si celebra il settantacinquesimo anniversario della liberazione, e la fine formale di quella tragedia che è stata la guerra civile italiana. Uno scontro tutto nostro, orizzontale, tra italiani, tra fratelli; erano i giorni, quelli, in cui si moriva per rinascere eguali, in una società nuova da ricostruire sulla giustizia. Perché come avvertì Sandro Pertini, le cui parole se le è portate il vento, non può esistere libertà senza giustizia sociale.

Le ricorrenze sono sempre dei momenti in cui risulta più facile tirare le somme. Ed ecco che il 25 aprile rappresenta un’occasione importante per ripensare ai nostri settantacinque anni di storia repubblicana, di sviluppo democratico. In un momento reso ancor più cupo dall’epidemia e dall’incertezza di questa seconda rischiosa rinascita.

Già Covid-19 ci ha costretti, nelle scorse settimane, a elaborare un ripensamento profondo del mondo che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Ci ha spinti con inenarrabile violenza a riconsiderare tutte le categorie e i dogmi dei nostri tempi: il primato del privato sul pubblico, il ruolo dello Stato nello sviluppo di un’equa società civile, la decentralizzazione del potere politico e l’autonomia del mercato.

L’epidemia ha reso evidenti tutte le contraddizioni sorte in questi settantacinque anni –  specialmente negli ultimi trenta -, e che abbiamo sempre ignorato, per non doverci pensare. Silenziando ogni campanello d’allarme, senza tuttavia preoccuparci di spegnere i grossi focolai di crisi, abbiamo costruito un’Italia basata sulla disparità territoriale, economica e sociale.

Abbiamo preferito credere che le diseguaglianze geometriche tra nord e sud fossero dovute soltanto ad una corruzione congenita nel Mezzogiorno, che pure esiste, piuttosto che al fallimento dello Stato centrale, incapace di stabilire minimi livelli essenziali di prestazioni sociali. E abbiamo assistito alla de-socialistizzazione della sinistra italiana, che ha disgraziatamente sostituito l’icona di Gramsci con quella di Blair, diventando demofobica, globalista e guerrafondaia.

Abbiamo sottovalutato lo strapotere della mafia, infiltratasi ormai in ogni angolo degli spazi del potere; conquistandosi dei posti non solo spezzando le gambe di chi era contro, ma soprattutto stringendo le mani, in segno di accordo – su tutto il territorio nazionale – alla parte malata della nostra classe politica.

Abbiamo assistito giorno dopo giorno al ritorno di vecchie forme di ricatto sociale, specialmente quello del lavoro, che a settantacinque anni di distanza dalla sepoltura del fascismo costringe ancora i lavoratori alla bestialità di dover scegliere tra la salute e l’occupazione.

E non solo nelle acciaierie e nelle fabbriche, ma anche nei campi, dove sotto i nostri occhi si sono radunate masse di affamati di ogni lingua e di ogni colore, costretti a lavorare come invisibili servi della gleba – privi di documenti e di contratti – a causa delle scelte sui prezzi fatte da una filiera agro-alimentare che macina miliardi.

È questa l’Italia che è stata costruita; certo più beneducata, più presentabile sotto il profilo estetico, eppure così incosciente di sé stessa da non riconoscere le sue proprie storture, in modo da perdersi, nelle giornate come questa, nell’esaltazione di presunti progressi democratici e sociali. Spendendosi in parole che coprono come una coperta rattoppata la polvere macinata da una nuova lotta di classe non ancora storicizzata o capita.

Allora ci ritroviamo a celebrare la liberazione come se questi settantacinque anni non fossero mai trascorsi; come se la memoria storica possa prescindere da una decennale macelleria sociale. Un evento, questo, che sembra svuotato di ogni senso politico, e cioè critico, per diventare una sorta di ricordo monumentale, un pezzo d’antiquariato da esporre per consuetudine e buona educazione.

E così, anche davanti alla disfatta del Paese che abbiamo costruito, ci troveremo ad assistere alla retorica di quell’unità nazionale che esiste solo nei discorsi ufficiali dei presidenti; proiettata magari in una “messianica” dimensione europea la cui unità è altrettanto inesistente.

Uno slancio retorico che già Nietzsche aveva liquidato come «filisteo storico-estetico della cultura», e il retore come «saccente e aggiornato cicalatore sullo Stato». Un eccesso di monumentalismo storico, questo, che «ha intaccato la forza plastica della vita», ormai incapace «di servirsi del passato come di un robusto nutrimento». Che ci tiene aggrappati ai ricordi di più gloriosi momenti storici, come per camuffare goffamente quelle nostre malefatte epocali alle quali non sappiamo porre rimedio.

Dipinto: Renato Guttuso, Fosse ardeatine (1950)

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