Di Andrea Zhok

Dopo la vittoria Tory in Gran Bretagna si è riproposto una volta di più un problema oramai classico, ovvero quello del rapporto tra politiche di destra / sinistra e questione nazionale.

Di fatto, l’uso strumentale (e vincente) delle ‘rivendicazioni nazionali’ in chiave nazionalistica da parte delle destre è oramai un pattern consolidato da tempo.

Più volte in passato forze di destra liberale, padronale, o neoliberale sono state in grado di appellarsi con successo alla questione nazionale in forme tali da usarla per distogliere il discorso pubblico dai problemi del capitalismo, dalla tendenza allo sfruttamento illimitato dell’uomo e della natura.

Si tratta di una dinamica che, con varianti, ha accompagnato la nascita dei nazionalismi nel mezzo secolo che precede la prima guerra mondiale, che si è ripresentata in forma di contenimento dello scontento popolare all’indomani della guerra (fascismi europei), e che ha trovato un’ultima versione nelle forme pure dello stato neoliberale (gli Usa di Reagan – ma anche di Trump; il Regno Unito della Thatcher, ma anche di Johnson).

Di particolare interesse sarebbe vedere come i fascismi nel primo dopoguerra subiscano una rapida metamorfosi da movimenti apparentemente popolari e sociali (si veda il ‘programma sansepolcrista’ del 1919 o le istanze di Roehm e dei fratelli Strasser nelle SA) a movimenti di protezione del grande capitale, da esso finanziati.

Ora, storicamente, nelle crisi più profonde del capitalismo il ricorso alla soluzione ‘nazionalista’ di destra è stata sempre vincente.
Lo è stata per una ragione semplice quanto profonda: le istanze socialiste, o più in generale di tutela dei lavoratori, hanno pensato di non aver bisogno di appellarsi ad altro che al ‘comune interesse economico’ dei lavoratori per avere il popolo dalla propria parte.

E così facendo hanno sistematicamente perso.
Una certa tendenza all’economicismo e ad un’antropologia astratta, che ha caratterizzato il movimento socialista, comunista e poi ‘di sinistra’, ha finito per perdere il popolo perché se lo è dipinto in un modo paradossalmente troppo vicino all’homo oeconomicus liberale: come un massimizzatore individuale dell’interesse economico.

Questo errore di fondo ha sempre lasciato il campo libero alle destre per un utilizzo strumentale, ma vincente, del tema dell’identità nazionale e comunitaria.

In questo atteggiamento ha giocato (e purtroppo ancora gioca, come mostra la recente vicenda del Labour) la sottovalutazione di un fattore cruciale: l’identità territoriale di gruppo è una forma antropologica primaria di riconoscimento, è la sorgente primaria cui attingono gli impulsi di generosità, solidarietà e partecipazione che animano gli ideali socialisti (e in generale le critiche strutturate al capitalismo).
Se si pensa di aggirarlo, di farne a meno appellandosi ad astrazioni, l’unico risultato che si ottiene è di perdere il popolo (e rampognarlo poi per quanto male esso ‘faccia il proprio interesse’ non servirà a nulla se non a farsi disprezzare).

Oggi la speranza (davvero per il momento non molto più che una speranza) è che i tempi siano maturi perché forze di ispirazione socialista si facciano carico di quella dimensione, comunitaria e nazionale, evitandone quella conversione in nazionalismo aggressivo, che è sempre manipolabile a piacimento da chi le guerre – anche quelle ‘giuste’ e ‘umanitarie’ – le finanzia.

Senza la rivendicazione di queste dimensioni di appartenenza comprensibili e intuitive, senza l’appello alla difesa (e ricostruzione) delle comunità territoriali – locali, regionali, nazionali – le istanze anticapitaliste non hanno nessuna possibilità di imporre la propria agenda, e lasceranno che la partita si giochi tra due forme del liberalismo, quella ‘gaiamente cosmopolita’ e globalizzante, e quella nazionalistica reazionaria.

Il terreno appare stretto perché siamo culturalmente abituati a non riconoscerlo; ma in effetti è una prateria, perché nessuna istanza politica è meglio in grado di coltivare gli interessi e le passioni dell’uomo reale, radicato in una storia e in un ambiente.

1 COMMENTO

  1. Assolutamente. La destra finanziaria del denaro e quella che vuole distruggere gli Stati nazionali per eliminare i diritti sociali e le democrazie; deportare schiavi dall’Africa per sfruttarli senza pieta e abbassare i costi della forza lavoro; e che ambisce a eliminare la famiglia intesa come l’ultimo baluardo di una microsocieta non a forma di merce. La sinistra fucsia e liberale del costume, anziche opporsi a questo progetto di classe, lo giustifica sul piano teorico dicendo che chi difende lo Stato nazionale e un fascista regressivo; chi supporta la famiglia tradizionale un omofobo patriarcale e, ancora, che chi si oppone alle pratiche della deportazione di massa, dette dell’immigrazione di massa, e uno xenofobo. Tutto cio che la destra del denaro fa la sinistra fucsia del costume giustifica. Sono le due ali del medesimo sistema liberista e cosmopolita. : “And the world will be as one”. Questo brano e il sogno del globalismo. Il mondo diventa uno perche trionfa un solo mercato senza confini. Le sinistre che sono passate dal rosso al fucsia, dalla falce e martello all’arcobaleno, hanno abbandonato l’internazionalismo proletario del lavoro e sono passate – anzi si sono vendute, senza neppure saperlo fino in fondo, in molti casi – al cosmopolitismo liberista del capitale. Per cui continuano a chiamare internazionalismo quello che in realta e, essenzialmente, il globalismo capitalista. Questo e il dramma che le porta a confondere le due realta, senza capire che il cosmopolitismo capitalistico combatte gli Stati nazionali per imporre il mercato unico. Invece, l’internazionalismo socialista presuppone gli Stati nazionali e implica un rapporto tra questi, non la loro distruzione.

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