“Non ci sarà la guerra, ma neppure la pace”, scrive sul Fatto Quotidiano di oggi Pino Arlacchi, Vicesegretario Generale dell’Onu dal 1997 al 2002 ed esperto di geopolitica. Non ci sarà, scrive, “nei modi della guerra classica seguiti l’ultima volta in Iraq e Afghanistan
–attacco aereo, invasione di terra,
cambio di regime” perché – dati i precedenti – un conflitto così “è certo che lo perdono”.

Eppure gli equilibri con l’Iran restano più tesi che mai, perché la guerra che sarà – e che è già iniziata – scrive Arlacchi, sarà una guerra ibrida, vale a dire “un misto di uso della forza, sanzioni economiche devastanti, disinformazione e lotta informatica su vasta
scala”.

Un tipo di guerra ampiamente sperimentata in Venezuela, bombardato da ogni tipo di missile non convenzionale: sanzioni contro la popolazione e l’economia; sostegno all’opposizione armata; organizzazione di colpi di Stato; attacchi informatici e – non per ultimo – demonizzazione mediatica del governo legittimo di Nicolas Maduro.

Una guerra dunque già scoppiata in questa forma, non solo a causa della campagna di disinformazione portata avanti dai media occidentali – che in alcuni casi si è trasformata in veri e propri appelli alla guerra convenzionale -, ma anche perché proprio in questi giorni sono stati denunciati nuovi attacchi informatici, ma soprattutto sono state introdotte ulteriori sanzioni all’Iran, le quali congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi, danneggiando com’è noto la popolazione.

Secondo Trump, l’introduzione di nuove sanzioni sarebbero una “risposta forte e proporzionata” all’abbattimento del drone statunitense che aveva violato i confini territoriali iraniani. Una pura provocazione nella quale può cascare solo il più lobotomizzato degli occidentali. Un numero, quello dei lobotomizzati, da non sottovalutare, tenendo in considerazione le reazioni generali dell’opinione pubblica statunitense ed europea, cullata nella sua idiozia dalle cattedrali dell’informazione internazionale. E nessuno che si sia chiesto cosa ci facesse un drone statunitense in territorio iraniano, e se il suo abbattimento possa essere ritenuto a ragione una “provocazione”.

Tuttavia, prosegue Arlacchi, il Medio Oriente del 21esimo secolo si è rivelato essere il nuovo Vietnam americano: una drammatica – e costosa – catena di insuccessi militari e geostrategici, a cominciare dal fallimento afghano, che ha rafforzato gli stessi talebani che si diceva fosse necessario abbattere, fino ad Assad, che ha vinto la guerra più spaventosa del nuovo millennio. E una nuova guerra contro l’Iran – seppur ibrida -, scrive Arlacchi, non avrà altro esito che quello scongiurato dall’amministrazione statunitense, e cioè il rafforzamento del governo iraniano, attorno al quale si unirà il giovane e compatto popolo iraniano, consapevole dell’aggressione imperialista che il Paese sta subendo.

“La guerra ibrida” scrive l’esperto, “finisce regolarmente col rafforzare le tendenze
nazionaliste dei Paesi presi di mira, dando tempo ai governi colpiti di costruire mezzi di protezione interna e alleanze internazionali in
grado di neutralizzare sanzioni e disinformazione”. E oggi, cosa che gli Stati Uniti non riescono a capire, “in un
mondo multipolare, queste alleanze sono molto più numerose e praticabili che in passato”.

Nel frattempo nel Parlamento iraniano e per le strade di Teheran si grida “Morte all’America”, e la fragile Unione Europea degli “zero virgola” e dei bilanci non è capace neanche di tutelare gli unici affari che tiene a cuore, vale a dire quelli commerciali. Le sanzioni introdotte dagli Usa infatti colpiranno anche chi fa affari con l’Iran, che fin’ora si è rivelato essere un partner commerciale di primo piano per i Paesi europei.

Questi, con i loro timidi e inefficaci tentativi di tutelare i propri affari nazionali – per cui da una parte valutano metodi per aggirare le sanzioni e si dichiarano contrari alla rottura unilaterale del JCPOA da parte degli Usa, ma dall’altra approvano le scelte Usa – rivelano una debolezza continentale senza precedenti. È così che la questione iraniana diventa il riflesso di una crisi ben peggiore e duratura, quella scolpita nel “tramonto dell’Occidente”. Mentre Russia e Cina, i “barbari asiatici” – di comune accordo – brindano e costruiscono i nuovi imperi. “Il rischio”, conclude Arlacchi, è che “gli Stati Uniti impieghino altri 50 anni per imparare anche questa lezione”.

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