manifestanti a gaza

Il 30 marzo a Gaza cominciava la lunga protesta palestinese chiamata “Marcia del Ritorno” contro l’occupazione israeliana . Si tratta di una protesta simbolica, con la quale il popolo palestinese ricorda che 42 anni fa aveva preso inizio la colonizzazione coatta da parte di Israele del territorio palestinese, giorno che i palestinesi chiamano Nakba, cioè “catastrofe”. Una protesta del ricordo e del dolore che non è soltanto ricorrenza ma rivendicazione del diritto alla patria. Fin dal primo giorno di manifestazione i cecchini israeliani hanno sparato sulla folla inerme, uccidendo in un solo giorno circa 16 palestinesi -tra cui un ragazzo di 16 anni- e ferendone più di 1500.

Nonostante lo sforzo meccanico e abituale della stampa occidentale di distorcere i fatti -raccontando che i cecchini israeliani sono stati costretti a sparare perché “tra i manifestanti si confondevano terroristi di Hamas”, o perché “Israele ha diritto a difendere i suoi confini” da una folla inferocita- i numerosi filmati che ritraggono i tragici fatti direttamente dalla Striscia di Gaza raccontano una versione completamente diversa. In un video registrato da un cecchino israeliano e poi diffuso da tutti i giornali (anche dall’israeliano Haaretz), si nota come lo stesso cecchino mirasse ad un ragazzino disarmato e soprattutto innocuo e come, dopo aver sparato dritto alla testa, si sia messo ad esultare con gli altri cecchini e a deridere la folla che si era radunata attorno al ragazzo per prestare dei soccorsi inutili. Le immagini sono inequivocabili.

In un altro filmato si mostra come un cecchino, in compagnia di altri tiratori, mirasse allo stesso modo dritto alla testa di un palestinese innocuo. Un tiratore si accorge che un giornalista sta filmando la scena e lo avverte della registrazione, suggerendogli di mostrarsi professionale. Tutto inutile, il cecchino preso dal suo “tiro al palestinese/piattello” non riesce a trattenere la gioia di aver centrato il bersaglio. E ancora, sebbene tutti i giornali e le televisioni occidentali abbiano parlato di “scontri”, tutte le immagini e le ore e ore di filmati hanno mostrato che le uniche armi che i palestinesi stessero impugnando fossero pietre, fionde, e pezzi di legno. Si può parlare di “scontri” quando i due avversari sono un esercito addestrato e armato e una folla di improvvisati? E che pericolo rappresentavano i ragazzini, le donne e i giornalisti che sono stati assassinati?

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Gaza (Mohammed Abed, Afp)

La Marcia del Ritorno è cominciata il 30 marzo e terminerà domani. Più di un mese di omicidi indiscriminati, coperti da una propaganda filo-israeliana vergognosa a distrazione dei crimini che stava compiendo il regime israeliano, in cui i carnefici diventavano incredibilmente le vittime. Durante questi 35 giorni infatti, Israele non si è limitata a reprimere nel sangue la protesta palestinese, ma ha anche attaccato massicciamente decine di basi militari iraniane in Siria, rivendicando (anche con ritardo) i bombardamenti, legittimandoli sulla base di una presunta “minaccia iraniana”. Tutto è stato ovviamente preparato nei minimi dettagli: prima la conferenza-teatro di Netanyhau, in cui rivelava al mondo di avere le prove che l’Iran stesse sviluppando un arsenale nucleare, poi l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, basata sulle stesse accuse mosse alla Repubblica Islamica da Israele.

Il giro d’Italia è partito qualche giorno fa proprio da Israele, che si è mostrata alle televisioni del mondo come un popolo di pace, di democrazia, di efficienza e di fratellanza. Due giorni fa la vittoria della cantante israeliana all’Eurovision, come se Israele fosse uno Stato europeo. E mentre le televisioni ci mostravano la dubbia facciata pacifica e democratica di Israele, lo Stato ebraico reprimeva le folle di palestinesi a Gaza e bombardava i siti iraniani in Siria.

Il 6 dicembre scorso Donald Trump aveva riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele. Questa mossa, avversata dall’intera comunità internazionale, ha contribuito a sondare il terreno di questa terza intifada, che oggi conta centinaia di morti e migliaia e migliaia di feriti. Tra le fila israeliane invece non è stato registrato né un morto né un ferito, e questo la dice lunga sulla natura di questi fantomatici “scontri”. Oggi a Gerusalemme si è tenuta la cerimonia d’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme, alla quale ha partecipato una delegazione statunitense rappresentata dai consiglieri presidenziali Ivanka Trump e Jared Kushner.

Come risposta a quest’umiliazione politica e storica, circa 35.000 palestinesi si sono raccolti sulla Striscia per manifestare. I primi feriti sono stati registrati all’alba. Per adesso le agenzie di stampa riportano il triste bilancio di 53 morti e più di 2400 feriti. Bilancio purtroppo non ancora definitivo. Nella stessa mattinata l’IDF (Forze di Difesa Israeliane) hanno schierato dei rinforzi lungo la Striscia di Gaza e in Cisgiordania, per contenere in maniera più massiccia le probabili escalation che potrebbero verificarsi domani, giornata del Nabka, l’ultima giornata di questa lunga protesta.

Per concludere, riportiamo le parole immortali di Mahmud Darwish, il poeta palestinese, che dice :”Cos’è la patria? E’ il desiderio di morire per recuperare terra e diritto. La patria non è solo terra, ma terra e diritto insieme. Tu hai il diritto, loro hanno la terra. Dopo essersi impadroniti della terra con la forza, hanno cominciato a parlare di diritto acquisito. Il loro “diritto” era storia e ricordi ed è diventato terra e forza. E tu, senza forza, hai perso la storia, la terra e il diritto.”

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