Primo Levi (1919-87) è il testimone esemplare di uno degli avvenimenti più strazianti della storia europea: la deportazione nei campi di concentramento e la riduzione in schiavitù di milioni di esseri umani, compiute dalla Germania nazista. Entrato giovane nelle file della resistenza italiana, Levi sarà arrestato nel 1944 e, in quanto ebreo, deportato ad Auschwitz da dove uscirà solo alla liberazione del campo avvenuta un anno dopo. Ritornato in Italia, nel 1946 scrive un libro di testimonianza in cui analizza l’esperienza vissuta: Se questo è un uomo. Un testo che passa inizialmente inosservato ma che, con il trascorrere degli anni, assume lo statuto di classico e spinge l’autore – in occasione di incontri con i lettori, di riedizioni del libro o di traduzioni in altre lingue – a ritornare costantemente sui temi trattati. Da queste meditazioni nascerà un nuovo libro, I sommersi e i salvati. Apparso nel 1986, un anno prima della morte, I sommersi e i salvati conclude una carriera letteraria iniziata quarant’anni prima e ci appare oggi come il testamento spirituale del suo autore […].

All’inizio del libro Levi racconta che lui e molti altri superstiti erano ossessionati da uno stesso pensiero: che la propria sofferenza restasse ignorata, che questa pagina della storia non venisse mai scritta. Levi e gli altri superstiti hanno uno stesso incubo ricorrente: in quell’incubo si vedono mentre stanno raccontando e il loro interlocutore si volta e se ne va in silenzio. Una speranza questa che avevano anche i comandanti nazisti, i quali contavano di cancellare così ogni traccia dei loro crimini. Sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, noi possiamo appurare che sia quella preoccupazione, sia queste speranze sono risultate vane. Probabilmente nessun’altro avvenimento storico ha suscitato tante memorie quante questa guerra; le pagine che le sono state consacrate si contano a milioni; e nessuno – almeno nei paesi dell’Europa occidentale – può sfuggire a film o alle trasmissioni televisive che ogni settimana vengono dedicate alle follie del nazismo. Hitler, lontano dall’essere dimenticato, è diventato un nome noto a tutti. Dunque, anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l’avvento, non sono invece rari. Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi noi dobbiamo aggiungere: tuttavia non basta.
Perché? Perché tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. Basta cioè cambiare luogo, etichetta, circostanze, e non vediamo più nessun buon motivo per trarre dal passato lezioni che potrebbero applicarsi anche a noi. I resistenti e i combattimenti francesi della Seconda guerra mondiale non ignoravano gli orrori nazisti; eppure questo non ha impedito loro, dopo la liberazione, quando occupavano posti di comando nell’esercito o nel governo, di reprimere nel sangue le richieste di un po’ più autonomia fatte dalle popolazioni delle colonie: 15.000 morti a Sétif, in Algeria, nel 1955; 40.000 morti in Madagascar, nel 1947 -prima di arrivare all’uso sistematico della tortura, ancora in Algeria , a partire dal 1954. I dirigenti israeliani non ignoravano niente, se ne può essere certi, delle persecuzioni subite dagli ebrei durante la guerra; ciò non ha impedito loro, in diversi momenti a storia recente, di perseguitare a loro volta i palestinesi che avevano il torto di tirarsi ancora su quella terra che aveva smesso di essere loro.

[…] Non è dunque necessario che siano presenti tutte le caratteristiche tipiche dello Stato totalitario perché ricompaiono alcune delle sue pratiche. Levi lo sa bene: la violenza illegittima (se non inutile) non è prerogativa solo dei regimi nazisti e comunisti, si incontra anche nelle democrazie parlamentari. Basta soltanto che le voci dei capi politici la presentino come necessaria, persino come urgente; subito sarà rilanciata da media onnipresenti e poco dopo sostenuta dalla corte di autori e intellettuali che sanno bene come trovare giustificazioni razionali alle scelte del potere: tali scelte sono sempre fatte in nome della “difesa della democrazia” o del “male minore”. Per il lettore odierno, testimone della guerra intrapresa dagli Stati Uniti in Iraq, la messa in guardia di Levi acquista una nuova pertinenza, dalla condanna della “violenza preventiva” fino a quella del trattamento dei prigionieri nemici che ha lo scopo di “far crollare subitoa capacità di resistere” iniziando con una “denudazione totale” per finire con altre pratiche di umiliazione come a Guantanamo e a Abu Ghraib. Cosa che non permette affatto di stabilire un’equivalenza “US=SS”, ma mostra che il male, anche se attenuato, si può ritrovare sull’intera superficie terrestre -un male a volte anche compiuto in nome di un glorioso passato di opposizione al fascismo e di resistenza al comunismo.

La semplice memoria del male non è dunque sufficiente a prevenirne il ritorno; bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da un’interpretazione e da istruzioni per l’uso; ed è proprio quello che ci offre Levi nei Sommersi e i salvati. Levi non si accontenta di rievocare gli orrori del passato, ma si interroga – a lungo, con pazienza – sui significati che tali orrori hanno oggi per noi; ed è proprio in questo atteggiamento verso il passato che sta la sua lezione più preziosa […].
Che uomini come lui abbiano camminato su questa terra, che siano sfuggiti all’insidiosa penetrazione del male che sapevano così bene descrivere è fonte di incoraggiamento per il lettore di questo libro, comunque sprofondato negli abissi della miseria umana. Tuttavia, non si può fare a meno di essere toccati, leggendo, anche dalla malinconia crescente del suo autore. Se questo è un uomo, che pure dà molto più spazio agli orrori vissuti personalmente da Levi a Auschwitz, provoca un’impressione meno deprimente. Il motivo non è soltanto che Levi è passato dalla rivendicazione alla meditazione. È anche che nel primo libro si è confrontato con un male particolare, sebbene estremo; mentre nei Sommersi e i salvati, ha a che fare con le sorgenti (o le metastasi) di quel male: meno eccezionali, ma all’improvviso onnipresenti. La facilità con la quale si è diffuso il male di cui è stato testimone si spiega non solo con la volontà dei dirigenti nazisti ma anche con l’indifferenza di cui ha dato prova il popolo tedesco. Levi non può non metterlo sotto accusa, e tuttavia sa anche che la compassione illimitata è riservata ai soli santi – i quali sono estremamente rari. «Se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere ». Come Rumkowski, lo scialbo «Presidente » del ghetto di μódz´, siamo tutti pronti a essere abbagliati dal potere e a scendere ad ambigui compromessi. La via che Levi raccomanda pare a lui stesso insieme necessaria e impossibile da praticare: ce n’è abbastanza di che scoraggiare una qualsiasi lucida analisi. Eppure resta l’unica strada raccomandabile. Levi si è sempre negato la via più facile: quella cioè di stigmatizzare i «cattivi» come un sottogruppo dell’umanità, completamente distinti da noi. No, invece, i guardiani, anche i peggiori, non sono mostri – sono esseri umani tristemente ordinari, uomini qualsiasi, trasformati soltanto dalle circostanze. Ecco perchè ogni soluzione che proponga un chirurgico e radicale scarto fra noi e loro è illusoria. Il motivo della loro decadenza non è la loro natura, è piuttosto l’essere «stati educati male». Bisogna naturalmente intendere la parola «educazione» nel suo significato più ampio, che include non soltanto la scuola, ma anche la famiglia, i media, i partiti e le istituzioni – dunque, per gradi tutto quanto il sistema totalitario. Per chi ne vive fuori ma sogna di eliminare tutto quanto lo ricordi, la strada è segnata: consiste nel praticare una migliore «educazione». È proprio a questo che Levi ha dedicato la sua vita, scrivendo, parlando e dando a noi l’esempio di un uomo che non si è lasciato contaminare da quello stesso male in cui si è trovato immerso; dando vita a racconti e riflessioni che permettono ai lettori di proiettarsi in situazioni che non hanno mai conosciuto. Il successo dei suoi libri, la notorietà del suo nome, indicano che c’è riuscito: è riuscito cioè non tanto a convertire l’umanità a una fede migliore, o a comunicare la saggezza a ogni capo di stato occidentale, ma è riuscito piuttosto a spingere i suoi milioni di lettori a prender coscienza del male, sia fuori che dentro di loro. Certi giorni Levi doveva sentirsi scoraggiato vedendo che i risultati della sua battaglia erano così lenti ad arrivare, così spesso controbilanciati da veri e propri passi indietro; doveva sentirsi scoraggiato che le virtù acquisite non fossero né contagiose né ereditarie, scoraggiato di dover ricominciare il lavoro da zero con ogni nuovo individuo. Altri giorni, più realista, si ricordava invece di trovarsi di fronte a «una guerra senza fine». Ed è proprio perché questa è una guerra interminabile che noi abbiamo ancora bisogno di Primo Levi.

Tzvetan Todorov

Prefazione a I sommersi e i salvati, di Primo Levi, Einaudi,Torino, 2007

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