Il 26 gennaio in Emilia-Romagna si terranno le elezioni regionali. Una scadenza cruciale per le sorti del governo Pd-5Stelle, sorto dalle ceneri dell’esecutivo gialloverde per arginare, così dicono, la deriva autoritaria della Lega. Un governo che secondo l’accusa dell’opposizione, sebbene costituito in piena coerenza rispetto ai criteri costituzionali, sia tuttavia connaturato da una contraddizione fondamentale: essere privo di favore popolare.

Tornare al governo. Questo è naturalmente l’obiettivo di Matteo Salvini, che dosa ogni parola e gesto in questa direzione. Del resto, tale impegno è stato confermato dalla messa in moto di quel grande ingranaggio mediatico e propagandistico culminato con il comizio di Bologna, al quale è stato contrapposto l’anti-comizio delle “sardine”, il flash mob improvvisato in Piazza Maggiore da 12.000 persone.

Piazza Maggiore riempita dalle sardine

In questi giorni drammatici condizionati da disastri ambientali (Venezia, Matera) e umani (Ilva di Taranto), i riflettori di stampa e talk show non potevano quindi che essere puntati anche sulla sfida tra Stefano Bonaccini (Pd) e Lucia Borgonzoni (Lega), i quali si affrontano come funamboli in bilico su un filo tesissimo: secondo un sondaggio realizzato da Emg Acqua, la distanza elettorale tra i due lontanissimi candidati sarebbe di un punto e mezzo. 45,5% per Bonaccini e 44% per la Borgonzoni. I 5Stelle, che non hanno ancora chiarito la loro posizione, reduci dal flop delle regionali umbre, si attesterebbero attorno al 7%.

Dunque il Pd. Bocciato gli ultimi cinque anni a tutte le scadenze elettorali, falcidiato da numerose scissioni e tornato al governo solo con un gioco di palazzo, in cerca nuove forme di legittimazione popolare si impadronisce del flash mob di Piazza Maggiore. Il quale ha tuttavia dichiarato la forte connotazione apartitica del raduno. Non è detto quindi che 12.000 sardine si trasformino in 12.000 voti per Bonaccini. È utile a questo punto riprendere l’analisi svolta da Claudio Bozza sul Corriere di oggi.

In primo luogo, le prospettive di voto. Confrontando l’andamento dei risultati emiliano-romagnoli tra le Europee del 2014 e quelle del 2019, emerge come il Pd sia passato da 1.212.392 a 703.131 voti; la Lega invece, in direzione inversa, ha compiuto un balzo da 116.394 a 759.948 voti.  In secondo luogo, la distribuzione geografica del voto. Secondo quanto rilevato dal coordinatore dell’Istituto Cattaneo, Marco Valbruzzi, «appena ci si allontana dalle città più grandi, con una visione più “aperta” verso i cambiamenti, il sentimento degli elettori cambia anche notevolmente, assieme al voto espresso».

Distribuzione geografica del voto delle ultime Europee in Emilia Romagna [Fonte: Corriere della Sera]
Queste proiezioni di voto sono il riflesso di un profondo malessere diffuso nella regione che non deriva come in altri casi dalle condizioni economiche o amministrative di quella che sotto questo profilo è una delle regioni più sviluppate d’Italia. Nella quale tuttavia, all’efficienza dei servizi e al benessere economico non corrisponde un senso di sicurezza sociale. Le condizioni di degrado anche estremo – nonostante vengano spesso sminuite – in cui si trovano a vivere cittadini abituati ad alti standard civili, sono innegabili.

Come ha documentato Nello Trocchia per Piazza Pulita, alcune zone della città di Ferrara sono talmente immerse nello spaccio e nella criminalità che i proprietari delle abitazioni sono stati costretti a svalutare i propri appartamenti per migliaia di euro, disposti a venderli a tale sottocosto pur di lasciare in fretta il quartiere. Nella stessa puntata il giornalista di Repubblica Federico Rampini ha dichiarato a proposito di Bologna che «se la sera devo dormire in un albergo vicino alla stazione, ho paura a uscire dopo le 10:00 di sera. Eppure io sono uno che vive a New York, frequento anche il Bronx».

Continuando il suo intervento ha aggiunto che «questa è una sinistra molto diversa rispetto a quella dei tempi di Berlinguer», essendo quella contemporanea «una sinistra che ha abbracciato per tante ragioni la cultura del permissivismo, per cui gli spacciatori di droga sono meritevoli di compassione perché chi sa quanto disagio sociale c’è dietro di loro. Sono meritevoli di compassione a maggior ragione se sono nordafricani». Nonostante la valanga di critiche piovute addosso al giornalista proprio da quella sinistra che aveva criticato, il quadro fatto da Rampini è molto simile alla realtà, se è vero che i cittadini intervistati hanno individuato proprio nel degrado e nella criminalità l’origine di quell’insicurezza che li spinge a votare la Lega. Del resto, i dati sulla criminalità in Emilia Romagna pubblicati dall’Osservatorio regionale
sul fenomeno migratorio rivelano che la metà della popolazione carceraria della regione è composta da extracomunitari. Questo non significa, sia detto per i facili cacciatori di razzisti, che i migranti finiti in prigione abbiano una tendenza a delinquere innata alla loro nazionalità, ma piuttosto che le condizioni materiali e morali in cui le amministrazioni italiane li costringono a vivere una volta arrivati nel nostro Paese sono talmente precarie da costringerli alla criminalità.

Dati sulla popolazione carceraria in Emilia Romagna [Fonte: Osservatorio regionale
sul fenomeno migratorio]
Questi dati possono essere naturalmente discussi. Quel che resta è l’innegabile percezione del pericolo e dell’insicurezza sentita diffusamente dai cittadini della regione, conseguenza della cattiva gestione nazionale e internazionale del fenomeno migratorio, di cui abbiamo già parlato. A tale percezione, quella che viene definita “sinistra” ha sempre risposto con un elitario senso di superiorità morale che ha gettato gli strati popolari, gli “analfabeti funzionali”, tra le braccia di Salvini. Così, mentre il Pd stringeva improbabili alleanze per scongiurare la deriva sovranista, allo stesso tempo – con tanta retorica e poche proposte -, le ha spianato la strada. Sovranismo. Questa è la parola impronunciabile che conquista sempre più spazi politici, come un vizio proibito di cui si dice tanto ma si sa poco.

Così a chiarire le idee ci pensa il professor Paolo Becchi su Libero, il quale scrive che il sovranismo «non ha niente a che vedere con le teorie classiche della sovranità» ma «ne costituisce, anzi, la critica radicale, nel tentativo di pensare una sovranità “debole”, decentrata, plurale». Becchi prosegue precisando che il sovranismo oggi «ripensa la sovranità dopo il fallimento del classico modello centralistico, “leviatanico” » e che per questo «si sposa con le rivendicazioni autonomistiche, a partire da quelle del tutto legittime della Lombardia e del Veneto, che il potere centrale sta cercando in ogni modo di bloccare».

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Fontana, Salvini e Zaia. I maggiori sostenitori dell’autonomia differenziata

Queste poche parole dipingono con minuzia di particolari il nuovo volto della Lega, che sebbene pretenda di presentare sé stessa come partito di rappresentanza nazionale porta avanti un programma politico che va in direzione del tutto opposta. Al centralismo dello Stato, l’unica organizzazione politica che può colmare le diseguaglianze regionali e i gap socio-economici tra le diverse parti d’Italia, viene contrapposta l’autonomia differenziata, peraltro già avviata in Emilia-Romagna, promuovendo una politica penalizzante specialmente nei confronti del sud Italia.

In questo contesto contesto, il Pd guidato da Zingaretti, che non si differenzia in niente dalle precedenti segreterie, si limita a presentarsi come forza anti-sovranista, che però è del tutto priva di coerenza programmatica e di credibilità politica. Dimenticando o fingendo di dimenticare che quello democratico è stato un partito di governo fino al 4 marzo 2018, e che se ha perso per strada milioni di voti non è stato per colpa delle “fake news” e degli “analfabeti funzionali”, ma delle scellerate politiche neoliberiste messe in atto durante gli anni gloriosi della Leopolda.

Il Pd dovrebbe dunque riformulare alcune delle proprie convinzioni fondamentali, allontanando l’idea fallimentare secondo cui i temi come quello della sicurezza siano argomenti della destra. La quale, infatti, le sta sfilando milioni di voti. Sarà che gli strati popolari si sono fatti accecare immotivatamente dall’odio? La strada dell’autocritica sembra essere incomprensibilmente tortuosa. E nel frattempo il Paese passa nella mani di chi vuole non solo mantenere ma anche approfondire le differenze regionali e l’esclusione sociale. Aiutati, in questo, dagli altezzosi tribuni della democrazia.

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