Firenze, giugno 1911. Il poeta Ardengo Soffici è seduto al Caffè delle Giubbe Rosse in compagnia dello scultore Medardo Rosso, suo amico. Si trova a Firenze dopo aver vissuto nella Parigi d’inizio secolo, florida d’arte e di poesia avanguardista. Là conosce Picasso e s’immerge nell’incendiario ambiente culturale che faceva della capitale francese la genitrice di altissime forme d’espressione artistica.

Elogiato da personalità illustri come il pittore Giorgio Morandi e il critico letterario Pier Vincenzo Menengaldo, nel 1911 si reca a Milano per assistere con atteggiamento critico alla mostra d’arte futurista organizzata da Marinetti e da Boccioni. Ne deriva una stroncatura totale. «Mai fu accostata sotto la luna paccottaglia più oscena e più sozza», scrive sulla rivista La Voce.

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I futuristi. Da sinistra: Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini

Torniamo al Caffè delle Giubbe Rosse. Soffici è comodamente seduto e parla d’arte con il suo amico scultore, quando all’improvviso si palesano davanti a loro i futuristi: Marinetti, Boccioni e Carrà sono scesi da Milano con il premeditato intento di vendicarsi di Soffici e realizzano orgogliosamente il loro scopo, prendendo a scazzottate i due artisti seduti al Caffè, per poi – soddisfatti – prendere il treno e ritornare a Milano, la “città che sale“. Soltanto che alla stazione, poco prima che il treno partisse, Soffici torna dai futuristi con fare minaccioso, accompagnato da Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini dando origine ad una contro-rissa spettacolare.

« Fu una vera spedizione punitiva, che mi fu raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati a Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici, Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull’indicazione ottenuta si avvicina Soffici e senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano far querela d’aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno, pressappoco a quell’ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce, malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono in fretta anch’essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po’ ammaccati, ma soddisfatti. »

(Gino Severini, Vita di un pittore)

Elogio delle cattive maniere. Ma sia detto per inciso: in questo articolo non verranno prese in minima considerazione le accozzaglie televisive tra Sgarbi e Cecchi Paone o tra Scanzi e la Santanché, che tanto piacciono ai fanatici dello share. Qui non si parlerà del ditino progressista di Christian Raimo o del ditone antifascista di Michela Murgia. Non tratteremo dei beneducati intellettuali che si scambiano tra loro premi e medaglie. Oggi vi porteremo nel mondo dinamitardo delle risse tra poeti e scrittori, nell’universo di quei geni spocchiosi e arroganti che se ne infischiavano delle buone maniere da salotto letterario e che senza ritegno se le davano di santa ragione, con pugni e parole, così da gloriarsi della propria poesia. Scegliete quelle che volete e buon divertimento.

Leo Longanesi contro chi lo voleva a Piazzale Loreto

Leo Longanesi, un genio strapaesano. «Bipede affamato di ogni romanticismo e quindi capace di tutto», scrive di lui Buttafuoco. «Un cetriolino sott’odio», dice di sé, ricordandosi sempre della sua bassa statura. Nato nella Romagna esplosiva che diede i natali a coetanei speciali del calibro di Benito Mussolini, Nicola Bombacci e Pietro Nenni, Longanesi è stato un anti-intellettuale di rara fattura. Anarchico, fascista della prima ora, creatore delle più soverchianti riviste italiane – da Omnibus a Il Borghese -, egli era “contro”. A partire dallo stesso giornalismo, i cui articoli definiva «in primo luogo una scocciatura, e in secondo una bugia».

Contro tutto e tutti, si diceva, tanto da non fidarsi neanche dei caratteri standard utilizzati dai tipografi di tutto il mondo. «Lui i caratteri se li disegnava da solo», disse il suo grande amico e collaboratore Indro Montanelli. Come direttore di Omnibus, stanco della retorica nazionalistica e celebrativa imposta ai giornali dal regime, Longanesi approfittò del centenario della morte di Giacomo Leopardi per sciamannare a suo modo il conformismo retorico mussoliniano.

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Leo Longanesi

Pubblicò con queste maliziose intenzioni un articolo, che poi si scoprì esser stato scritto nientemeno dal pittore Alberto Savinio, nel quale venivano riformulate le cause della morte del poeta nazionale. Il quale, sostiene determinato Savinio, essendo esageratamente goloso di « gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati », certamente finì per morire a causa di una «colite che i napoletani chiamano “a cacarella” ». Va da sé che Omnibus venne chiusa all’istante.

Odiato tanto dai fascisti quanto dagli antifascisti, era convinto che solo «sotto una dittatura» avrebbe potuto «credere nella democrazia». Così, quando il fascismo venne sepolto dalla guerra, furono molti i neo-antifascisti che non persero occasione di dimostrare la loro fedeltà al nuovo regime inveendo contro tutti gli altri. Soprattutto contro Longanesi. Lo racconta Indro Montanelli:

« Doveva essere il maggio o giugno del ’45. Longanesi venne a Milano per fondare la casa editrice Longanesi. Andai a prenderlo alla stazione e mentre ci andavo mi fermai a comprare un giornale – non dirò quale – in cui c’era un trafiletto [anonimo, ndr] che annunziava l’arrivo di Longanesi a Milano concludendo con queste parole:”Purtroppo arriva in ritardo per Piazzale Loreto. […] Io speravo che Longanesi non l’avesse visto e invece Longanesi scendendo dal treno aveva già il giornale in mano e disse:”Hai visto cos’hanno scritto? E io so chi è stato. Questo mascalzone, questo porco che io ho portato da Balbo e che ha vissuto sulle sue spalle e adesso viene a dire che io…”. Vabbè, si sfogo come al solito. Due giorni dopo eravamo a Monte Napoleone a prendere un vermut insieme in un caffè molto conosciuto, pieno di partigiani […] infiocchettati di rosso, col mitra ecc. Eravamo lì al banco. Entra l’autore di quel trafiletto. Vede Longanesi ed evidentemente, sperando che non l’avesse letto o non l’avesse riconosciuto, gli tende la mano. Longanesi lo fissa con uno sguardo di pietra e come un missile saltò su una sedia – e, ripeto, c’era un pubblico tutto partigianesco fazzoletti rossi e mitra – e additando questo tipo alla gente urla:”È un antifascista, prendetelo!” ».

Curzio Malaparte contro il Generale Guillaume

Un maledetto toscano. Al secolo Kurt Erich Suckert, egli adottò il nome artistico di Malaparte dopo aver scoperto, su un opuscolo pubblicato nel 1869, che questo fosse il vero nome della famiglia di Napoleone. Bonaparte lo rifiutò, e Kurt Erich Suckert se lo prese. Irrimediabilmente immodesto, Malaparte ha scritto alcuni capolavori della letteratura italiana come Kaputt, Tecnica del colpo di Stato e La pelle.

Tutti romanzi messi all’indice, essendo stato Malaparte – tutt’ora imperdonabilmente sconosciuto e dimenticato in Patria – non solo un maledetto toscano ma anche un maledetto fascista. O almeno fino a quando il fascismo prese la strada della reazione e del totalitarismo e abbandonò il fuoco rivoluzionario delle origini allorché, all’allontanamento volontario di Malaparte, seguì anche la condanna al confino a Lipari.

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Curzio Malaparte

La rottura definitiva col fascismo si concretizzò poi nel 1943, quando lo scrittore si schierò con gli Alleati contro le forze tedesche e la RSI. Si fece presto amare dagli ufficiali americani e francesi, al fianco dei quali combatteva, senza tuttavia risparmiarsi critiche ciniche e feroci nei loro riguardi, così come nei confronti degli italiani che acclamavano lo sbarco degli americani per «avere l’onore di essere calpestati dai nuovi padroni».

Americani e francesi che, come si diceva, si affezionarono velocemente a “the charmant Malaparte”, non senza averlo prima apostrofato come “the dirty italian”. Dirty, sudicio. Come tutti gli italiani. È nel romanzo autobiografico La pelle che viene raccontato quanto segue: la spettacolare rivincita morale di Malaparte contro il Generale Guilleme, il quale lo accusava impunemente di aver edulcorato gli eventi realmente vissuti che lo scrittore raccontò in Kaputt.

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Curzio Malaparte

Roma, 1943. In un campo militare appena fuori città, Malaparte siede a tavola con gli ufficiali americani e francesi. Stanno consumando il loro pranzo chiacchierando piacevolmente in inglese e francese. Poco lontano da loro ci sono i goumiers, i soldati marocchini arruolati nell’esercito francese. Non c’è niente da fare, pensavo gli ufficiali: questi africani sono irrimediabilmente inferiori. Si avvicinano incoscientemente alle mine e saltano in aria con estrema facilità.

Ed è proprio quello che succede durante il confortevole pranzo. Un goumier salta in aria a pochi metri da loro. È a questo punto che il Generale Guilleme infierisce «con cortese ironia» contro il nostro Malaparte, dubitando dell’autenticità del suo romanzo:« Non vorrei essere scortese», dice il Generale, «ma penso che in Kaputt lei si prenda gioco dei suoi lettori». Alcuni ospiti insorgono in difesa di Malaparte. Nasce un parapiglia in cui volano accuse in tutte le lingue. Soltanto le charmant italien resta in silenzio. E sorride. Poi si rivolge al Generale con queste parole

«Vi prego di scusarmi se son costretto a rivelarvi che poco fa, a questa stessa tavola, mi è capitata la più straordinaria avventura della mia vita. Non ve ne siete accorti perché sono un ospite ben educato. Ma dal momento che mettete in dubbio la verità di quel che io narro nei miei libri, permettete che vi racconti quel che m’è capitato poco fa, qui, davanti a voi».

Con fare epicureo Malaparte descrive con minuzia di particolare le origini locali della carne che stanno mangiando e del vino che stanno bevendo. Racconta la storia mitologica delle montagne di Fondi e degli alti gioghi di Ciociaria da cui provengono tutte quelle prelibatezze. Tutti gli ospiti ascoltano affascinati le parole di Malaparte, e con il loro adorabile francese concordano:«C’était en effet un sacré jambon!» e ancora «Ce kouskous, en effet, est excellent!». Ed è durante il racconto sul kouskous servito a tavola che il Generale smette di accarezzarsi la pancia e inizia a sentire una sensazione di puro disgusto. Continua Malaparte

«Ah, se avessi chiuso gli occhi, mangiando questo kouskous! Poiché dianzi, nel caldo e vivo sapore della carne di montone, m’avvenne a un tratto d’avvertire un gusto dolciastro, e sotto i miei denti una carne più fredda, più molle. Guardai nel piatto, e inorridii. Tra la semola vidi spuntare prima un dito, poi due dita, poi cinque, e finalmente una mano dalle unghie pallide. Una mano d’uomo. […] Era una mano d’uomo. Certamente la mano del disgraziato goummier, che lo scoppio della mina aveva recisa di netto, e scagliata dentro la grande marmitta di rame, dove cuoceva il nostro kouskous. Che potevo fare? Sono stato educato nel Collegio Cicognini, che è il migliore collegio d’Italia, e fin da ragazzo mi hanno insegnato che non bisogna mia, per nessuna ragione, turbare una gioia comune, un ballo, una festa, un pranzo. Mi son fatto forza per non impallidire, per non gridare, e mi son messo tranquillamente a mangiare la mano. La carne era un po’ dura, non aveva avuto il tempo di cuocere. […] Sono un ospite bene educato e non è colpa mia se, mentre rosicchiavo in silenzio la mano di quel povero goumier, sorridendo come se nulla fosse per non turbare una così piacevole colazione, voi avete commesso l’imprudenza di prendermi in giro. Non bisogna mai burlarsi di un ospite, mentre sta divorando la mano di un uomo. […] Se non mi credete guardate qui, nel mio piatto. Vedete tutti questi ossicini? Sono le falangi. E queste, allineate sull’orlo del piatto, sono le cinque unghie. Vogliate scusarmi se, non ostante la mia buona educazione, non sono stato capace di mandar giù le unghie».

Il Generale Guilleme e gli altri commensali trattennero a stento il loro disgusto, tenendo una mano sulla bocca e l’altra sullo stomaco. E così, tra «Taisez-vous!» e «Pour l’amour de Dieu», tra giramenti di testa e nausea profonda, americani e francesi impararono a non dubitare di quello che le charmant Malaparte racconta nei suoi libri.

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