Il 31 marzo si terranno in Ucraina le elezioni presidenziali. Le seconde, dopo il colpo di Stato consumato a Kiev a cavallo tra 2013 e 2014. Definito «Rivoluzione della Dignità», il golpe organizzato dall’èlite filo-occidentale fu realizzato con il contributo determinante di organizzazioni paramilitari neonaziste. Queste sono state prima sguinzagliate per rovesciare il governo legittimo di Janukovyč, in seguito sono state impiegate nella guerra scoppiata lo stesso anno nelle regioni orientali del Paese e infine sono state pienamente integrate negli ambienti governativi e statali dell’Ucraina.

Il golpe riuscì al prezzo di molto sangue. Tuttavia è evidente che coloro che lo manovrarono abbiano sbagliato alcuni calcoli cruciali costati caro agli equilibri mondiali: mai ci si sarebbe aspettati che, in reazione al golpe, la Crimea avrebbe indetto un referendum per ritornare sotto la giurisdizione di Mosca; mai ci si sarebbe aspettati che gli oblast’ più produttivi del Paese, quelli orientali, sarebbero stati trasformati nelle due Repubbliche autonome di Donec’k e di Lugansk. Tre territori cruciali sotto il profilo strategico, geopolitico ed industriale, per una popolazione totale di 5.802.113 di persone, una cifra che comprenderà anche i migranti, sia interni che esterni, le 10.000 vittime accertate e i milioni di profughi provocati dalla guerra del Donbass.

Una guerra scoppiata mentre i nuovi governi golpisti intensificavano il processo di integrazione europea, realizzando le pesanti riforme finanziarie e istituzionali richieste dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale come condizione di prestiti miliardari. Richieste che si sono tradotte nei tagli alle spese sociali e nelle privatizzazioni dei beni dello Stato. Guerra, tagli, liberalizzazioni e privatizzazioni: un mix letale per l’Ucraina, un Paese la cui capitale quest’inverno si è ritrovata senza riscaldamento a temperature sotto lo zero. Un Paese che sta vivendo un collasso industriale senza precedenti.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno italiano, «l’economia ucraina è diminuita del 6,6% nel 2014 e del 14,3% nel 2015», mentre il Piano di privatizzazione delle aziende pubbliche 2017-2020  prevede che su un numero totale di 3444 aziende, solo 378 resteranno di proprietà dello Stato, mentre le altre saranno destinate alla privatizzazione o alla chiusura. Inoltre, diverse centinaia tra le industrie più importanti si trovano in Crimea o nel Donbass, territori ormai fuori dalla giurisdizione di Kiev.

Sono dunque questi i temi dominanti della campagna elettorale in corso: irreversibilità del processo di integrazione europea, lotta alla corruzione e soprattutto ingresso nella Nato, per il quale il 7 febbraio è stato compiuto un passo decisivo. Il parlamento di Kiev ha infatti sancito in Costituzione «il corso irreversibile dell’Ucraina verso l’integrazione euro-atlantica» e l’impegno del governo e in modo particolare del presidente di «ottenere la piena appartenenza dell’Ucraina alla Nato e alla UE». Una mossa, di cui è facile prevedere le conseguenze militari, che porterebbe gli eserciti della Nato a 300 km da Mosca.

Una donna mostra la foto della sua casa distrutta, Donbass Foto: Giorgio Bianchi

A presentarsi come garanti del cambiamento e della lotta alla corruzione ci sono gli oligarchi, gli stessi che in questi anni hanno condannato l’Ucraina ad uno stato di corruzione e di depredazione perpetua con le loro guerre di potere combattute a colpi di kalashnikov, di rapimenti e di uccisioni di dissidenti e giornalisti. Gli stessi che hanno portato la guerra civile nel Paese. Sono Julija Tymošenko e Petro Porošenko, due dei nuovi miliardari dell’era post-sovietica, oligarchi arricchitisi smisuratamente da un giorno all’altro portando alle estreme conseguenze la formula «il fine giustifica i mezzi», laddove i mezzi sono la guerra e la repressione mentre il fine è il mero accumulo di ricchezza e di potere.

Gli ucraini lo sanno, e i sondaggi rivelano che il candidato favorito è un personaggio del tutto nuovo ed estraneo alle vicende politiche: Volodymyr Zelenski, un comico di Dnipropetrovsk, lanciato e reso celebre da 1+1, la televisione di Igor Kolomoisky. Quest’ultimo è l’oligarca dalla cittadinanza ucraino-israelo-cipriota cofondatore di PrivatBank – la banca più importante dell’Ucraina – e finanziatore dei più violenti battaglioni neonazisti impiegati nel Donbass, già accusati dall’ONU  di «crimini contro l’umanità» come torture, rapimenti, rastrellamenti, stupri e depredazioni.

Nonostante Zelenski abbia sempre negato di essere un «burattino» di Kolomoisky, è difficile immaginare che la sua scalata politica sia davvero indipendente ed estranea ai giochi di potere tra oligarchi. Non è realisticamente possibile che in un Paese in cui la repressione di dissidenti e giornalisti è considerato una normalità e in cui gli oligarchi si fanno guerra a vicenda, un comico del tutto estraneo a questo sporco mondo, diventato famoso grazie ad una serie TV, decide di prendere lezioni di ucraino e di intromettersi messianicamente nella campagna elettorale. In un Paese martoriato e dall’omicidio facile. Un Paese conteso tra due superpotenze e decisivo per gli equilibri mondiali.

Anche Julija Tymošenko, la «pasionaria» della Rivoluzione arancione, come Zelenski, ha imparato a parlare in ucraino solo a 30 anni. Nata a Dnipropetrovsk, è cresciuta in uno dei tanti oblast’ russofoni dell’Ucraina. Durante gli anni della perestrojka ha cominciato a fare affari, aprendo dei video saloni e dopo la caduta dell’Urss si è inserita nell’industria delle risorse energetiche, fondando con suo marito la Korporacija Ukrainskij Benzin (KUB), trasformata poi nella UESU, che negli anni ’90 sarà il più grande gestore di gas naturale dell’Ucraina. Questo fu possibile grazie alla relazione clientelare intrattenuta con il Ministro dell’Energia e poi premier Pavel Lazarenko. Il sistema era elementare: Julija Tymošenko finanziava con milioni di dollari Lazarenko, il quale abusava del suo ruolo politico per garantire alla UESU una posizione monopolistica nell’industria del gas, eliminando – anche fisicamente – la concorrenza. (Gaetano Colonna,Ucraina. Un’identità contesa, Edilibri, Milano, 2014)

Dopo lo scontro col presidente Kučma e la fine della sua carriera politica, nel 1999 Lazarenko fu arrestato con l’accusa di riciclaggio, corruzione e frode, mentre era in fuga all’aeroporto di New York. La Tymošenko entrò quindi in politica per tutelare i suoi affari e non per «amor del popolo». Di origini ebraiche e russofona, la «pasionaria» costruirà la sua immagine politica sul più estremo nazionalismo russofobo, celebrerà Stepan Bandera – il nazionalista ucraino che collaborò con la Wermacht nazista nell’Operazione Barbarossa – come eroe nazionale, e infine si mostrerà al popolo con la famosissima treccia bionda, l’acconciatura tradizionale delle contadine ucraine. Sulle ceneri di Gromada fondò Bat’kivščina (Patria) il partito con cui incendierà la Rivoluzione arancione con metodi spregiudicati.

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Julija Tymoshenko sul palco di Maidan nezaleznosti, su una sedia a rotelle dopo la liberazione

A proposito di quei giorni, raccontati dai media occidentali come momenti di indimenticabili «lotte per la libertà», David Žvania, deputato del Parlamento ucraino e membro del comitato elettorale di Viktor Juščenko, ha dichiarato in un’intervista del 2005 che durante le proteste a Maidan Nezaležnosti alcuni membri del comitato misero in campo «una squadra destinata appositamente a seguire i movimenti della Tymošenko» per «bloccare i suoi tentativi di esporre i manifestanti a scontri diretti». La squadra «teneva d’occhio la Tymošenko, per impedire a lei e ai provocatori che aveva assoldato di raggiungere la prima fila e di aggredire la milizia». (Ulderico Rinaldini, Julija Tymošenko e la conquista dell’Ucraina, Sandro Teti Editore, Roma, 2013) Con l’Euromaidan, nel 2014, Julija ottenne finalmente il sangue che voleva veder scorrere dieci anni prima.

Questa, desolante, è la prospettiva elettorale in Ucraina. Un Paese di cui troppo si ignorano le derive estremiste che hanno instaurato un clima di perenne violenza etnica e sociale. Nella storia post-sovietica di questa «terra di frontiera», i momenti di maggior stabilità sono stati ottenuti grazie a politiche di compromessi che i vari presidenti riuscivano a strappare negoziando su due tavoli: quello americano e quello russo. Ma da cinque anni la presidenza Porošenko ha deciso di interrompere ogni rapporto politico con la Russia, spalleggiato dagli Stati Uniti naturalmente, che sanno perfettamente che mettere le mani sull’Ucraina significa colpire la Russia dove fa più male.

E il ruolo della Unione Europea in questo intricato tramestio sembra incomprensibile: come può una comunità nata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, basata sui valori di solidarietà e di democrazia, includere al suo interno un Paese in totale disgregazione economica, territoriale e sociale, un Paese in cui fino a poche settimane fa vigeva incredibilmente la legge marziale? Ѐ evidente che le palesi differenze politiche che ci sono tra Europa Occidentale ed Europa Centro-Orientale, distanze in termini di democrazia di cui tanto ci sentiamo spaventati, non abbiano insegnato nulla. O più semplicemente l’ossessione per la liberalizzazione dei mercati soffoca ogni incandescenza sociale. Così queste elezioni, che saranno le più disilluse della storia dell’Ucraina post-sovietica, non saranno altro che l’ennesimo scontro tra oligarchi.

Foto: Giorgio Bianchi

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