Di Leo Longanesi

I borghesi non vogliono più la pancia; debbono cancellare il loro vecchio cliché: ora prendono il sole, si tolgono i baffi, giocano al golf, si tuffano in piscina, seguono le ricette del dottor Hauser e fanno molto sport. Ma non sono sportivi. Lo sport è fatica, lo sport richiede metodo, abnegazione, passione. E i borghesi amano lo svago soltanto; fingono di svagarsi, perché si annoiano. Languono, perché la vita che essi conducono è la sola vita possibile che immaginano. Non hanno aspirazioni, né odi né rimpianti. Ubbidiscono soltanto alla macchina che li trasporta: l’automobile. Si sentono a proprio agio soltanto seduti al volante. L’anima loro si spegne appena abbandonano le quattro ruote su cui siedono. Vanno veloci perché la velocità li illude di essere vitali. Rischiano la morte senza ragione, senza sogni, per ubbidire al piacere di spingere il pedale. La morte li spaventa a letto, in guerra, in mare: ma in <<auto>> essi non credono di morire. L’autostrada è il loro Olimpo; la velocità è la sensazione che li ispira, la sola poesia che li esalta; essi toccano il sublime a centocinquanta all’ora; e si immolano su un altare a quattro ruote nel culto di una sensazione che è un surrogato dell’epica. Ma la morte non è contemplata nel loro bilancio: è una voce passiva, di cui non tengono conto; non è attesa, è soltanto accidentale. Essi non hanno l’animo di Teseo né di Icaro; essi non servono né Dio né la scienza, essi si brani di vincere la natura, di vincere lo spazio, di moltiplicare le proprie forze; essi godono fino all’ebbrezza il lusso tecnico, il piacere dell’artifizio: sono i borghesi faustiani, gli inutili eroi del diavolo. La velocità dà loro il senso di una potenza che non hanno: senza fantasia, credono di possederne spingendo una leva che accelera il moto delle quattro ruote su cui siedono; e il moto accende quella fantasia fisica che è la sensazione. La macchina diventa un elemento necessario al funzionamento della loro personalità. Appena scendono dall'<<auto>> ritornano ebeti, animali. Bergson li pianta in asso. Il mondo ai loro occhi si ferma. Appena col piede sulla terra, quell'<<io>> ascetico, che s’era accesi oltre i cento all’ora, si spegne nella noia collettiva. I borghesi ritornano numeri, consumatori di idee altrui, credenti che non credono, padroni che non comandano. Nella nostra società, l’automobile non ha preso il posto della carrozza o del treno; non è un semplice, nuovo mezzo di locomozione: è un simbolo. E come ogni grande simbolo ha i suoi nemici e i suoi eroi. Il nemico si chiama <<pedone>>: esso muore schiacciato lungo la strada e resta ignoto; è carne da ruote, come il fantaccio è carne da cannone. Il suo cadavere è affidato alla polizza di assicurazione. L'<<eroe>> muore al volante come un cavaliere in sella: egli è il signore, il crociato del nuovo Medioevo meccanico, orgoglioso del suo ordine. E le sue gesta sono cantate dai cronisti; egli deve liberare il mondo dal pedone, perché il pedone non ha sete di velocità, la sua anima non si tende, ingombra soltanto la strada dell’avvenire. Il pedone è l’antichità, vive nella polvere, come un figlio del deserto: è il superstite di un mondo di pastori in cui non si conosceva il sapore del latte in scatola. La sua morte non giova al progresso: inutile piangerlo. Le sole lacrime che valgono sono quelle della <<vedova borghese>>; lacrime spartane, tinte di orgoglio, senza umiltà cristiana. Lacrime in cui brillano i riflessi del carburante più venduto. La <<vedova>> dell’eroe morto al volante non impreca contro la macchina assassina; essa si consola nel culto del <<temerario>>, di cui restano le istantanee Leica nell’album dei ricordi turistici. Oh, l’epoca dei viaggi in macchina! Il borghese non ricorda le valli e i fiumi, il verde e l’azzurro, e la terra d’ombra dei panorami; egli ricorda soltanto le curve e le salite di un’Europa asfaltata e parcheggiata, l’Europa di Strasburgo. Il temerario, al Pordoi, fece tutta la salita in meno di un’ora e mezzo, a ottanta all’ora:<< un bolide!>> E il figlio del temerario, come l’erede di un Bushido, ubbidisce alla morale pratica del padre e preme l’acceleratore. Oggi la macchina è entrata a fare parte del decoro borghese, ha preso il posto della laurea, e <<assorbe>>: essa è un quotidiano argomento di interesse, di studio, di conversazione. I suoi modelli, le sue carrozzerie, i suoi motori variano, e occorre seguirne l’evoluzione: esiste tutto un repertorio di immagini, di frasi fatte, di slogans che un borghese moderno deve sapere usare in conversazione; esiste la pubblicità sui giornali e sulle riviste illustrate che ogni giorno bisogna studiare, ancora prima di leggere gli annunci mortuari e il listino di borsa. La macchina richiede un certo interesse da parte dell’uomo, come una moglie; non può lasciarla sola in rimessa; essa esige l’affetto, l’amore di chi la usa. Chi va in macchina, pensa diversamente da chi va a piedi: la psicologia del borghese che va in tram è diversa da quella di chi sta al volante. Chi va <<in auto>> ha una <<concezione nuova della vita, della civiltà, del progresso>>: ubbidisce alle idee della sua macchina, cioè alla tecnica che ha prodotto quella macchina, figlia di altre macchine. Egli crede che occorra rinnovarsi nella lotta contro la natura, per la conquista di un progresso che invecchia nell’attimo in cui lo si raggiunge. Perciò il nuovo borghese cambia ogni anno di macchina, e crede di evolversi: il suo progredire intellettuale è affidato alla scelta di una nuova macchina. Osservando quella dell’anno prima, egli si sente vecchio, antiquato, sorpassato. La giovinezza è nel ritmo accelerato della tecnica, della novità: nell’attimo in cui egli sale sulla sua nuova automobile già sogna quella di domani. E sull’autostrada, il nuovo borghese finalmente muore, col volto ebete volto al contachilometri che segna zero.

Da “Ci salveranno le vecchie zie?”

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