Di Alberto Negri

Noi ragazzini eravamo seduti rumorosamente intorno al tavolo della cucina, una luce azzurra illuminava la stanza e la mamma del mio amico, la signora M., lavava le stoviglie. Fu un attimo e accadde quando alzandosi sulle punte delle scarpe lei ripose una piatto sopra il lavello: allora vidi i numeri impressi sul suo braccio. Ero troppo timido per chiedere ma nei giorni e nelle settimane successive tempestai mio padre e mia madre di domande. Dell’Olocausto si leggeva a scuola ma non abbastanza: la seconda guerra mondiale era alle spalle e sembrava che nel racconto che ci veniva dato dovesse essere molto più distante del tempo realmente trascorso, quasi si volesse in qualche modo tenere i più giovani lontano dagli orrori. Un capitolo disgraziato e lontano delle vicende nazionali.

Eppure nella mia città c’erano ancora le voragini lasciate dalle bombe e ci rimasero per molto tempo, sui muri spiccavano le corone d’alloro che ricordavano le fucilazioni dei partigiani.

E alla mia scuola elementare un grande cartellone portava i disegni di penne, bambole, scatole di caramelle, che mai avremmo dovuto raccogliere giocando nei prati: erano le trappole esplosive lanciate dagli aerei degli Alleati per colpire la popolazione civile e intaccare il morale del nemico. La guerra continuava a colpire anche molto tempo dopo la sua fine.

Ma l’orrore dei rastrellamenti degli ebrei, dei campi concentramento, in qualche modo doveva restare lontano perché, lentamente capii, che era in mezzo a noi, che aveva inghiottito il nostro vicino di casa, che era nei nostri atti, in quelli certificati delle leggi fasciste e, alla fine, pure nelle nostre menti: avevamo accettato quell’orrore. Poi, crescendo, leggi, ti documenti e ascolti testimonianze che non sono più una versione edulcorata della storia.

Ogni volta dell’Olocausto ti dicono che non si deve mai più ripetere. In realtà sai perfettamente che si può riproporre qualche cosa di molto simile in ogni momento della vita di una nazione.

In nome delle differenze etniche, religiose, settarie, ovviamente esasperate e strumentalizzate a fini politici, ho visto davanti ai miei occhi compiersi per oltre trent’anni da inviato di guerra i massacri dei Balcani, del Medio Oriente, del Ruanda.

Ho visto persino scorrere davanti a me la Shoah quando a Salonicco incontrai i sopravvissuti dei rastrellamenti nazisti. A qualche centinaio di chilometri da questa bella città sul mare, che evocava le vacanze, erano in atto a fine anni’90 i massacri etnici dei Balcani. Percorrere in auto il Corridoio numero 10 era l’unico modo per uscire dalla Serbia e dal Kosovo: Salonicco era la meta. Qui negli anni Quaranta furono deportati oltre 40mila ebrei.

Uno dei sopravvissuti mi parlava nella penombra di un museo. Fuori c’era Salonicco, distesa su una baia luminosa che forma un porto naturale, segnalato all’orizzonte dalla Torre Bianca saracena e dominato dalle montagne della Calcidica. Dentro, nella sala di un museo, le alogene riflettevano la sagoma di una macchina, nera, pesante. Aveva l’aspetto innocuo di una vecchia pressa tipografica, alta circa un metro e sessanta, larga due e profonda 80-90 centimetri. Con quello stampo non sono mai state impresse copertine di libri o pagine di giornale ma una raffica di 48mila stelle a sei punte di stoffa gialla, il marchio che accompagnò gli ebrei sui vagoni verso Auschwitz-Birkenau.

Dalla primavera all’autunno del ’43 fu sterminato il 95% della popolazione ebraica e vennero cancellati quattro secoli di storia della città. “Una memoria dispersa con poche migliaia di sopravvissuti, molti dei quali non sono più tornati qui. Delle vittime si dimenticarono persino al Museo dell’Olocausto di Washington: Salonicco neppure è menzionata nel primo allestimento delle sale”, sottolineava non senza polemica la direttrice del Museo ebraico Erika Perahia Zemour, figlia di Leon, amico di Primo Levi, sopravvissutogli a tramandare la memoria degli ebrei greci Auschwitz.

Con un milione di abitanti, oggi Salonicco è la seconda città della Grecia, il primo porto per le esportazioni, è anche la Free Trade Zone di Skopje, l’epicentro industriale della Macedonia ellenica e l’indiscussa capitale economica dei Balcani meridionali.

“Ma non era così fiorente quando arrivai qui nel ’56 – mi raccontava Maria Vittoria Chiarugi Murghianni – la città allora sembrava sprofondata in una sorta di narcosi: pochi negozi, passanti come ombre, e la stazione mi apparve un luogo di fantasmi. Era come se mancasse qualcosa. Cominciai a capire quando con mio marito Pavlos, un veterinario greco, andammo ad abitare a Xoromila, indirizzo borghese di ville eleganti. Ma vuote. Ogni tanto lungo questa via inspiegabilmente abbandonata, con porte e finestre sprangate, incontravo i Cugno che avevano un laboratorio fotografico. Erano ebrei italiani di Salonicco scampati al lager, con i numeri incisi sulle braccia. Iniziai così a ricostruire la storia che nessuno voleva raccontarmi”. E a raccogliere documenti: sui beni sequestrati agli ebrei, sulle loro vicende, intrecciate a quelle dei diplomatici e funzionari italiani durante l’occupazione. Storie scomode e ignobili alcune, indicative altre, invece, dell’atteggiamento ostile degli italiani all’estero nei confronti delle leggi razziali e della persecuzione nazista.

Le leggi razziali sono roba nostra, fatta anche probabilmente per compiacere Hitler, ma è comunque roba nostra. E tutto è accaduto nella più completa indifferenza, come ricorda la senatrice Liliana Segre, una mia concittadina. Quando ho sentito per la prima volta la sua voce, il suo timbro, mi sono ricordato della voce delle donne della mia famiglia, così simile, così uguale. C’è stato un giorno che quella voce avevamo voluto soffocare per sempre.

 

Da Tiscali, 27 gennaio 2019

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