Ghouta orientale, sobborgo di Damasco. Da poche settimane è in corso la decisiva battaglia di liberazione della regione, roccaforte dei “ribelli”. L’aviazione siriana di concerto con quella russa sta bombardando la Ghouta senza tregua per riconquistare un territorio caduto dall’inizio del conflitto in mano jihadista, un territorio troppo vicino a Damasco. Da anni la popolazione siriana viene tenuta in ostaggio dai terroristi, dai quali viene usata come scudo umano per ridimensionare la portata dei bombardamenti dell’aviazione lealista. I civili vivono sotto il regime fondamentalista e oppressivo dei jihadisti, che controllano la popolazione col terrore e la violenza. Qui sotto le immagini della sorte toccata agli alawiti  – la minoranza sciita a cui appartiene lo stesso presidente Bashar al- Assad – che abitavano nella Ghouta orientale, fatti sfilare in gabbia per quel che resta delle strade della città.

 

Dalla Ghouta partono anche i razzi puntati direttamente sulla capitale Damasco, che colpiscono soprattutto i civili e mietono migliaia di vittime. In un’intervista concessa al giornalista Fulvio Scaglione per Gli Occhi della Guerra, suor Yola Girges, una missionaria del Cuore Immacolato di Maria ha detto queste parole:

“Oggi, nel quartiere Taramana, si svolgono i funerali di dodici civili ammazzati dai missili sparati dai ribelli di Ghouta. Due settimane fa un colpo di mortaio è esploso nel giardino della nostra casa. Qualche giorno fa un altro razzo ha colpito un edificio sull’altro lato della strada e tutte le nostre finestre sono esplose. Da settimane, ormai, quando usciamo di casa non sappiamo se faremo ritorno. In questo periodo, inoltre, i terroristi hanno cominciato a colpire proprio quando nelle scuole finiscono le lezioni, per creare ancora più panico.”

Da una parte i “ribelli”, dall’altra l’aviazione russo-siriana. Di mezzo migliaia di civili innocenti. L’esercito lealista intanto ha già riconquistato più del 50% del territorio, strappandolo alla barbarie dei terroristi.

 

In blu i territori riconquistati dall’esercito siriano, in verde i territori ancora in mano ai ribelli

Probabilmente gli esiti della battaglia non sono stati graditi dalle potenze occidentali e da quelle regionali coinvolte nel conflitto che sostengono le truppe jihadiste. E per questo tutti i media occidentali, nessuno escluso, hanno raccontato a miliardi di persone i bombardamenti russo-siriani come un crimine indiscriminato e dispotico che si sta consumando nei confronti della popolazione siriana, dimenticando ovviamente di riportare che quella stessa popolazione vive da anni in condizioni di prigionia e che da quei territori vengono lanciati dei missili direttamente sulla capitale. La condizione di prigionia viene dimostrata anche dai colpi dei cecchini jihadisti mirati direttamente sui corridoi umanitari, colpi sparati per evitare che i civili fuggano dalla Ghouta per rifugiarsi nei territori riconquistati dall’esercito lealista. Lasciar fuggire i civili significa perdere dei veri e propri scudi umani e ritrovarsi più vulnerabili agli attacchi russo-siriani.

I ribelli stanno perdendo un territorio d’oro. E la sconfitta dei ribelli rappresenta la sconfitta di chi li sostiene, dagli Stati Uniti alla Turchia, dall’Arabia Saudita a Israele. Per questo motivo i media, ammaestrati ad arte, stanno raccontando questa battaglia di liberazione come se fosse un massacro folle e tirannico di due dittatori assassini, preparando il terreno ad un intervento militare internazionale. Non sono andate così le cose nel 2013, quando si verificò un attacco chimico proprio nella Ghouta, provocando l’ira di Obama? Allora l’intervento militare statunitense diretto non si concretizzò perché Putin riuscì a convincere l’ex presidente Usa a tenere a bada le armi. E non è già successo nell’aprile del 2017, quando si verificò nella regione di Idlib un attacco chimico che provocò l’intervento militare statunitense comandato da Donald Trump? E’ importante rilevare che non furono mai mostrate prove sufficienti ad incriminare Assad, eppure si bombardò lo stesso.

Nikki Haley mostra le “prove” che incastrano Assad.

In questo contesto deve essere collocata una notizia di importanza capitale per l’evoluzione della guerra e per le sorti del Medio Oriente: l’esercito siriano ha trovato nei territori riconquistati dei laboratori per la fabbricazione di armi chimiche appartenenti ai ribelli.

A darne la notizia è Ibrahim Ferraz, il colonnello dell’esercito siriano. Riporta le sue parole l’agenzia RIA Novosti, citato da l’AntiDiplomatico:

“Presumibilmente, quello che la squadra ha trovato poteva essere utilizzato come parte della preparazione di una provocazione per accusare le truppe governative di utilizzare armi chimiche”.

L’autorità militare siriana ha avvertito: i ribelli stavano preparando un attacco chimico per poi accusare le truppe governative. Per quale motivo? Per provocare l’ennesimo attacco militare contro le forze armate siriane, proprio quando queste si stanno dirigendo verso la riconquista totale della regione della Ghouta, in mano dei ribelli dall’inizio del conflitto, vicinissima a Damasco.

Già il primo marzo il rappresentante permanente siriano presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Bashar al-Jafari, aveva avvertito in sede internazionale:

“Le informazioni di cui dispone il governo siriano indicano che i terroristi si stanno attualmente preparando a usare un’arma chimica con il cloro, per accusare l’esercito siriano di usare questo tipo di arma”.

Al-Jafari si riferiva ai tre camion carichi di gas cloro che erano entrati in un’area controllata dai terroristi nella provincia di Idlib il 20 febbraio. Infine, oggi la rappresentante permanente Usa presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato che è necessario “fermare le uccisioni in Siria ed i bombardamenti sui civili. Non è la strada che preferiamo, ma è una strada che abbiamo dimostrato che prenderemo e che siamo pronti a riprendere”. Si riferiva chiaramente ai bombardamenti dell’aprile 2017, quando gli Stati Uniti bombardarono direttamente la Siria, lasciando per una volta da parte i gruppi fondamentalisti che combattono per lei.

Il trasporto di gas, il ritrovamento di laboratori nei territori controllati dai jihadisti, il clero mediatico che distorce i fatti, le dichiarazioni delle autorità internazionali. Tutto fa pensare ad un prossimo intervento militare contro le truppe siriane. Un attacco che impedirebbe ad Assad di riprendere il controllo del Paese e di combattere la lotta contro il terrorismo.

Pensiamoci quando ci dicono che questa guerra è una guerra della democrazia contro il terrorismo.

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