Vivere e morire. L’esistenza di tutte le cose procede secondo l’origine e la fine. Alternanza di luce e ombra, tanto naturale e biologica quanto difficile da accettare. Il matematico francese Blaise Pascal scrisse ne “I pensieri” che «poiché gli uomini non sono riusciti a guarire dalla morte, dalla miseria e dall’ignoranza, hanno deciso di essere felici non pensandoci». Ma quello della morte è un pensiero che sempre ci accompagna. Per questo vi proponiamo uno dei pensieri più alti mai elaborati sulla morte: quello di Epicuro (342-260 a.C), filosofo greco le cui parole attraversano gli uomini da più di 2000 anni.

«Abítuati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa. Per cui la retta conoscenza che niente è per noi la morte rende gioiosa la mortalità della vita; non aggiungendo infinito tempo, ma togliendo il desiderio dell’immortalità. Niente c’è infatti di temibile nella vita per chi è veramente convinto che niente di temibile c’è nel non vivere piú. Perciò stolto è chi dice di temere la morte non perché quando c’è sia dolorosa ma perché addolora l’attenderla; ciò che, infatti, presente non ci turba, stoltamente ci addolora quando è atteso. Il piú terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo piú. Non è nulla dunque, né per i vivi né per i morti, perché per i vivi non c’è, e i morti non sono piú. Ma i piú, nei confronti della morte, ora la fuggono come il piú grande dei mali, ora come cessazione dei mali della vita la cercano. Il saggio invece né rifiuta la vita né teme la morte; perché né è contrario alla vita, né reputa un male il non vivere. E come dei cibi non cerca certo i piú abbondanti, ma i migliori, cosí del tempo non il piú durevole, ma il piú dolce si gode. Chi esorta il giovane a viver bene e il vecchio a ben morire è stolto, non solo per quel che di dolce c’è nella vita, ma perché uno solo è l’esercizio a ben vivere e ben morire. Peggio ancora chi dice: “bello non esser nato, ma, nato, passare al piú presto le soglie dell’Ade” ».

[Epicuro, Epistola a Meneceo,124-127]

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