Di Andrea Zhok

In questi ultimi giorni Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono dissociati dai festeggiamenti per il 25 aprile. Le ragioni addotte dai due riguardano il presunto carattere ‘divisivo’ o ‘di parte’ di tali festeggiamenti.

Questo punto merita un chiarimento.

Si può comprendere il senso preelettorale di queste prese di posizione, tatticamente (e cinicamente) volte ad attrarre il voto dell’elettorato di ispirazione neofascista, che qualche punto percentuale lo fa.

E si può anche comprendere l’intenzione di distanziarsi dai reiterati – quanto goffi – tentativi della sinistra di fare dell’Antifascismo una piattaforma politica positiva (una protesi d’anima che supplisca al pluridecennale vuoto di idee).

Si può comprendere. Ma non si può in nessun modo giustificare.

Nelle discussioni sul fascismo, come e più che in altri casi, bisogna tenere separati in modo chiaro due modelli di giudizio, quello storico e quello politico.

Sul piano storico è doveroso valutare con equanimità la nascita e l’evoluzione del fenomeno fascista, che come tutti i fenomeni storici presenta complessità interne e non può mai essere dipinto con tinte monocrome. In questo senso è del tutto ovvio che “anche il fascismo ha fatto cose buone” (e anche il Nazismo, gli Unni, i Mongoli, ecc.): solo nei film il male si presenta nella forma rassicurante di un’univoca abietta omogeneità.
Peraltro il giudizio storico è un tipo di giudizio di cui oggi abbiamo enormemente bisogno, vivendo in un’epoca sempre meno capace di ragionare nella concretezza della realtà umana, e sempre più incline a semplificazioni astratte e sterili lotte per slogan.

Sul piano politico, tuttavia, non si è innanzitutto chiamati a formulare giudizi di fino sul passato, ma a chiarire la direzione di marcia per il futuro.
In questo senso eventi simbolici come quello rammentato dal 25 aprile rappresentano spartiacque che non consentono mediazioni. L’evento storico qui ricordato (l’insurrezione generale ordinata il 25 aprile 1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) è solo l’occasione per definire un preciso giudizio politico, un giudizio di rifiuto senza remissione, e a futura memoria, dell’avventura fascista presa come un intero.

Che questo intero abbia sul piano storico mille rivoli e mille complessità non deve nascondere un dato di fondo su cui non c’è nessun margine per distinguo o sofismi: l’avventura fascista presa nel suo complesso, incluse le sue ragioni e motivazioni di fondo, è stata una catastrofe per il popolo e lo Stato italiano.

Che sia stata una catastrofe in cui si sono inseriti personaggi di qualità, atti di coraggio, iniziative lodevoli e adesioni in buona fede non cambia nulla, e non deve cambiare nulla, nel giudizio di fondo. Il fascismo nasce (per le ripercussioni sociali della Prima Guerra Mondiale) all’insegna della violenza politica e dell’intimidazione, è animato dall’inizio da una svalutazione radicale di ogni mediazione razionale e dell’intelletto, si sviluppa con la delegittimazione di ogni dissenso, proclama costantemente le virtù della violenza e le ragioni della forza, e coerentemente con ciò porta l’Italia nella più grande carneficina della storia, da cui il paese esce in ginocchio e sotto tutela straniera.
Questa non è una tra molte alternative letture possibili del fenomeno fascista, ma è lo scheletro, il minimo comune denominatore, la linea portante che connette lo squadrismo del 1919-1922 con la sfiducia a Mussolini del 25 luglio 1943 (i protagonisti sono e restano gli stessi).

Il 25 aprile è Festa della Repubblica per due motivi, motivi che non rappresentano una proposta politica definita, ma definiscono una chiarissima agenda negativa: si tratta di celebrare il rifiuto dell’avventura fascista nel suo significato complessivo, e si tratta di rivendicare la possibilità di un’Italia diversa, capace di nascere dalle ceneri di quella catastrofe e di tentare una strada nuova ed indipendente (strada imboccata con la Costituzione del 1948, anche se poi tradita).

Chi prende le distanze dalla Festa del 25 aprile, per quanto voglia proclamarsi ‘popolare’ e ‘patriota’, in verità con ciò prende le distanze dal tentativo storico di ridare dignità alla patria: prende distanza dalla democrazia, dal popolo e dalla sovranità popolare.

Andrea Zhok è professore associato di Filosofia morale all’Università degli studi di Milano

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