Foibe: ci sono dibattiti politici, i deliri di vecchi e nuovi fascisti e comunisti, gli sfregi della memoria, le parodie del dolore e le gonfiature degli eventi. Il tutto nella cornice banale dello scontro semi dialettico fatto di luoghi comuni politici:«Se compiangi gli infoibati sei un nostalgico fascista; se li rinneghi sei un titoista fuori tempo».

Poi c’è la storia, che ci permette di contestualizzare. Studiandola si capisce che la penisola istriana fin dal Basso Medioevo ha sempre vissuto crisi demografiche legate allo spopolamento (peste, carestie) risolte attraverso l’inurbamento delle più diverse popolazioni (friulani, veneti, slavi, albanesi, greci). *

Questi processi storici hanno favorito la formazione di una grande compagine multietnica, che del resto era normale nell’Europa pre-risorgimentale, soprattutto in quella centro-orientale e balcanica.

Italiani e slavi hanno vissuto fianco e fianco anche sotto l’impero austro-ungarico, il quale governava – alternando repressione e autonomie – centinaia di diverse etnie e nazionalità.

Il crollo degli Asburgo ha fatto venire meno quella forzatura imperiale di convivenza multietnica imposta su Mitteleuropa e Balcani, trasformando la questione delle nazionalità da una lotta contro un dominatore straniero (l’imperatore) in una guerra di sopraffazione di una popolazione sull’altra.

La pace di Versailles aveva proclamato il principio di autodeterminazione dei popoli. Questo fu però applicato molto ipocritamente in maniera del tutto arbitraria, fomentando odio nelle regioni multietniche, tra cui la penisola istriana.

Qui il fascismo mostrò il suo volto peggiore “italianizzando” una terra abitata anche dagli slavi:«Nel 1928 fu chiusa l’ultima scuola di lingua slovena. I maestri, quando sentivano un bambino parlare col vicino in sloveno, gli sputavano in bocca».**

Con la morte di Mussolini e il crollo del fascismo, la componente slava ebbe il sopravvento sugli italiani, che divennero oggetto di ritorsione a causa del triste ventennio appena trascorso.

Colpevoli o innocenti, fascisti o no, gli italiani divennero a loro volta oggetto di discriminazione. In questo contesto si collocano le foibe: nell’autunno del 1943 sono stati giustiziati nei boschi tra i 500 e i 700 italiani.

A partire dal 1945, mentre la Jugoslavia diventava comunista, circa 250 mila italiani hanno dovuto poi lasciare la loro terra. La penisola istriana si svuotò e fu ripopolata attraverso una massiccia immigrazione di cittadini slavi. Un fenomeno, quello dello spostamento organizzato di gruppi nazionali, molto diffuso dopo Jalta.

Questi grossomodo sono stati gli eventi. Per fortuna i rapporti tra Italia e Slovenia oggi sono ottimi, e come in ogni terra di frontiera che si rispetti anche il nostro “confine orientale” è generalmente bilingue e ben integrato.

Il problema non è tanto la prevedibile disputa storiografica con gli sloveni, con i quali siamo in pace, ma la frustrante banalizzazione delle tragedie che siamo stati in grado di provocare e che abbiamo avuto la sfortuna di subire.

Un Paese, il nostro, che lascia la sua storia in balìa dei duelli tra piccoli Gasparri e soggetti para-stalinisti. Per i primi la storia comincia nel ’43. Per i secondi comincia nel ’22. Nessuno però sembra in grado di togliere le bandierine alle tragedie.

*R. Pupo, Il lungo esodo (Bur, 2017)
**M. Gialuz

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome