L’11 luglio del 2001, i giudici della Corte di Assise di Bari emanarono una sentenza in cui veniva scritto nero su bianco che la mafia garganica fosse «più immaginata che dimostrata». Nel 2009 la corte di Assise di Foggia smentisce quella sentenza riconoscendo nel territorio l’esistenza di «un’associazione per delinquere». *

L’esistenza di una vera e propria mafia, una rete criminale che si è sviluppata attraverso l’omicidio, l’estorsione, il riciclaggio di denaro sporco e lo spaccio di droga, è stata ufficialmente riconosciuta dalle autorità e resa nota a livello nazionale soltanto dopo la tragedia del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis, avvenuta il 9 agosto del 2017.

In questi anni è stato certificato anche il peso delle infiltrazioni mafiose nel tessuto politico ed economico del Gargano. Così, dopo lo scioglimento dei comuni di Monte Sant’Angelo (2015) e di Mattinata (2018), negli ultimi giorni il Consiglio dei Ministri ha decretato lo scioglimento dei comuni di Cerignola e Manfredonia.

Nelle 365 pagine della relazione che ha portato allo scioglimento del comune di Manfredonia, come riportato da Foggia Today, si legge che le indagini hanno reso evidenti «i legami diretti tra alcuni esponenti dell’Amministrazione comunale e soggetti di spicco della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso» oltre che «la presenza di ulteriori cointeressenze, tanto dirette, che mediate con importanti personalità dell’imprenditoria locale».

Finalmente lo Stato italiano, dopo decenni di totale latitanza, si rende conto che influenti personalità politiche locali stringono regolari collaborazioni con gli stessi «gentiluomini» legati alle famiglie criminali che da quarant’anni versano sangue di faida in pieno centro e alla luce del giorno, nelle campagne e a pochi passi dalle scuole.

Come riporta Giovanna Greco su Foggia Today, dal lavoro della Commissione risulta evidente di come la presenza delle organizzazioni criminali sia «cristallizzata in ogni settore» e di come il sindaco della città risulti «nel migliore dei casi inerme e/o omissivo» rispetto ai legami tra «amministratori, anche di alto rilievo» e «soggetti di chiara caratura criminale o contigui ai clan per rapporti familiari o di cointeressenze».

Dalla faida originata alla fine degli anni ’70 per questioni di abigeato, le famiglie coinvolte hanno sviluppato nel tempo un atteggiamento criminale legato a quello che Francesca Scionti ha definito “industrializzazione della violenza”, una pratica criminale legata ad «interessi molto più rilevanti nel loro valore che quello di qualche capo bestiame».

Società partecipate, concessioni demaniali, edilizia, floride attività commerciali. Tutti questi sono gli ambiti in cui, in maniera legale o illegale, si sono infiltrate personalità legate alla mafia, senza che «nessuna cautela sia stata approntata dall’Amministrazione comunale per contrastare le infiltrazioni nella economia legale», si legge ancora nella relazione. Tutto coperto, come accade in queste terre, dalla paura e dall’omertà, ma anche dall’indifferenza dei cittadini. E purtroppo soprattutto dalla loro nuda impotenza davanti ad una struttura sociale del tutto inaccettabile ma che tuttavia appare come assoluta normalità.

Riporta ancora Foggia Today:«In un contesto caratterizzato dalla presenza di una agguerrita criminalità organizzata le soglie di autotutela anziché essere rafforzate dall’amministrazione comunale per dar vita a un robusto presidio di legalità per prevenire con la massima efficacia le infiltrazioni della criminalità sono state inspiegabilmente e colpevolmente abbassate, ben al di sotto delle stesse soglie normative, favorendo, così, gli interessi della criminalità».

Che certi legami tra politica e mafia siano origine di alcuni dei limiti più gravi per cui il Sud Italia non riesce a sollevarsi da una condizione di continua degradazione è fin troppo noto. Del resto lo scriveva già il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi nel 1898:«Sgraziatamente, i caporioni della mafia stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati e altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, a loro volta, da loro protetti e difesi». Adesso bisogna capire qual è la linea rossa che i cittadini decidono di stabilire tra ciò che si può ritenere la «normalità» e ciò che invece non può essere considerato che imperdonabile.

*[Francesca Scionti, Capitalisti di faida. La vendetta da paradigma morale a strategia d’impresa, Carocci, Roma, 2011]

Foto: Manfredonia ricordi

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