Di Andrea Zhok

Ieri si è assistito ad una protesta clamorosa dei produttori di latte ovino sardo. Secondo quanto leggiamo dai giornali, due anni fa il prezzo del latte era di 1,20 euro al litro, l’anno scorso di 85 centesimi, oggi è sceso a 60 centesimi (44 quello di capra).

Il problema dipende a quanto pare in prima istanza dalle oscillazioni del prezzo del pecorino romano (in cui confluisce il 60% della produzione di latte ovocaprino), e in seconda istanza dalle importazioni di latte estero a buon mercato per la lavorazione casearia in Sardegna.

Questo è uno dei classici casi su cui si misurerebbe la differenza tra politiche liberiste (e globaliste) e politiche sovraniste di tipo socialdemocratico (o socialista).

Lasciar fare al mercato significa tre cose:

1) lasciar dispiegare oscillazioni dei prezzi incontrollate e potenzialmente molto rilevanti (qui di oltre il 100% su due anni);

2) avviare una competizione al massimo ribasso tra produttori;

3) ridurre tendenzialmente il numero dei produttori e concentrare la produzione in pochi paesi.

Il primo punto tende a spezzare la schiena ai piccoli produttori, a quelli non coperti da rilevanti riserve di liquidità, e in generale costringe il sistema produttivo a finanziarizzarsi (i ‘derivati’ nascono proprio per coprire situazioni di incertezza circa i futuri prezzi di mercato). Va da sé che sotto queste condizioni ogni produzione che non sia grande produzione industriale, dotata di competenze finanziarie, è destinata a soccombere; in tutti i casi in cui questa dinamica si avvia, la qualità e tipicità della produzione viene sacrificata.

Il secondo punto distrugge la qualità della vita dei lavoratori, ovunque essi siano. Se oggi il latte sardo costa più di quello rumeno, e perciò la sua produzione viene soppiantata, domani il latte rumeno costerà magari più del latte marocchino, e dopodomani quello marocchino più di quello munto, per dire, da schiavi gambiani con mucche cinesi biologicamente modificate. In questo processo solo degli sciocchi (o dei mentitori interessati) possono affermare che l’apertura dei mercati significhi un trasferimento di ricchezza dai più abbienti ai meno abbienti. Il ‘vincitore’ provvisorio al massimo ribasso è già un perdente proprio per avere vinto in quel modo, che lo condannerà domani a ridurre ancora le pretese sotto la minaccia di un competitore ancora più maltrattato.

Il terzo punto incentiva i paesi a specializzarsi nella produzione di pochissimi prodotti, su cui sono comparativamente più competitivi (secondo la teoria dei costi comparati di Ricardo). Ciò crea le condizioni tendenziali per avere paesi fragili, incapaci di contare su introiti passabilmente stabili, e dunque privi di welfare e tutele sociali; questo perché concentrandosi su poche produzioni in cui si è particolarmente efficienti, basta l’oscillazione marcata del prezzo di un prodotto perché l’intera economia possa andare a rotoli (come le crisi cui andava soggetta la Cuba precastrista, dipendente dalla produzione di canna da zucchero).

Tutte e tre queste dinamiche sono caratteristiche del liberismo e della globalizzazione economica.

Il correttivo non è l’abolizione del mercato o degli scambi internazionali, ma semplicemente l’esercizio di supervisione, controllo e mediazione da parte dello Stato, nel nome dell’interesse nazionale, della qualità dei prodotti e delle condizioni del lavoro.

Interventi come sussidi pubblici mirati, accordi per imporre tetti minimi ai prezzi, e/o dazi doganali, sono le forme in cui si può mantenere la capacità del mercato di esplorare le potenzialità produttive e i costi di produzione, senza soccombere agli squilibri degenerativi menzionati. Qui continua ad esserci mercato, e continuano ad esserci scambi internazionali, ma lo Stato nell’interesse pubblico opera da mediatore e moderatore degli squilibri che il mercato inesorabilmente crea.

I soggetti pubblici, i partiti, le istituzioni che nel nome del libero mercato si oppongono di principio a queste soluzioni di moderazione e mediazione sono ordinamenti sociali dannosi, che, per il bene comune, dovrebbero scomparire.

Gli Stati che si sottraggono a quei compiti, che lo facciano volentieri o controvoglia, comunque vengono meno alla loro funzione fondamentale e tradiscono ciò che conferisce loro senso.

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