Paolo Villaggio, genovese anche lui, definiva De André “il più grande poeta del Novecento”, esagerando un po’ come suo solito. Certamente De André non è stato “il più grande poeta del Novecento”, ma altrettanto certamente non è stato semplicemente un cantautore come altri pur grandi della sua generazione (dai genovesi Bindi e Lauzi ai milanesi Jannacci e Gaber) o di altri di quelle successive (De Gregori, Dalla per dire solo di alcuni). E stato un aedo, un rapsodo, un cantore. Nella mia percezione è stato innanzitutto un cantore della morte. E anche dell’amore ma solo in quanto conduce a morte. De André era affascinato, attratto, ossessionato dal fantasma, sempre presente, della morte e ‘la Nobile Signora’ è protagonista in moltissime delle sue canzoni, soprattutto quelle del periodo giovanile: Marinella, lei dopo una giornata sognante scivola nel fiume, Ballata del Michè, lui si impicca per amore, Leggenda di Natale, lui la seduce e lei ne muore, La ballata dell’amore cieco, lui si uccide per lei, indifferente, La canzone dell’amore perduto (“ma più del tempo che non ha età siamo noi che ce ne andiamo”), Si chiamava Gesù, per la morte, senza resurrezione, di Cristo, Preghiera in gennaio, per Tenco suicida e per tutti quelli che si son tolti la vita “perché dei suicidi non hanno pietà”, La ballata dell’eroe, che è morto inutilmente, Fila la lana, lui non tornerà dalla Crociata e lei lo attenderà “per mill’anni ancora”, Il re fa rullare i tamburi (“La Regina ha raccolto dei fiori, la Regina ha raccolto dei fiori, celando la sua offesa, e il profumo di quei fiori ha ucciso la marchesa”), Caro amore (“e il sole e il vento e i verdi anni si rincorrono cantando verso il novembre cui ci stan portando”), sino al definitivo La Morte, che non so quanti avrebbero avuto il coraggio di cantare in un’epoca in cui la morte, la morte biologica, è stata scomunicata e, per parafrasare Oscar Wild, “è il grande vizio che non osa dire il suo nome” in un mondo che, dall’Illuminismo in poi, ha osato proclamare una sorta di ‘diritto alla felicità’.

Fabrizio De André era un aristocratico e un anarchico. E questo suo essere aristocratico spiega anche una buona parte della sua poetica. De André, prendendo da Brassens è attratto dal mondo medievale dove signori e popolino si mescolano (tutte le rivolte vandeane vedono nobili e popolo uniti contro la borghesia che è uno dei principali obbiettivi polemici di De André). Questa sua aristocrazia, che è una aristocrazia dell’animo, chiarisce il suo piegarsi, con pietas, con misericordia, sugli umiliati e offesi, sulle prostitute, insomma sui vinti della vita (“Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli/in quell’aria spessa carica di sale gonfia di odori/lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano/Se tu penserai e giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese/Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”).

De André era un non credente, uno spregiatore di vescovi, cardinali e Papi, ma era profondamente impregnato di cultura cristiana (Benedetto Croce lo ha detto: “Non possiamo non dirci cristiani”). E’ un esistenzialista (amico fragile, per tutti) ma non nella maniera laica dell’esistenzialismo classico e politico dei Sartre, dei Camus, dei Merleau-Ponty, bensì in un modo che possiamo chiamare religioso. Vede Cristo come uomo e non come figlio di un Dio cui non crede, e non è un caso che una buona parte della sua opera sia coeva a Jesus Christ Superstar in cui viene citato il passo a mio avviso più commovente del Vangelo dove Cristo dubita, umanamente dubita: “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?”. E sempre come persone vede Giuseppe e la Madonna ne La buona novella, un’opera di grande portata, Maria è vista come donna, “femmina un giorno, madre per sempre”. E ’il sogno di Maria’, quando lei immagina di essere stata messa incinta dall’Angelo, è un altro straordinario passaggio di poesia e di pietas.

Nella postfazione Erri De Luca scrive che De André non partecipò al Sessantotto ma ammirava da lontano i suoi protagonisti. Niente di più errato. Li disprezzava. Nel Bombarolo canta “intellettuali d’oggi, idioti di domani…profeti molto acrobati della rivoluzione”. Più esplicito di così…

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2018

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