Di Maurizio Vezzosi*

Al tramonto

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Al tramonto, in una posizione sulla linea del fronte, un pasto dei miliziani dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk. Uno scatto di qualche giorno fa.

Lom

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Si fa chiamare Lom, trentotto anni. E’ nato nella regione di Lugansk, a pochi chilometri dalla linea del fronte su cui combatte da anni nelle fila delle milizie popolari. Ha una moglie e due figli. Appena lo incontro, nei pressi di una posizione quotidianamente teatro di combattimenti, si toglie il casco e me lo infila. “La tua testa vale ben più della mia”. Replico: “Cosa stai dicendo? Non scherzare, riprendilo”. Farfuglio qualcos’altro con un nodo alla gola, mentre liquida le mie rimostranze con un sorriso.
Prima dell’inizio della guerra civile, dopo aver prestato servizio nell’esercito ucraino, era stato uno degli ingegneri che seguivano i lavori di costruzione del sarcofago di cemento armato progettato per limitare il rilascio di radiazioni del reattore della centrale nucleare di Chernobyl.
“Ho lasciato la mia carriera e la mia famiglia e sono venuto a combattere, ma non voglio diventare un eroe per i miei figli. Al contrario, voglio che loro possano avere la possibilità di diventare i miei eroi”.

Coccole al tramonto

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Coccole al tramonto, qualche giorno fa in una trincea sulla linea del fronte. Dintorni di Kirovsk, autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk.

 

El

(Foto: Maurizio Vezzosi)

El. Come quasi tutti i miliziani delle autoproclamate Repubbliche Popolari si presenta con uno pseudonimo: ha ventiquattro anni, ed è arrivato qualche mese in Donbass dalla Russia. E’ un pugile dilettante, come il suo naso lascia intendere. “Prima di venire a combattere lavoravo in un’officina elettromeccanica, e così riuscivo ad aiutare la mia famiglia. Ho deciso di venire in Donbass perché nel 1942 mio nonno ha combattuto qui contro le truppe d’occupazione ed i collaborazionisti. Non riuscivo più a restarmene a casa indifferente davanti al massacro della nostra gente ed al risorgere del fascismo.“

 

Nikolaj

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Nikolaj. Nato e cresciuto a Kirovsk, cittadina che oggi si trova a ridosso della linea del fronte che separa le posizioni delle milizie dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk da quelle dell’esercito ucraino e della Guardia Nazionale. Non ancora ventenne aveva cominciato a lavorare nella miniera alla sue spalle, poi chiusa dopo la sua privatizzazione. Prima della guerra lavorava in un’azienda agricola locale. Nel 2014 comandava un battaglione di miliziani:
“Il governo ucraino ha distrutto le nostre industrie e le nostre miniere. Prima della guerra le nostre richieste riguardavano la federalizzazione dell’Ucraina ed il mantenimento del russo come lingua ufficiale. Il governo ci ha risposto mandando l’esercito quando non eravamo armati. Nessuno di noi voleva la guerra.”

 

Alexej Mozgovoi

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Tre anni fa veniva assassinato in un attentato Alexej Mozgovoi. Questa foto è il fermo immagine di un filmato che documenta l’incontro tra Mozgovoi, l’allora sindaco di Kommisarovka – un paesino a qualche chilometro da Debaltsevo – ed i residenti. La battaglia di Debaltsevo si era conclusa circa un mese prima di quel giorno. Ricordo Giacomo Marchetti di fronte a me, con la telecamera in mano, mentre io avevo in mano un registratore audio e la macchina fotografica. Nello sguardo del sindaco, l’uomo sulla sinistra, nello sguardo dei residenti come nel mio sembra quasi esserci la consapevolezza del destino di Mozgovoi, che verrà ucciso il mese successivo insieme alla scorta ed alcuni civili. Ricordo con dolcezza lo sguardo della donna che curava il suo ufficio stampa, Anija, che il 23 Maggio 2015 si trovava nella macchina che venne saltare in aria e poi crivellata di colpi nella strada tra Lugansk ed Alchevsk. In una delle sue poesie aveva scritto: “Non è poi così male morire di Maggio…”.
Appena qualche settimana fa, durante il funerale di un miliziano della Brigata Prizrak ho rivisto il suo volto inciso sul marmo nero, così come quello di tanti civili e combattenti caduti, perché in Donbass la guerra va avanti, e non fa sconti a nessuno. Tuttavia, sono certo che Alexej Borisovich sarebbe felice di essere ricordato così da chi come me ha avuto il privilegio di incontrarlo e conoscerlo: sorridente e beffardo. Anche, e sopratutto, di fronte alla morte.

Alina

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Alina. Una delle migliaia di persone che vive nei villaggi a ridosso del fronte che divide le autoproclamate Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk ed i territori sotto contro dell’esercito ucraino. La sua casa si trova ad un paio di chilometri dalle ultime posizioni delle milizie popolari. Vive con suo padre: l’anziano, un minatore in pensione, cura l’orto di casa e le arnie dove raccoglie il miele delle sue api. L’anziano parla in surgik, il dialetto che mescola ucraino e russo, e a tratti non lo capisco. Fuma a pieni polmoni una sigaretta dopo l’altra, mentre la figlia prepara il pranzo. Mi racconta dei decenni di lavoro in miniera, mostrandomi il libretto di lavoro dell’Ucraina sovietica ed il passaporto ucraino. “Nell’orto raccolgo di continuo schegge e proiettili”. Camminando all’esterno mi fa vedere i risultati di quattro anni di combattimenti. Mi chiede di non fotografarlo: come migliaia di altri spesso è costretto ad attraversare il fronte, e al momento dei controlli effettuati dall’esercito ucraino e dalla polizia anche la pubblicazione di una banale foto potrebbe creargli seri problemi. Al contrario Alina mi guarda sorridendo e mi dice “Fotografami, e racconta quello che ti dico. Non ho paura di dire la verità. Siamo stufi di quello che il governo ucraino ci ha fatto e continua a farci. L’acqua corrente qui manca da quattro anni, ed anche il gas. Fortunatamente per l’inverno abbiamo il carbone. La guerra continua, ma lavoriamo e andiamo avanti.”

 

(Foto: Maurizio Vezzosi)

Ci sono sguardi che pesano come macigni: sguardi che spiegano quello che non spiegano mille parole. Donbass, Europa. Anno Domini MMXVIII

 

*Postato su Facebook dall’autore

 

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