Milano, 13 marzo 1975. Ore 13:15. All’angolo tra via Amadeo e via Paladini, lo studente diciannovenne Sergio Ramelli ha appena parcheggiato il suo ciclomotore «Ciao» a pochi metri dalla propria abitazione. È ora di pranzo, le strade circostanti appaiono semi-deserte ma mentre si accinge a dirigersi verso il portone di casa, il ragazzo si accorge di non essere solo. Sul marciapiede compare un gruppo di giovani. Sono tutti militanti di estrema sinistra e alcuni di loro stringono nelle mani delle grosse chiavi inglesi: le famigerate Hazet 36. L’obiettivo del branco è proprio lui: Sergio Ramelli, militante attivo del Fronte della Gioventù, un giovane che in passato ha già subìto minacce e vessazioni per motivi legati alla sua attività politica.

«I fascisti erano un simbolo odiato, ma lì davanti non avevo più un fascista. C’era Ramelli, che era un uomo. E io avvertii anche il peso di quanto stavo facendo. Lo avevo provato anche io in precedenza questo sentimento e già intuivo la sofferenza che lui avrebbe provato e che stava già provando. Ma qui comincia la mia colpa, la colpa che io ritengo la più grave. Comincia la mia colpa perché anche se io a quel punto volevo emotivamente dire: “Basta! andiamocene via, non facciamogli niente!” e non potevo andare avanti non avendo più la forza di continuare, nonostante questo c’era quel senso del dovere, di rispetto anche verso decisioni prese con gli altri, di andare avanti. E andai avanti. E questa è una colpa grave perché io ho nascosto la mia coscienza in quel momento ed ho affidato alla mia ideologia il compito da svolgere.»

A parlare è Marco Costa, militante di Avanguardia Operaia all’epoca dei fatti. Durante l’aggressione il Costa ricopre il ruolo di «caposquadra». Il suo compito, come è emerso in sede processuale, è infatti quello di colpire per primo e scappare per ultimo. Il suo racconto prosegue:

«Arrivai di fronte a Ramelli. Lui si era coperto con le mani la testa e mi offriva il volto completamente libero, tanto che io avrei potuto colpirlo in faccia. Per quanto possa sembrare assurdo dirlo adesso non lo feci perché avevo paura di rompergli un dente, di procurargli una ferita a un occhio, di sfigurarlo. Quindi con la mano sinistra cercai di abbassargli le mani per colpirlo al capo e lo colpii al capo. Non so con quale forza, non so con quale precisione ma lo colpii sicuramente. Ma il ragazzo non si stordì, anzi, continuava a urlare e cercò di scappare. Scappando incespicò nel motorino che aveva tra le gambe. Il motorino cadde, lui cadde ed io persi l’equilibrio e caddi anche io carponi. Lui cadde invece disteso e mentre ero per terra o mentre stavo cadendo l’ho colpito almeno un’altra volta. Non so dire dove: sulla gamba, sulla schiena. In quello stesso momento una signora sopra di noi, una voce che veniva dall’alto, si mise anche lei a urlare. Ramelli stava ancora dicendo: “No, no, basta!” e io non ce l’ho fatta più e sono scappato».

Costa riprende:

«Mi sono alzato, ho tolto il piede che avevo sotto al motorino e mi sono avviato per scappare via ma subito dopo mi sono anche dovuto fermare perché mi rendevo conto in quel momento che non dovevo essere io il primo a scappare. Dovevo essere l’ultimo, mi avevano affidato questa responsabilità e quindi mi fermai. Il ricordo è sfumato ma più o meno nell’angolo della strada di via Palladini, già più o meno sulla strada mi fermai, mi guardai un po’ intorno, non so che cosa feci con le mani, sicuramente la mano sinistra era sul volto perché mi stavo coprendo il viso, io non avevo nessun fazzoletto per coprirmi e cercavo di coprirmi in questo modo. Sentii come la sensazione degli altri che mi stavano venendo intorno. Mi girai e vidi che anche Gian Maria Costantini stava venendo verso di me e aveva in mano la chiave inglese.»

Il gruppo si dilegua rapidamente mentre il ragazzo è disteso al suolo in una pozza di sangue. Un commesso di un negozio di calzature nota il giovane riverso in terra ed allerta subito la portiera del palazzo in cui risiede la famiglia Ramelli, la signora Graziella Zacchia. La donna telefona alla Croce Santa Rita e i soccorsi giungono immediatamente. L’arrivo dell’ambulanza coincide con il rientro a casa del padre di Sergio, il signor Mario Ramelli, titolare di un bar in Corso Buenos Aires. Assieme alla consorte, la signora Anita Pozzoli, l’uomo, con il figlio ventenne Luigi, si reca immediatamente al Policlinico. La famiglia Ramelli trascorre cinque ore in estenuante attesa e le prime notizie che giungono non sono affatto rassicuranti: i dottori parlano di trauma cranico, ampie fratture con affondamento di vasti frammenti, ferita lacero-contusa del cuoio capelluto, fuoriuscita di materia cerebrale e stato comatoso. La vita di Sergio è appesa a un filo e se anche dovesse riuscire a risvegliarsi dal coma, con ogni probabilità perderà l’uso della parola.

La notizia si diffonde rapidamente e nel corso del Consiglio Comunale il missino Tommaso Staiti comunica pubblicamente l’accaduto. In risposta si odono alcuni applausi provenire dal pubblico. Il sindaco Aniasi, ex partigiano, interviene indignato: «Nessuno può applaudire ad atti di violenza. L’antifascismo non lo si fa in questo modo!». Ignorando gli ammonimenti del sindaco, alcuni gridano slogan contro il MSI. Nel frattempo, nell’Ufficio Politico della Questura partono subito le indagini che dagli ambienti studenteschi coinvolgeranno tutto il mondo della sinistra extraparlamentare milanese. I responsabili saranno individuati dopo più di dieci anni di ricerche, grazie anche alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia vicini a Prima Linea che porteranno gli inquirenti ad orientarsi nell’area di Avanguardia Operaia.

Sergio Ramelli muore dopo una lunga agonia in data 29 aprile 1975. Dodici anni più tardi, il «commando» che lo ha ucciso finisce alla sbarra. Alcuni membri del gruppo, nel frattempo, sono divenuti medici e professionisti. Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo vengono condannati per omicidio volontario a undici anni e quattro mesi e a dieci anni e dieci mesi. Ad altri otto imputati, a cui è stato riconosciuto un marginale ruolo di copertura, sono state inflitte pene di sette e sei anni confermate in Cassazione nel 1990.

Da Spazio 70

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