Di Andrea Zhok

Ieri i lavoratori britannici si sono trovati di fronte ad un’alternativa Lose-Lose (una di quelle che in Italia sono la consuetudine).

O credere all’ambizioso programma di Jeremy Corbyn, con incremento dello Stato sociale e nazionalizzazioni, ma con la prospettiva di rimanere nell’UE (e dunque con la prospettiva di lasciare tutte quelle ambizioni sulla carta, visti i vincoli europei).

O scegliere l’uscita dall’UE, al prezzo di una continuità delle politiche antipopolari e classiste dei tories.

Hanno scelto chiaramente la seconda opzione.
Il ‘red wall’ in Galles e Northumberland è crollato rumorosamente e finirà per portare con sé lo stesso Corbyn, cui inevitabilmente verrà ascritta la sconfitta.

Si tratta di un situazione pessima per chi vive del proprio lavoro nel Regno Unito, che, come oramai tradizione consolidata in Europa, è una maggioranza popolare priva di un’autentica rappresentanza.

Ma forse c’è una lezione positiva che se ne può trarre.

Per il Labour si apre almeno uno scenario futuro in cui, dopo la Brexit, vi saranno le condizioni per una ripresa di senso di autentiche ‘politiche del lavoro’, senza alibi e ricatti. Nessun ‘paradiso’, naturalmente, ma condizioni di autonomia progettuale e di ripresa di potere contrattuale.

Invece, fino a quando i ‘partiti del lavoro’ europei avranno come proprio orizzonte progettuale l’adesione a vincoli UE, nati precisamente per comprimere il potere contrattuale del lavoro, il loro destino sarà segnato, ed ogni apparente ‘ripresa’ sarà solo una breve illusione.

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