Tra pochi fasci di luce la folla ha già cominciato a cantare, stretta sotto il palco dove ancora non c’è nessuno. Soltanto gli strumenti dei musicisti si intravedono tra i fumi e i riflettori. Dietro le quinte c’è Fabrizio De Andrè, mai abbastanza pronto per salire sul palco. Mentre fuma scambia occhiate ed ultime raccomandazioni con il batterista. Si guarda attorno, socchiude gli occhi, sente il whisky, l’amico di sempre, iniziare a fare effetto.

Quando le luci si accendono lentamente De Andrè è già sul palco, al suo posto. Seduto con la chitarra tenuta saldamente in braccio, un posacenere fumante al suo fianco per non restare mai solo e una piccola lampada puntata sui testi che gli abbaglia il viso. Non dice una parola. Ultimi sguardi d’intesa con i musicisti, e inizia a cantare. Le sue parole non scivolano sulla pelle ma rimangono dentro come i segni di una possibilità.

Foto di Reinhold Kohl (Fondazione Fabrizio De Andrè Onlus)

Poco giorni prima che De Andrè morisse, Paolo Villaggio, il compagno di una vita, andò a trovarlo. Si sedette al suo fianco. De Andrè era a letto e con tono severo gli disse:«So benissimo che cos’ho. Quando parlerai di me in pubblico, devi dire che io non sono un semplice menestrello, ma un grande poeta». Commosso, Villaggio raccontava spesso questo episodio, e non perde mai l’occasione di rinfacciargli la sua vanità. A lui che era nato violino.

Scrive di lui Massimo Fini:«De Andrè era un aristocratico e un anarchico» e «questa sua aristocrazia, che è una aristocrazia dell’animo, chiarisce il suo piegarsi, con pietas, con misericordia, sugli umiliati e offesi, sulle prostitute, insomma sui vinti della vita». Ma questo articolo non sarà mai l’agiografia di un poeta maledetto, né tantomeno una sintesi totale e sistematica della sua discografia e della sua vita. Questo articolo è una preghiera di ringraziamento.

De Andrè era prima di tutto un “fannullone”, un uomo da sempre ricco dominato dalla pigrizia e dai vizi, uno tra tutti quello dell’alcool, di cui si libererà soltanto dopo la morte del padre. Ma soprattutto non era un uomo solo e rassegnato, come le sue canzoni sembrano suggerire.

Faber in un gesto poco poetico

Racconta Paolo Villaggio:

«Prendemmo una macchina prestata da Mauro, il fratello di Fabrizio, era una spider rossa e lui disse: mi raccomando, se ci fate solo un graffio, e noi: ma ti pare, che dici, te la riportiamo perfetta…Fabrizio però non guidava, aveva paura di tutto, infatti non aveva superato l’esame per la patente, insomma guidai io e arrivammo a notte fonda. Andammo in un albergo, si chiamava Grand Hotel Siviglia, una topaia dove andavano le prostitute. All’alba siamo ripartiti, abbiamo sfasciato la macchina slittando su una macchia d’olio, siamo tornati in autostop».

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1962 De Andrè aveva già scritto canzoni come “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” e “La ballata del Michè”, ma il successo arriva soltanto nel 1968, quando Mina canta “La canzone di Marinella”, scritta da Faber, e che gli decretò  un grande successo popolare. Questa canzone si ispira alla vera storia di una prostituta che fu prima ammazzata da un delinquente e poi gettata nel Tanaro, alla quale De Andrè ha voluto «reinventare una vita e addolcire la morte».

“E dove mandi i tuoi pensieri adesso

trovi Nancy a fermarli

molti hanno usato il suo corpo

molti hanno pettinato i suoi capelli”.

De Andrè ha raccontato la storia di molte prostitute nelle sue canzoni. «Tu sei qualcosa di più e neanche questo sai», immagino sentirgli dire a quelle donne che conosceva così bene.

Fondamentalmente perché era egli stesso un puttaniere abituale, come ha sempre raccontato, quando frequentava le “graziose” nei vicoli di Genova. Lui che «scolpiva ai bordi», sulla carta, le loro storie sbagliate e ne faceva inutile poesia. Prinçesa, Nancy, Bocca di rosa: il riflesso umano delle cattive strade, già solcate dal dolore e impolverate dagli sguardi infastiditi della gente. Con le sue canzoni, De Andrè provava a ripulirle senza però mai salvarle la vita.

Nel 1969, da non credente, assiduo bestemmiatore e blasfemo notorio, pubblica “La buona novella”. Nel clima della contestazione studentesca questo capolavoro fu accolto tra le polemiche:

«Le persone meno attente – che poi sono sempre la maggioranza di noi, compagni, amici, coetanei – consideravano quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, […] mentre noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall’autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi”».

La buona novella è invece un disco contro l’oppressione e l’ingiustizia. Contro il potere e l’arroganza. Contro l’oscurantismo di certe consolidate pratiche religiose. Maria che appena tredicenne viene cacciata dal tempio e data all’asta a un vecchio, che la porta e casa e di ritorno dopo quattro anni di lontananza la ritrova incinta.

Giuseppe mette da parte l’orgoglio quando Maria con le lacrime agli occhi le racconta del sogno, e lui piano posa le dita
“all’orlo della sua fronte”, accarezzandola delicatamente con le sue mani di vecchio, mentre lei “si sciolse in pianto” trasferendo la paura dalle labbra agli occhi “nell’attesa d’uno sguardo indulgente”. Maria che conserva nel ventre una nuova umanità, la nuova umanità che distruggerà la morte. Giuseppe tutto questo capisce perché tutto ama.

L’11 novembre del 1971 viene pubblicato “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato all’Antologia di Spoon River di E.L.Masters e scritto insieme a Fernanda Pivano. Proprio a “Nanda”, la più grande esperta di letteratura americana e amica sincera, De Andrè dirà:

«Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo».

Di questo disco fanno parte alcune delle sue canzoni più belle. Qui i personaggi prendono vita e raccontano la loro esistenza in uno sprazzo di irrimediabile nostalgia, per poi tornare a dormire sulla collina: Jones, il suonatore, morto a novant’anni ma che “con la vita avrebbe ancora giocato”, lui “che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro non all’amore né al cielo”.

Il malato di cuore che condusse un’intera esistenza nella rassegnazione della propria fragilità, senza poter giocare da bambino e senza poter bere da uomo, ma che un sorriso riuscì a regalarlo, un pomeriggio d’estate, “fra lo spettacolo dolce dell’erba, fra lunghe carezze finite sul volto”. Il suo cuore lo tradì mentre baciava una donna “col cuore ormai sulle labbra”.

Il 1973 invece è l’anno di “Storie di un impiegato”, scritto nei difficili anni della radicalizzazione politica e del terrorismo. L’album parla della vita del tutto ordinaria di un impiegato, costretto dal suo ruolo sociale a reprimere la sua frustrazione, portando la maschera che conviene indossare in società.

Sullo sfondo della sua esistenza infuria la contestazione.

“Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”

oppure

“Qui chi non terrorizza
si ammala di terrore
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo”

Sono versi che sembrano esser stati scritti oggi, e che hanno assunto una vita autonoma rispetto a De Andrè, diventando patrimonio popolare.

Nel corso della sua vita De Andrè ha scritto capolavori destinati all’eternità, giocando con la musica e la poesia, raccontando della fame e del perdono. Fame e perdono che fu costretto a conoscere  da vicino, quando fu rapito insieme a sua moglie Dori Ghezzi a Tempio Pausania, in Sardegna. Da questo rapimento nacque “Hotel Supramonte”, una dichiarazione d’amore verso l’esistenza, in mezzo alla quale l’uomo si rivela nella sua fragilità e nella sua necessità biologica di continuare a sperare.

“Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano
Cosa importa se sono caduto, se sono lontano
Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole”.

Nel 1984, dopo un lungo lavoro di ricerca condotto insieme a Mauro Pagani, viene pubblicato Crêuza de mä. Scritto interamente in lingua genovese, questo disco è un inno alle origini e alle radici. È la musica del Mediterraneo che ascoltiamo, la musica dei porti e delle coste, dove le civiltà di tutti i tempi si incontrano e si mischiano l’un l’altra.

De Andrè con Mauro Pagani (Foto di Rolando Giambelli)

A proposito di Genova, che considerava come una “madre” Faber dirà:

“Già cinque secoli fa nessuno faceva caso se qualcuno portava il turbante. Genova è nata e cresciuta nel rispetto delle varie religioni. Non c’è mai stato un ghetto. La Chiesa ha avuto poco potere e anche l’Inquisizione. Non è mai esistita una sala della tortura a Palazzo Ducale. Non credo che fosse tanto una vocazione illuministica, quanto la necessità di aprirsi a tutti per interessi commerciali. I carugi son pieni di marocchini? Per Genova non è una novità.”

 

 

 

 

 

 

 

Di questo disco fanno parte alcuni suoi capolavori, uno su tutti “Sidùn”. Ambientata a Sidone, De Andrè racconta la storia di un padre palestinese che piange il corpo di suo figlio, schiacciato dai cingoli di un carro armato israeliano. Sempre dalla parte degli oppressi.

De Andrè ha cantato dei nomadi e della loro cultura incomprensibile ai nostri occhi. Della follia della guerra e dell’ingiustizia delle legge degli uomini. Dei ladri affamati e dei drogati.

Tutti loro “figli di questo mondo”. Mentre la società per bene li guardava con disgusto, De Andrè sapeva che ogni loro lacrima nascondeva una sua logica, che provava a raccontare senza riuscirci mai fino in fondo, perché non c’è lingua pronta ad articolare i segni dell’esistenza. Negli anni in cui i suicidi venivano condannati come immorali, De Andrè scriveva poesie che diventavano preghiera

“Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
Quando a te la sua anima
E al mondo la sua pelle
Dovrà riconsegnare
Quando verrà al tuo cielo
Là dove in pieno giorno
Risplendono le stelle”

Per tutta la vita attraverso la poesia cercherà una musica di redenzione e un sogno antico.

Sembra di vederlo, questo amico fragile, camminare piano tra le contrade della Gallura. Pigro, senza nulla da fare sbuffare fumo al vento, mentre ripete le istruzioni dategli dal fattore. “Mille anni al mondo, mille ancora”, canticchia mentre torna in casa, calpestando l’erba secca, “che bell’inganno sei anima mia”.

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