Di Andrea Zhok

Oggi c’è un articolo di Repubblica che sostiene come il terrapiattismo si stia diffondendo a causa della rete (FB e YouTube).

Confesso che a leggere l’articolo ho avuto un sussulto. Non un sussulto di orrore di fronte alla presunta invasione dei terrapiattisti (che restano una manciata di squinternati, per lo più nella provincia americana) ma un sussulto di disgusto per l’ennesima rappresentazione di un bue che dà del cornuto all’asino.

I lib-dem di Repubblica se la prendono con la rete, che avrebbe portato alla diffusione del pregiudizio e dell’incultura.
E intanto, da anni, loro e tutta l’allegra banda di giornali lib-dem, hanno fatto le ragazze pon-pon di un sistema di mercificazione generalizzata, a partire dalla cultura, spiegandoci le virtù dei mercati (e l’arretratezza intellettuale di chi le contestava.)

Di fatto i principali responsabili degli odierni molteplici ‘terrapiattismi’ sono due:
da un lato vi è la rinuncia nelle moderne democrazie capitalistiche ad un ruolo di forte indirizzo dello stato nella cultura e nell’istruzione;
e dall’altro stanno proprio quelli (come Repubblica) che hanno lavorato fattivamente alla caduta in discredito dell’informazione pubblica e della sua autorevolezza.

Oggi di ‘terrapiattismi’ ce ne sono davvero molti in giro, alcuni anche sostenuti da Repubblica e C. (tipo i 70 anni di pace garantiti dall’UE, per dire).
In genere l’odierno terrapiattismo, nelle sue varie forme, è innanzitutto l’esito della disperata ricerca di verità da parte di moltitudini lasciate dall’ideologia liberale ad arrangiarsi, con l’idea che nuotando liberamente in una marea di fanfaluche prodotte per vendere, magicamente la gente troverà il Vero.

Dopo aver fatto fuori la TV di stato e le sue pretese educative (odiosamente paternaliste), sdoganando negli anni ’80 come autenticamente democratica tutta la spazzatura commerciale disponibile, poi i nostri eroi lib-dem hanno proseguito strangolando l’istruzione pubblica, trasformando gli studenti in clienti, i lavori scientifici in prodotti, l’istruzione in customer-care, – per concludere la loro (e nostra) parabola vendendo editoriali di regime taglia e cuci come fossero caldarroste.

Intanto un pubblico sempre meno formato sul piano dell’istruzione pubblica ha avuto modo di verificare reiteratamente la tendenziosità, il condizionamento politico-economico, la faziosità guerreggiata nei media, sempre più disposti a vendere qualunque gadget al posto delle notizie, o all’occorrenza facendo senz’altro della notizia un gadget.

Oggi, di fronte a qualunque notizia, la prima operazione da fare sarebbe vedere quale testata la riporta, e poi sottrargli tutto ciò che compiace l’editore o il politico di rfierimento di quella testata. Se resta qualcosa, quella è una base per cercare ulteriori conferme. Questa è però operazione faticosa, possibile forse (e non sempre) solo per i professionisti del lavoro intellettuale.
Per tutti quelli che non hanno il tempo, la formazione o la voglia per farlo, la reazione è più semplice e immediata. Il giornale (o telegiornale) viene ignorato, e si cerca di trovare la verità rovistando in quei luoghi che, almeno a prima vista, non stanno cercando di venderti nulla. E questi luoghi sono spesso disponibili in rete, dove passano uno accanto all’altro, con pari autorevolezza, editoriali di Repubblica e resoconti terrapiattisti.

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