Di Andrea Zhok

Ieri nel paese in cui il presidente Trump derubrica a dicerìa i resoconti scientifici sul cambiamento climatico e in cui bastano un paio di testimonianze, a decenni di distanza, per condannare qualcuno per stupro, il candidato Joe Biden rivendicava ad alta voce le parole della Dichiarazione di Indipendenza: “Consideriamo autoevidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal loro creatore di certi diritti inalienabili.”

Insomma Dio che si preoccupa di spartire diritti inalienabili innati (incidentalmente redatti due secoli fa) è un’evidenza pubblica prima, il siconfantismo vale come prova giuridica purché si appelli al Me-Too, ma 25 anni di raccolte dati sul riscaldamento globale sono fiabe.

Qui il problema naturalmente non è se le denunce per stupro corrispondano effettivamente al vero, o se corrisponda al vero effettivamente il cambiamento climatico.

Il punto di fondo è che oggi tra le verità che valgono nel discorso pubblico e i criteri di verità razionalmente sostenibili non c’è nessuna parentela.
Il tasso di lontananza da ogni plausibile criterio di veridicità nella vita pubblica delle liberaldemocrazie illuminate odierne ha davvero poco da invidiare a tutte le proverbiali “epoche oscure”.

Sono cambiati solo gli stili del pregiudizio e le forme della presunzione, ma il discorso pubblico della nostra epoca susciterà per epoche future lo stesso esterrefatto orrore che suscitano oggi in noi i resoconti delle ‘dimostrazioni’ sulla base dell’ordalia o le ‘prove’ di stregoneria.

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