«È solo l’altra faccia della medaglia il fatto che a volte non ci si senta da nessuna parte così soli e abbandonati come nel brulichìo delle grandi metropoli», scriveva George Simmel. Ed ecco definito l’uomo del nostro tempo. Perduto, senza volto, percorre strade prestabilite con la spontaneità del maiale – cieco – senza madri e senza Dio. Biologicamente incapace di dire “no!”.

La solitudine dell’uomo: il più grande successo del Potere che si è spersonalizzato in così tanti volti da far parlare di sé solo attraverso astrazioni generiche: il neoliberismo, il capitalismo e, per l’appunto, il Potere. Ma che nomi hanno quelli che detengono il potere? Come sono le loro facce? Chi pretendiamo di rovesciare? I consigli di amministrazione? I tecnocrati?

Il 24 giugno del ’74 Pasolini scriveva sul Corriere:« Scrivo ‘Potere’ con la P maiuscola […] solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è». Sappiamo che c’è ma non sembra possibile individuarlo con precisione e quindi opporvisi.

Un Potere talmente inglobante e totalitario da apparire – senza tuttavia rivelarsi – insormontabile. Quando il potere era incarnato dal fascismo e dal nazismo era chiaro chi fosse il nemico, ma «come è possibile opporsi allo sviluppo e alla tecnologia?» si chiede Massimo Fini nei suoi libri.

Le trasformazioni in atto ai nostri giorni, dall’estensione globale del sistema socio-economico neoliberista alla rivoluzione tecnologica, hanno portato le società civili in una dimensione spaventosamente sconosciuta, decretando la solitudine dell’uomo e la morte delle comunità.

La tecnologia ha portato a realizzazione la morte di Dio, depravandola, pervertendola e annichilendo la necessità dei legami sociali fino a renderci del tutto estranei tra di noi. È per questo motivo che le grandi piazze di questi giorni non fanno paura. Senza sapere chi siamo e cosa pretendiamo, prendiamo a calci il vuoto, l’ultima assurdità di questi tempi.

Essere soli l’uno a fianco all’altro. Così vicini e così sconosciuti, irriconoscibili. Stretti, senza nulla rischiare, noi giovani nella nostra dolce stupidità. Nella nostra perdonabile ingenuità. Noi che siamo condannati ad arrenderci dopo aver creduto di aver detto la nostra.

Smaniosi di annunciare di esser stati là, in piazza, senza però aver avuto la capacità di elaborare le nostre rivendicazioni. Del resto l’importante è partecipare, e farlo sapere a tutti. Riuniti per portare avanti rivendicazioni politiche, non abbiamo realizzato che flash mob, senza dare una prospettiva politica attiva a tale generica coscienza generazionale.

Contro chi stiamo gridando? Quale oppressore vogliamo rovesciare? Che cosa vogliamo proporre? Qual è la nostra visione dell’esistenza? Da  Bologna a Salerno fino alla Sicilia e all’Abruzzo, siamo scesi in piazza credendo che il nemico sia solo chi usa espressioni scorrette ma che non è in nulla diverso da quelli che «mettono le mutande alle parole».

Nel Manifesto pubblicato dalle sardine c’è scritto:«Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata». Ma non si è ancora capito che il “populismo” è figlio naturale di trent’anni di politiche neoliberiste, portate avanti nel nome dell’austerità.

Riempire le piazze di tutta Italia non sarà ancora sufficiente finché non saremo in grado di aggredire le cause del disastro sociale contemporaneo e non soltanto le sue conseguenze. Secondo dati Inps-Losai, le fasce più fragili della popolazione oggi guadagnano il 20% in meno rispetto a trent’anni fa. I più ricchi al contrario rispetto agli anni ’90 guadagnano il 20% in più. Chi sono i colpevoli?

Dal 2002 ad oggi i finanziamenti destinati agli asili nido, agli anziani e ai disabili sono stati falcidiati del 75%. Trento realizza una spesa pro-capite per i servizi per la prima infanzia spendendo 2.200 euro annui, la Calabria ne spende 90. L’Italia è in avanzo primario dalla firma del Trattato di Maastricht, e da allora lo Stato ha sottratto al Paese 700 miliardi di euro destinati alla pubblica amministrazione. Chi sono i colpevoli?

È così che ci sfuggono i nemici di mano, mentre manifestiamo, acclamati e strumentalizzati da chi ha sempre sostenuto l’indispensabilità di questi tagli e di questa austerità.  Eppure gridiamo i nostri slogan, felici di essere così vicini tra noi, anche nel dramma del nostro totale anonimato. Per questo non facciamo paura. Destinati ad essere vinti. Talmente innocui da essere persino celebrati come eroi contemporanei.

Su di noi, sui giovani che scendono in piazza contro l’«odio», è proibito anche fare dell’ironia. «Lo so», scriveva Curzio Malaparte, «é irriverente ridere di un eroe: ma vi sono eroi che fan ridere, anche se sono eroi della libertà».

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