Di Thomas Fazi

In un suo recente articolo Domenico Moro analizza il rapporto tra flussi migratori ed evoluzione del mercato del lavoro nel corso dell’ultimo decennio.

Come si può vedere nell’immagine, negli ultimi dieci anni, tra il 2008 e il 2018, gli occupati complessivi sono diminuiti di 112mila unità passando da circa 22,7 milioni a circa 22,6 milioni (-0,50 per cento). Nello stesso periodo di tempo, però, l’andamento di italiani e stranieri è stato divergente. Gli italiani sono scesi da 21 milioni a 20,2 milioni, cioè sono diminuiti di 848mila unità (-4,0 per cento). Al contrario gli stranieri sono aumentati di 735mila unità (+43,7 per cento), passando da 1,68 milioni a 2,41 milioni.

Il dato, nota Moro, mostra come la tendenza diffusa in certi settori della sinistra “no border” a negare che gli immigrati concorrano alla formazione dell’esercito industriale di riserva e, di conseguenza, a esercitare un ruolo di pressione sulle condizioni dei lavoratori occupati, sia palesemente smentita dai numeri.

«Ovviamente – scrive Moro – la diminuzione dei diritti e del salario non è esclusivamente dovuta all’esercito industriale di riserva, né, cosa più importante, l’esercito industriale di riserva è prodotto solamente o principalmente dall’aumento dell’offerta di forza lavoro e quindi dai flussi migratori, ma da meccanismi interni al modo di produzione capitalistico»; allo stesso tempo, però, è innegabile che l’immigrazione «è una variabile che consente di mantenere l’offerta di forza lavoro al di sopra di certi limiti disponendo di una riserva pronta in base alle esigenze congiunturali», permettendo così di mantenere il salario al di sotto di certi livelli, soprattutto preservando la produzione di plusvalore e quindi il profitto.

La distribuzione degli immigrati tra i diversi settori, infatti, «rivela come questi siano considerati come una riserva di forza lavoro da utilizzare, in settori peraltro già colpiti dalla crisi o nei nuovi settori dei servizi a basso valore aggiunto e quindi con retribuzioni più basse e minori tutele. È evidente, quindi, che, senza contare altri aspetti della vita sociale (casa, sanità ecc.), gli immigrati possano essere percepiti come concorrenti da parte di settori della forza lavoro di nazionalità italiana, che sono di livello più basso ma non irrilevanti numericamente. Si tratta di settori che sono già in difficoltà per le conseguenze della crisi della manifattura e soprattutto delle costruzioni e cercano una occupazione sostitutiva nei settori dei servizi a basso valore aggiunto, specie in attività come il turismo, la ristorazione, la logistica, che si sono espansi negli ultimi dieci anni».

La soluzione, conclude Moro, non consiste certo nel criminalizzare i lavoratori immigrati, come fa la destra, ma neanche nel negare l’esistenza del problema, come fa la sinistra “no border”:

«Il punto è che quello dell’immigrazione è stato fatto diventare un problema per i lavoratori e i disoccupati autoctoni. I flussi degli immigrati, invece, non rappresentano un problema in sé ma solo se inseriti nello specifico contesto italiano ed europeo, cioè in un contesto in cui si è ridotta drasticamente la capacità del sistema economico capitalistico, ancora avviluppato nella stagnazione, di creare un adeguata offerta di posti di lavoro, specialmente posti di lavoro qualificati, e in cui il welfare è stato contratto. È necessario, quindi, rovesciare dialetticamente la questione, facendo sì che quello che appare come un problema per i lavoratori diventi un problema per il capitale.

La soluzione, quindi, non sta nell’attaccare i lavoratori immigrati, magari con la motivazione che sono un esercito industriale di riserva, e alimentare così la guerra tra poveri. Al contrario, la soluzione sta nella costruzione di una dimensione unitaria delle lotte e delle rivendicazioni sul piano del salario diretto, che si riceve in busta paga, e indiretto, che si riceve sotto forma di servizi. Questo comporta tre tipologie di intervento. La prima e più importante è sugli investimenti pubblici, che devono essere tali da rilanciare l’economia e la domanda di forza lavoro. La seconda è la lotta al lavoro nero e la definizione di un salario minimo orario adeguato, rivolto proprio a quei settori a basso salario e scarse o nulle tutele dove il lavoro immigrato trova impiego più frequentemente. La terza è il rilancio del welfare massacrato da un decennio di tagli, e che deve comprendere la sanità ma anche un piano di edilizia popolare.

Tutto questo, però, richiede la rottura in primo luogo con i vincoli europei e in secondo luogo con il meccanismo di concertazione con il capitale, aspetti che la triplice sindacale non vuole mettere in discussione. È una contraddizione in termini voler rimanere in questa Europa e essere insieme per l’accoglienza degli immigrati, in quanto la seconda è incompatibile con la prima. Per questa ragione la questione dell’immigrazione è centrale, non perché ci sarebbe una invasione di immigrati in corso, ma perché l’immigrazione è una delle questioni che permette far emergere le contraddizioni del capitalismo dell’epoca attuale e del sistema sociale e politico che vi si erge sopra».

Semplicemente perfetto.

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