Di Federico Leo Renzi

Spesso in privato mi chiedono quale sia la difficoltà principale nel “lavorare” con i giovani. Credo tutto sia riassumibile in “non si esprimono”. A prima vista la cosa può sembrare semplice, in realtà contiene una serie di problematiche molto complesse. Dal punto di vista oggettivo, se esprimersi lo intendiamo con comunicare, i giovani si esprimono continuamente. Nel vestiario, sui social, nei gruppi Whatsapp, con testi, hastag, foto, oggetti. Per estremo paradosso, per un “adulto” è molto più facile entrare a contatto con l’espressione dei giovani oggi rispetto a 20 anni fa. Basta andare sotto il profilo di un influencer su Instagram e aggiungere i contatti dei commentatori, o andare su Youtube e seguire i suggerimenti della piattaforma. Il problema quindi non è intercettare ciò che dicono, ma decriptarlo. Per decriptarlo servirebbe che chi ha le chiavi del codice te le desse e ti spiegasse come usarle… e qui sorge l’immenso problema. I giovani di oggi mancano di autoriflessione e di prospettiva storica, cioè non capiscono il perché dicono/pensano/fanno ciò che dicono/pensano/fanno in quanto non lo problematizzano, e per problematizzarlo dovrebbero confrontarlo con ciò che viene fatto e pensato dalle generazioni precedenti e da quelle seguenti. Dovrebbero cioè mettersi in prospettiva, contestualizzarsi, leggersi nelle dinamiche di relazione inter e infra generazionali. Questo modello di pensiero è a loro estraneo: pensandosi tutti come isole autosufficienti e autofondate, ogni tentativo di discorso che li contestualizzi lo rigettano con un semplice “io faccio/penso così perché io sono così, se tu pensi/fai così è perché sei così”. L’approccio inverso, che salta il collettivo per andare direttamente all’individuale è altrettanto fallimentare: se si chiede loro cosa provano, cosa sentono, cosa vogliono non lo sanno spiegare. Non lo sanno spiegare non perché siano stupidi o vuoti, ma perché sono totalmente disabituati a parlare con un esterno/estraneo della loro interiorità: parlare con un estraneo significa sempre rendere conto di sé ad un terzo, che per loro è qualcosa di inconcepibile, dato che ognuno è ciò che è e fa quello che fa perché… è così. I vecchi codici che noi ritenevano universali per parlare di sé, cioè l’uso di differenti parole per indicare emozioni, sentimenti, relazioni, ecc da loro sono eliminate o totalmente risignificate, ma per capire come le risignifichino bisognerebbe appunto che ti spiegassero perché hanno preso quella parola e ne hanno modificato il senso per adattarla al loro vissuto… cosa che non fanno, perché è così in quanto è così. Il risultato di questo processo è sotto gli occhi di tutti: l’erosione di ogni significato condiviso non li ha resi più unici o complessi, ma più semplici; e questa semplicità non li ha resi più adatti alla vita di gruppo o comunitaria, ma tremendamente più soli di quanto lo fossero mai state le generazioni precedenti.

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