Di Alessandro Gotti

Non risulta necessaria alcuna ricorrenza perché Carlo Emilio Gadda sia riconosciuto nella
quotidianità letteraria come uno dei migliori scrittori italiani del Novecento. La non quantificabile capacità di spremere significato dal nulla, grattandolo dal fondo di
un’idea, costruendo una forma autentica, per quella stessa idea, indicandola con parole
nuove, spesso sottratte ai dizionari di discipline opposte, dipingono la figura di uno
scrittore nuovo. Per bisogno. Prestato all’ingegneria per volontà materna e cifra familiare, redimerà le proprie inclinazioni intorno agli anni Venti, scriverà sempre e qualche incarico in RAI. La maturità letteraria lo consacrerà nella seconda metà del secolo.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, La cognizione del dolore ed Eros e Priapo,
slacciano più di ogni altra produzione le stecche di un ventaglio di pagine irripetibili, per
quanto improbabili fin lì e altrettanto difficili da metabolizzare, per stomaci di taglie
differenti, a digiuno letterario di un talento puro. La prima fra le tre appare come un misto di linguaggi, impastati ad arte, sottrarre ai personaggi ogni via di fuga dalla propria realtà, accentuandone i caratteri, le inclinazioni, anticipandone le scelte, le conclusioni.

gabriella giudici | 2017 | Settembre

Il linguaggio stesso è un pasticcio di linguaggi, deragliato sulla pagina e la locomotiva, la narrazione. In sé. Come parallele che non si incontrano, l’incomunicabilità e un giallo senza soluzione, al netto della china. A entrambe è negata la possibilità di assolvere al compito del loro stesso esistere, lasciando spazio all’unico fiume in piena delle parole.

La cognizione del dolore è invece il testo più iconico e più saporito nella fruizione, fino ad
apparir goloso nelle brevi saette rivelatrici, sibilline, dopo pagine di secchezza e aspra
salivazione, nella prima parte (“…alle donne il fumo piace, lo ritengono, a buon grado,
preludio dell’arrosto”) e mosso, angoscioso e materico nello scorrere della cellulosa, sotto
le dita, sempre più curiose.

La realtà sottosopra e sospesa, di un non luogo, spinto a forza nelle intenzioni del
protagonista, nel retaggio, nei traumi, piccoli o grandi, inequivocabilmente dolorosi,
ridipingono le strade dell’autore, costruendo l’irriverenza di una scontata allegoria. Il
protagonista, l’autore. La fine della scrittura, la fine del romanzo. La fine delle parole.

Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda | Pinacoteca di Brera

Eros e Priapo, amore e mutande della dittatura fascista, pesca la luminosità dei propri
vocaboli, nel lume di una ragione che presta la penna, idealmente, a un autore del
Duecento. Richiami danteschi nelle pagine e nelle intenzioni, risultano evidenti. Pur con
soggetti narrativi differenti e molteplici per il poeta fiorentino e squisitamente unico quello
gaddiano, dell’abbaglio collettivo che fu, descritto nella propria meccanica, la remissione
del sé alle mani e al seno del regime.

Non resta alcuna possibilità, al lettore, d’incomprensione nella lettura, per una letteratura
autentica nella propria sincerità fin dal principio (“…coltello alla cintola!”). Ma Gadda è più di questo! Negli anni degli incarichi in RAI stenderà qualche pagina d’indirizzo per le programmazioni a venire, in una curiosa prosopopea, nemmeno obbligata, voluta per dovere d’ilarità e foga, nel sospetto di critica per un diverso modus operandi.

Carlo Emilio Gadda: libri, poetica e La cognizione del dolore ...

La natura composta e analitica, costruirà un chiaro vademecum sintattico, per gli addetti ai
lavori, da un addetto ai lavori quale Gadda non si è mai voluto figurare, né mai è stato.
Raccolte in un minuto volume che prende il nome di Norme per la redazione di un testo
radiofonico, indicano la via alla risoluzione del groviglio dei significati e più dell’utilità di
quanto scritto, fin lì e che sarà scritto. Perché se Gadda può essere Gadda e l’anti Gadda, nella pagina, l’utilità prima delle parole è quella dell’intrattenimento, poi viene il resto.

In un’ipotetica metanarrazione, espressa nell’assenza di un finale, nell’irrisolvibilità di un
caso e nei rapporti, nella continua invettiva e rivelata in ultima analisi, che esprime l’ordine
di importanza delle materie di un intero progetto, quello del romanzo, la prima è fuor di
dubbio quella delle parole, giunte agli occhi del lettore per evadere il peccato originale di
una bruttezza conservata fino a quelle stesse parole e niente più. Per quanto la figura dell’autore sia stata descritta come tormentata, ossessionata e una serie di aggettivi che potrebbero riempire la fila dei colori nella tavolozza obbligata dell’arte della collocazione, Gadda va letto, senza pensare a Gadda, senza pensare al resto.

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