Ha fatto molto discutere l’inserimento della voce “sovranismo psichico” all’interno della più autorevole enciclopedia italiana. Al di là della semplice assurdità di tale definizione, colpisce soprattutto il ritratto che la Treccani ha dipinto del deviato tipico, ovvero colui che non accetta «la realtà del nostro futuro che sarà la globalizzazione dei mercati» o chiunque si senta minacciato dalle «istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea, i mercati o il Fondo Monetario Internazionale».

A questo punto oltre che assurda tale definizione diventa anche inquietante. Con il professor Andrea Zhok avevamo parlato su queste colonne digitali di patologizzazione del dissenso, una forma di delegittimazione dialettica che va in scena in un contesto in cui «vengono avvelenati i pozzi del dibattito pubblico da coloro i quali sono stati posti a guardia degli stessi».

Un atteggiamento culturale che conferma quanto espresso da Michel Foucault nel binomio da lui teorizzato di sapere e potere, secondo il quale l’individuo nella sua dimensione sociale, morale ed esistenziale è essenzialmente frutto dei discorsi che vengono elaborati da un ristretto gruppo di uomini al potere e che poi diventano norme in base alla legge della consuetudine. Chi si pone al di fuori di tali discorsi viene considerato un deviato. Ogni epoca ha i suoi discorsi, ogni epoca ha i suoi deviati.

Michel Foucault

Tuttavia, scendendo dal piano della “cultura ufficiale” delle enciclopedie verso quello in cui militano i principali media europei, tale atteggiamento di squalifica nei confronti di tutto ciò che non è progressista e neoliberalista genera una questione che deve essere analizzata attentamente.

La spocchia degli opinionisti da salotto perbene, dal più preparato professore universitario all’ultimo candidato di +Europa, è infatti all’origine di una pratica di esclusione – non fisica ma culturale – nei confronti di scrittori, giornalisti e professori che pur non riconoscendosi negli stereotipi della destra, ai quali vengono precipitosamente ricondotti, rivestono posizioni lecitamente critiche nei confronti dell’Unione Europea e della globalizzazione.

Un esempio di ridicolizzazione dell’avversario ce lo ha offerto due giorni fa l’importante storico Marco Revelli, il quale in un articolo pubblicato su TPI ha definito “neo-qualunquismo” l’atteggiamento della «sinistra radicale che attacca le sardine». Così, come un Christian Raimo qualunque, lui che è un autorevole studioso ha stilato una lista di accertati qualunquisti attivi in uno «scenario vagamente weimeriano», definiti grossomodo come un’accozzaglia di «militanti provati di sinistre dure e pure […] indignati per essersi visti sfilare di sotto gli occhi quelle piazze che non riuscivano più a sfiorare e che ora una nuova generazione di sbarbatelli si prende».

Marco Revelli

Marco Rizzo, PC, Marx XXI, PCL, un’intera galassia paragonata in senso spregiativo alle figure di Feltri e di Belpietro e squalificata come “rancorosa”, fondamentalmente frustrata per aver perso le piazze. Eppure un atteggiamento di prudenza nei confronti delle sardine è stato assunto anche da Marta Collot, candidata alle regionali dell’Emilia-Romagna per PaP, un movimento nato dal niente che le piazze le riempie in continuazione, in difesa degli immigrati e dei lavoratori.

La Collot ha infatti criticato duramente il movimento, con un’acutezza politica tutt’altro che qualunquista:«Strana concezione quella dei rappresentanti delle sardine, che non vogliono schierarsi politicamente, ma si schierano con il Pd». Cioè, aggiungiamo noi, con il partito  che si è posto come espressione diretta di quella logica dell’austerità e del rigore che ha contribuito a smantellare lo stato sociale, generando così la nascita dei populismi contro i quali “combattono” le sardine.

Sardine espongono un riferimento di vicinanza all’Unione Europea

E sia. Inutile entrare nei dettagli della composita e litigiosa galassia della sinistra post-comunista, della quale Revelli fa parte. Tuttavia nel suo articolo lo storico inserisce anche L’Intellettuale Dissidente, definito – questa volta si in maniera del tutto qualunquistica – come un «sito di destra esplicita». Ma si tratta di un progetto editoriale, quello diretto da Caputo, che si pone al di là delle categorie novecentesche e che da anni si sta ispirando a nuove espressioni politiche di contrasto sociale, che sono quelle di popolo ed élite.

Per capire il ritardo cognitivo della gran parte del ceto intellettuale europeo bisogna ricorrere a George Simmel, il sociologo che ai primi del ‘900 aveva elaborato il binomio essenziale di vita e forme: la prima scorre incessantemente badando solo a sé stessa, le seconde la contestualizzano in categorie interpretative mutabili nel tempo.

Il problema è che una parte consistente del ceto intellettuale italiano considera destra e sinistra delle categorie immutevoli ed eterne, laddove invece dovrebbero essere rielaborate alla luce degli sviluppi storici e sociali del nuovo millennio. Ma non lo fanno: e così L’Intellettuale Dissidente diventa di destra e il Pd resta di sinistra.

Una collocazione politica, quella decisa da Revelli per la rivista di Caputo, dovuta anche al riferimento fatto da quest’ultimo in un editoriale al Trattato del ribelle di Ernst Junger il quale, essendo «antica bandiera della destra radicale volk», scrive Revelli, ricondurrebbe le posizioni assunte da Caputo alla dimensione della destra esplicita.

Un’operazione, questa, che ricorda gli assurdi giorni del secondo dopoguerra durante i quali era proibito leggere Nietzsche perché innalzato a icona culturale dai nazisti. Una totale idiozia. E loro, questo genere di intellettuali, sempre in ritardo, devono aspettare la gogna dei Colli e dei Montinari prima di riconsiderare gli “autori maledetti” per poi «spiegare a pagamento perché avevano sbagliato l’analisi precedente». (Leo Longanesi)

Sia detto: questa forma di sermone dà la nausea. E dispiace che a pronunciarlo sia stato Revelli. Quella di certa stampa è una guerra combattuta troppo spesso solo sul campo dell’ingiuria e mai su quello degli argomenti. È necessario che il dibattito pubblico sia guidato secondo una visione connessa a ciò che accade ma che sia slegata dai vincoli estetici dell’attualità, dalle parole d’ordine del momento e dalle liturgie quotidiane che vengono a confonderci le idee e a mischiare le carte.  Del resto lo scriveva già Friedrich W. Nietzsche in David Strauss:

Questa è una società omogenea, che sembra aver giurato di impadronirsi delle ore di ozio e di digestione dell’uomo moderno, cioè dei suoi “momenti culturali”, e di stordirlo con la carta stampata.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome