Di Pierluigi Fagan

Partiamo dalle elezioni di settembre 2017 in Germania. In termini di punti percentuali, rispetto alle elezioni precedenti del 2013: +8 AfD, +6 FDP (liberali), +1 LInke, = Verdi, -5 SPD, -9 CDU/CSU.

Nonostante la forte pressione stampa e vari poteri interni ad una coalizione CDU/CSU + Liberali + Verdi, non se ne fa niente e Merkel “convince” l’SPD dell’ineluttabilità di rifare l’alleanza di governo.

Successivamente, sia in Baviera che in Assia si confermano AfD e Liberali, si conferma la vistosa contrazione CDU/CSU con quest’ultima (in Baviera) particolarmente nervosa verso la gemella democristiana (CDU) e quindi la Merkel e coalizione centrale di governo, continua lo smottamento SPD questa volta recuperato in termini percentuali dall’ascesa dei Verdi. Percentuali e non politici poiché i Verdi tedeschi vanno più verso il centro che la sinistra.

Nel frattempo, il capitalismo tedesco comincia a dar segni di malore. Si contraggono crescita e volumi degli scambi internazionali, si contrae la previsione di crescita in Europa, si accusano i colpi americani, vacilla Deutsche Bank, crollano gli ordinativi automotive.

Merkel annuncia il ritiro dalla politica (governo, CDU) nel 2021. Un istante dopo FAZ (Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più autorevole e centrale quotidiano tedesco) lancia la candidatura ( a guidare la CDU quindi poi il governo con rimpasto o nuove elezioni se necessario) di Friedrich Merz.

Merz è dell’ala liberale della CDU. Non c’è consiglio di amministrazione del grande capitalismo tedesco in cui l’avvocato non sia stato membro, dal fondo americano BlackRock (la Mordor del finanzcapitalismo neoliberista), fino a HSBC (banca inglese), AXA e Winterthur (assicurazioni), Ernst&Young (consulenza) Deutsche Borse, immobiliari, la Bosch, treni e financo il Borussia Dortmund. Membro della Trilaterale e commissario per la Brexit. Sponsor del think tank neoliberista Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato ( INSM ) che dichiarandosi seguace della tradizione del padre del miracolo economico tedesco Ludwig Erhard in realtà è seguace di Friedrich von Hayek, per altro accusata di essere una subdola e troppo potente lobby culturale. Il giudizio sull’infedeltà alla tradizione di pensiero ordoliberista del capitalismo-sociale di Erhard è della Fondazione Ludwig Erhard che qualcosa sull’argomento, si presume ne sappia. Molto poco “verde” (a favore del nucleare e del rallentamento delle politiche di transizione energetica), molto poco “sociale”, molto-molto liberista duro e puro, vuole liberalizzare i licenziamenti, tassare le pensioni ed aumentare l’età pensionabile. Insomma, non ci vuole un genio per capire che Merz è l’uomo del capitalismo tedesco che a fronte di burrasche e tempeste delle previsioni economiche di grande quadro che s’annunciano e già si manifestano, vuole meno regole e più barbarie per salvare i profitti e gli incentivi a gli investimenti ed al “fare impresa”. Lo solita cura anti-intuitiva dell’omeopatia liberale.

In più Merz ha questi atout politici: 1) ha diretto a lungo la coalizione parlamentare CDU/CSU e quindi è garante per quest’ultima ed il capitalismo bavarese; 2) è in grado di riportare a casa almeno 4-5 punti percentuali dal FDP cioè dai liberali cresciuti sulla critica della posizione centro-sinistra di Merkel; 3) è in grado di riportare a casa anche qualche punto (forse 2-3) da AfD sia per il richiamo della foresta esercitato dal fattore economico-finanziario che torna prioritario in tempi di crisi, sia perché molto pragmatico e pare non problematico sul raggiungere AfD anche su alcuni item sociali-migratori. In più, è chiaro che a questo punto la diga a sinistra è crollata e tocca affondare il colpo scaricando come al solito gli aggiustamenti di sistema sulle classi subalterne sempre meno rappresentate, al massimo si rischia un 2-3% in più alla Linke che fa bene al pluralismo ma tanto non ha alcun effetto pratico magari divisi con il probabile rimbalzo più sociale di una SPD oltre l’orlo della crisi di nervi. Coi Verdi, invece, saranno botte aperte. Infine, è molto amico del capitalismo anglo-sassone.

Personalmente, non credo proprio che Merkel si ritirerà, Merkel andrà alla Commissione dove il bombardamento del quartiere generale (JC Juncker) spiana la strada ad una gestione più “etica”. Sarebbe un grave errore per i tedeschi reclamare la BCE che tanto controllano comunque e per via di come è scritto il Trattato e per il peso politico che ne condiziona le politiche una volta fatto fuori Draghi. Merkel è garanzia per “Sigfrido” Macron quindi per il Trattato dell’Eliseo (1963 De Gaulle-Adenauer, la radice di tutto il successivo sviluppo “europeista”), per il centro-sinistra europeo sempre più malmesso, come fiera Brunilde contro le orde neo-populiste, per la Germania stessa. Sopratutto è “garanzia” per tutto il sistema internazionale che ha creduto e scommesso sull’UE e che ha i forzieri gonfi di euro, l’anello da salvare a tutti i costi. L’anello del Nibelungo salverà l’Oro del Reno o si va verso il Crepuscolo degli dei?

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