Di Pino Cabras

Partiamo da quel voto. La votazione su Rousseau ha suggellato la nascita del nuovo governo Conte, la cui maggioranza parte dal perimetro di M5S e PD. Non mi sorprende la portata del risultato, visti i nomi che gli attivisti del MoVimento 5 Stelle scelsero già nel 2013 e nel 2015 come candidati da proporre alla Presidenza della Repubblica: erano nomi in gran parte provenienti dal meglio dell’esperienza storica della sinistra del Novecento. Rodotà e Imposimato furono due occasioni eccezionali offerte dal M5S ai partiti che avevano ereditato l’insediamento elettorale della sinistra, soprattutto al PD, ma quei partiti le rifiutarono in modo arroccato, conservatore e oligarchico.
Insomma non da oggi il bacino degli iscritti del M5S è portato a far leva sul mondo della sinistra, un mondo che – prima di consegnarsi docilmente al neoliberismo e alle cattive pratiche amministrative – aveva una capacità di presentare personalità e leggi connesse a un’idea progressiva del bene comune. Nonostante ondate di critiche corrosive da loro stessi riversate per anni contro le politiche del PD, decine di migliaia attivisti M5S hanno di fatto conservato una residua ma granitica aspettativa circa la riformabilità della sinistra. Il pendolo ritorna tanto più su quel lato dopo la fine traumatica del rapporto sfilacciato con la Lega di Salvini. E di nuovo, via Rousseau, al PD offrono un’ennesima occasione, che si colloca in un momento particolare in cui i principali dirigenti europei vogliono che si stabilizzi almeno il fronte sud dell’Europa, almeno finché sarà aperto il fronte troppo caotico della Brexit.
Questa tendenza degli iscritti pentastellati è molto chiara, e si è rafforzata per contraccolpo ora che si è conclusa la breve stagione del governo con la Lega, demolita dalla tracotante dismisura del capo leghista. Gli attivisti cinquestelle, malgrado l’ispirazione molto diversa, nel 2018 avevano voluto ugualmente il “contratto del governo del cambiamento” con il Carroccio in modo da avviare una prima serie di importanti riforme, molte di carattere sociale, ambientale, legalitario, su temi per troppi anni ripudiati dal PD. Il voto che battezza il BisConte trascina il cambiamento troncato dalla Lega dentro il recinto del Partito Democratico. Si tratta di un partito che ha sì tradito tante volte ogni idea di cambiamento, ma caparbiamente gli attivisti del M5S vogliono crederlo ancora fertile.
Eppure, vi rivelo, io faccio parte di quel 20 per cento degli iscritti alla piattaforma Rousseau che ha votato No, per diverse ragioni: perché i punti programmatici da noi proposti, ancorché fossero stati accettati discorsivamente dai negoziatori del PD, erano in quel momento diluiti in testi affievoliti con formulazioni più deboli; perché non avevo ancora idea della reale composizione del governo e non sapevo ancora se sarebbero entrate o meno personalità del tutto organiche alla logica “austeritaria” del Fiscal Compact; perché ero affezionato all’idea di provare altre strade (come quelle che illustrai qui: https://www.pinocabras.it/la-crisi-di-governo-in-3d-di-matteomatteo/).
Ho votato in minoranza, dunque, ma devo tenere conto seriamente del dato politico prevalente emerso in seno all’attivismo strutturato e censito del M5S. È un dato fortissimo e significativo, e vincola l’azione verso la scommessa storica della “riformabilità del PD”. Per molte ragioni non nutro affatto illusioni circa la riuscita nei prossimi anni di questo tentativo politico, ma comprendo l’impeto che ha fatto esprimere con forza la “volontà di provarci”. È questa una missione estrema perché è evidente che in Italia la sinistra, dopo essere stata intimamente conquistata dalle ideologie neoliberiste, non si è preparata minimamente a rivederle e dismetterle. E il momento non sarebbe oggi, sarebbe stato avantieri. Arriviamo dunque in condizioni non ideali. Ma tutto può cambiare.

DISCONTINUITÀ

Cito ogni volta l’esempio britannico di Jeremy Corbyn: il partito laburista ha sostituito idee e persone dell’era di Tony Blair. Il PD invece esprime ancora un’ideologia pervasa di neoliberismo e anche il suo personale politico attuale ci sta dentro fino al collo. Ora, dal PD ci chiedono discontinuità rispetto ai mesi di governo con la Lega, ed è cosa legittima (purché non sia reclamata da sopra un piedistallo). Ma è altrettanto legittimo e doveroso che siamo noi a chiamare il PD a compiere una discontinuità molto più radicale rispetto ai decenni in cui si è legato mani e piedi – e ha legato un intero Stato – al “vincolo esterno” bruxellese, al Fiscal Compact, al debito, agli assurdi parametri di Maastricht e alla loro interpretazione più sorda, cioè quelle misure che hanno incatenato interi settori economici e hanno peggiorato la vita di milioni di persone, portandole a disaffezionarsi ai partiti tradizionali e a pretendere nuove strade, nuovi modi di governare rispetto a un euroconformismo devastante.
Quando ad agosto sono andato a Parigi a trovare il prof. Jean-Paul Fitoussi, mi ha colpito la formula assai semplice con cui il grande economista ha descritto e condannato la pretesa ottusa con cui opera l’Unione Europea rispetto agli Stati: «puoi cambiare il governo, ma non puoi cambiare la tua politica». Ecco, il PD finora ha accettato appieno questa regola non scritta. Il M5S finora invece vi si è opposto. Il punto è: il PD vuole iniziare a respingere questa eterna richiesta dei padroni del discorso europeo? E il M5S vuole continuare a respingerla, pena snaturare la sua funzione storica grazie a cui ha raccolto milioni di voti? Dove vogliamo portare davvero la famosa “discontinuità”? Non è che in attesa della riformabilità del PD avviene già ora una controriforma del M5S che rischia di finire nell’orbita di un PD “irriformato”?
Sono domande che pongo all’attenzione degli iscritti che ci hanno massicciamente detto “suvvia, provateci”. Gli iscritti sono una piccola porzione rispetto a una cerchia molto più ampia, quella degli elettori, che hanno votato M5S avendo uno sguardo molto critico verso il volto più crudele dell’attuale costrutto europeo. Voglio ricordare agli iscritti, e anche ai colleghi parlamentari che più sono inclini all’avventura di questa nuova maggioranza politica, che il consenso del precedente governo Conte proveniva da un elettorato che voleva farla finita con le pratiche dei precedenti governi. Quel gradimento era costantemente intorno al 60% e non veniva scalfito da singoli episodi o provvedimenti che magari disturbavano una parte di quell’elettorato, né dai cambi dei rapporti di forza nei sondaggi o nelle elezioni regionali ed europee. Quel consenso era un enorme ombrello in grado di coprire e perdonare le divisioni, le contraddizioni, gli errori anche gravi, perché durava in funzione di una svolta profonda che in tantissimi volevano realizzare. Certo, se Salvini avesse scelto di non gonfiarsi come la rana della favola, e se mia nonna avesse le ruote…
Controprova: Giuseppe Conte oggi gode di un apprezzamento personale ancora elevatissimo in virtù delle qualità personali con cui si è fatto stimare, ma il nuovo governo con la nuova formula gode di un consenso assai più basso, intorno al 36%. Sbaglierebbe gravemente chi sottovalutasse questo dato e si proponesse magari una bella restaurazione di persone, metodi e valori che ripugnano a una netta maggioranza di cittadini. L’incredibile coro che inneggia alla fine del “populismo” esprime una gioia velenosa e azzardata, una sottovalutazione di umori popolari profondi che hanno radici nella grande crisi dell’ultimo decennio, a cui quelli che “a volte ritornano” vorrebbero rispondere con una fame di rivincita foriera di disastri. Vediamo già rifiatare quelli abituati da anni a governare con la sfacciataggine dei padroni assoluti che si prendevano tutto con pochi consensi e tanti trucchi. Il caso della neoministra piddina alle infrastrutture De Micheli, che pare reincarnare la iattanza dell’ultimo Salvini cementificatore, è molto significativo: vuole già sbrindellare il programma “green” appena sottoscritto e vuole iniziare una stagione di scontro feroce.
Glielo dico chiaro e tondo: De Micheli, non ci provare nemmeno! Perché è vero che ora ci sporchiamo le mani in questo secondo governo (difficile e complicato quanto il primo), ma non ti stiamo affidando un feudo dove fai quel che vuoi in preda a un’ideologia anti-ambientale, con il cinismo sconsiderato di chi pensa che i programmi siano carta straccia. Entriamo anche nelle tue stanze, ti facciamo leggere le carte sottoscritte e ti facciamo rispettare gli accordi a muso duro. Non ci possono essere equivoci di sorta.

RIPENSAMENTI EUROPEI

In questi giorni numerose eminenti personalità dell’Unione Europea e i governanti degli stati membri più importanti stanno facendo a gara per dire che è arrivato il momento tanto atteso: siccome le economie arrancano, a partire da quella tedesca che fin qui ha imposto a tutti la deflazione, beh, è arrivata l’ora della flessibilità, con meno austerity, più deficit, più investimenti nei settori avanzati, magari quelli “green”. E siccome il nuovo governo italiano viene permeato tramite il PD e LEU da un pezzo della retorica europeista, potrà finalmente beneficiare di concessioni prima respinte.
Una parte del nuovo governo, in particolare il neoministro dem dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, si porta dietro tutta una carriera il cui vanto è consistito sempre nel fare il mediatore che smussa qui e lì le regole spietate sovrastanti via via adottate dalle istituzioni europee. Chi lo ha conosciuto bene nel gruppo socialista me lo descrive come uno che appoggia sempre l’orecchio sul terreno per sentire i rumori dei bisonti tedeschi e francesi, che teme e non spera di contrastare, ma solo di accompagnare ed eventualmente rallentare. Poi si concede ogni tanto pubblicamente vaghe aspirazioni al cambiamento delle regole. Ecco, i tempi vaghi son finiti, e bisogna rinegoziare davvero i parametri con cui condividere lo spazio europeo di fronte alle nuove sfide e agli effetti della lunga stagnazione aggravata da quelli rimasti succubi dei bisonti.
Il programma di governo è un florilegio di punti che implicano la fine dell’austerity. Ottimo. Le dichiarazioni di Mattarella sono state un invito a ripensare in questo senso la politica economica. Ottimo idem. Ma sul programma pende la spada che si è autoinflitto: frequenti richiami ai limiti rigidi della finanza pubblica. Ossia quelle esitazioni che portano a faticose negoziazioni su virgole percentuali che non lasciano spazio fiscale di manovra. Occorre fare una scelta più coraggiosa. Per questo ho depositato la proposta di legge sui Certificati di Compensazione Fiscale, in modo da creare una liquidità nuova che non sia impedita dalle durevoli logiche “austeritarie”. Ritengo in proposito che presso il Ministero dell’Economia e Finanze debba partire una vera stagione di cambiamento con gente nuova e metodi nuovi, nella parte politica e nella macchina burocratica, senza accondiscendenza verso i tradizionali beneficiari degli equilibri europei. Perciò sono contento che al Ministero degli Esteri ci sia Luigi Di Maio, un ministro che porta tutto il peso politico del Movimento 5 Stelle dentro una nuova fase della vita internazionale che non chiede approcci burocratici ma iniziativa politica. Non ci sarà più un ministero degli esteri a rimorchio di tutti, e questa è una novità da valorizzare, specie di fronte ai rischi incombenti a livello globale per i quali occorre dare risposte attente alla pace e alle ragioni di sopravvivenza dell’umanità.

POPOLO E SOVRANITÀ

Al battesimo del governo dunque troviamo molti che hanno odiato i termini “populismo” e “sovranismo”. Il grande problema è che una parte di loro odia anche il senso dei termini sottostanti, popolo e sovranità, presenti peraltro nell’art. 1 della Costituzione. Nessuno perciò lo dimentichi all’atto della nascita del governo: è già in atto una profonda delusione di elettori, gruppi, intellettuali, formazioni sociali che accusano una restaurazione e vedono un ritorno di chi vuole prescindere da popolo e sovranità. Siamo mossi dalle circostanze a una scommessa difficilissima, dobbiamo nuotare controcorrente nei gorghi della crisi dell’Europa, e non dobbiamo dimenticare in nessun momento di dover essere portavoce di una persistente voglia di cambiare le regole, i rapporti di forza, lo spirito delle relazioni fra popoli e nazioni. È una realtà di milioni di cittadini che deve stare dentro il perimetro degli interessi che difendiamo.
I più “governisti” sembrano voler ignorare queste voci, ma spenderò molte energie per far loro cambiare totalmente prospettiva. Per parte mia gli scontenti che vogliono cambiare, che ci ricordano il tema della sovranità, anche quando ci criticano con durezza, non sono voci esterne, ma voci interne al mio progetto, prospettive degne di ascolto, energie umane da portare nelle scrivanie di decine di parlamentari e nei tavoli ministeriali. Farò di tutto per creare un circuito fra il Palazzo e queste energie intellettuali e morali, pienamente politiche, attraverso incontri, scambi, convegni, iniziative mediatiche, associazionismo nuovo, serbatoi di pensiero, riserve di spiritualità.
Saremo insieme vigili e combattivi.

Pino Cabras è un deputato del M5S

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