Un’altra giornata di sangue ieri sulla Striscia di Gaza, dove i tiratori scelti israeliani hanno mantenuto fede alla promessa del governo: spareremo a chiunque si avvicini al confine. Dopo i tragici fatti del 30 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva chiesto un’indagine sulla strage, imbattendosi però sul veto degli Stati Uniti che hanno impedito lo svolgimento delle indagini.

Dopo il triste bilancio di 16 morti e 1500 feriti, la stampa israeliana e occidentale hanno giustificato il massacro nelle maniere più improponibili, distorcendo i fatti. Soprattutto, Israele, per voce del governo e dell’informazione, ha raccontato la tragedia come se fosse stata “necessaria” ad impedire che pericolosi islamisti di Hamas, a loro dire infiltrati ovunque tra i manifestanti, potessero portare disordini dentro i confini di Israle.

Una strage consumata per questioni di sicurezza, dicono. Le immagini e i filmati che provengono dalla Striscia raccontano però il contrario. Non c’erano palestinesi armati al confine con Israele, non c’era nessun pericolo per la frontiera israeliana, tant’è che sono stati schierati solo 100 cecchini. Le uniche armi visibili nelle mani dei palestinesi sono le fionde e le pietre. E chi firma gli articoli per Repubblica, la Stampa, o per l’irrecuperabile Il Foglio -che addirittura elogiava il lavoro svolto dai cecchini- come ha potuto parlare di “guerriglia” o di “scontri”?

Il bilancio della strage di ieri, riporta la Repubblica, è di 9 morti e 1354 feriti. Tra i feriti, molti gravi, ci sono anche 80 minorenni. Anche la morte del giornalista palestinese Yasir Murtaja, che indossava un inequivocabile giubbotto antiproiettile con una chiara scritta “PRESS” (STAMPA) è stata ritenuta necessaria per “ragioni di sicurezza”? O forse era un membro di Hamas anche lui?

Yasir Murtaja

La Marcia continuerà fino al giorno del Nibqa, la “Catastrofe”, il 15 maggio, giorno in cui 70 anni fa fu proclamata la nascita di Israele. E tutto fa presagire che il bilancio dei morti salirà, soprattutto se non c’è nessuno a fermare la furia sionista. Loro la chiamano “difesa dei confini”, i palestinesi la chiamano “occupazione”. E noi siamo dalla parte della Palestina.

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