Di Andrea Zhok

GIÙ LE MANI DA DE ANDRÉ

Nelle ultime 24 ore, in occasione del ventennale della morte, ho assistito ad un mucchio di tentativi di tirare per la giacca De André e giocare politicamente la sua poetica di volta in volta in chiave antigovernativa, o immigrazionista, o anarcoliberale, o individualista, ecc.

Ora, se parlassimo di un filosofo, sarebbe giusto ribattere punto per punto, segnalando la parzialità della lettura, la selezione capziosa di frasi di comodo fuori contesto, opponendo altre tesi in altri loci, ecc.

Però far questo per un poeta è semplicemente cattiva, anzi pessima, educazione.

La poesia ha sempre la forza della propria debolezza.
E’, come ogni testo, ma più di ogni altro testo, consegnata senza remissione alla pietas del lettore.
La poesia, la buona poesia, non argomenta, non dimostra, ma mostra un tratto di mondo sotto una prospettiva illuminante.
La poesia porta dunque alla luce verità nella forma della heideggeriana ‘Aletheia’, come disvelamento, ostensione, invito, che non può né vuole negare un disvelamento ulteriore e differente.

La poetica di un poeta autentico non è un programma politico, né un sistema filosofico, né una pubblicità progressista: non ha la forma né le pretese per ottenere gli effetti che quelle concrezioni culturali possono avere.
Ma proprio questa debolezza permette alla poesia di entrare nella casa, nel foro interiore di ciascuno, senza innescare moti difensivi; e con ciò essa può fare ciò che altre forme espressive possono fare con molto maggiore difficoltà: può ampliare il mondo di chi l’accoglie.

La poesia, infine, parla da sola ed è fatta per parlare da sola: non parla attraverso la biografia del poeta, né attraverso i commentari alla sua opera, né attraverso le vicende della sua composizione, né, men che meno, attraverso le strumentalizzazioni a posteriori a difesa di ideuzze in cerca di conforto.

Chi strumentalizza una poesia ed una poetica (per di più profittando vilmente dell’impossibilità dei morti di replicare) commette qualcosa di simile ad un sacrilegio o ad una bestemmia laica.

Per darsi credito e decorare il proprio miserrimo spazio non si perita si toccare le ali della farfalla, anche se questo poi le impedirà di volare di nuovo.

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