Fonte:Getty

“Usciremo dalla Siria molto presto. Lasceremo che le altre persone si occupino di questo ora. Abbiamo quasi il 100% del califfato, come lo chiamano. Ci stiamo riprendendo tutto”. Con queste parole Trump ha annunciato il ritiro delle truppe americane dalla Siria durante un suo discorso a Richfield, Ohio. Il presidente americano ha aggiunto che ” Washington spende trilioni per ricostruire Paesi stranieri mentre lascia crollare le nostre infrastrutture in un Paese completamente disastrato”.

Queste parole sono molto importanti perché giungono in un momento cruciale della situazione siriana. Infatti mentre Trump teneva il suo discorso, la portavoce del Cremlino Maria Zakharova stava denunciando il consolidamento della presenza militare statunitense in Siria, intorno agli insediamenti  USA di al-Tanf. Altro che ritiro delle truppe. Troppi elementi inducono a pensare che l’unico depositario delle parole di Trump sarà il vento, e che gli Stati Uniti sono ben lontani dal lasciare la Siria.

Per primo, c’è la questione del lascito. Chi erediterà i beni e i debiti degli USA in Medio Oriente? A chi toccherà occupare i territori che gli Stati Uniti sgombreranno? Alle Forze Democratiche Siriane, odiate dalla popolazione che le considera dei tagliagole? A qualche potenza straniera come la Francia, la cui presenza non verrà tollerata né dai turchi -che rigettano le loro proposte di scendere a patti con i curdi- né dai siriani? Sicuramente i territori occupati dagli USA e le 20 basi militari correlate non torneranno alla Siria, ed è assolutamente impossibile che dopo sette anni di guerra gli Stati Uniti, senza aver raggiunto neanche uno dei loro scopi, alzino i tacchi e lascino la camera a soqquadro.

Secondo. L’annuncio di Trump appare sconvolgente anche perché in questi giorni Damasco stava col fiato sospeso ad aspettare da un momento all’altro un attacco missilistico direttamente sulla capitale siriana. Lo stato di massima allarme era dovuto alla cattiva reazione degli Stati Uniti e dell’intero Occidente -fomentata dai pennivendoli tutti del circolo mediatico- alla riconquista pressoché totale della Ghouta orientale, il sobborgo di Damasco in mano ribelle che le forze russo-siriane hanno riconquistato quasi completamente ormai. Per incitare un intervento militare occidentale e scongiurare la riconquista della regione era stata anche giocata la carta delle presunte armi chimiche scagliate da Assad , e l’ambasciatrice permanente USA presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, aveva annunciato l’imminente attacco su Damasco, che per fortuna non è stato scatenato.

Terzo. Trump ha ripetuto molte volte il ritornello del ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Lo ha fatto soprattutto in campagna elettorale, in cui diceva agli americani che per “rifare grande l’America” era necessario riconvertire le spese militari in spese civili. Lo ha detto anche ieri. Trump -eletto un mese dopo la riconquista di Aleppo che ha stravolto le sorti della guerra-  ha sempre detto che l’obiettivo degli USA in Siria doveva essere la sconfitta dell’ISIS e non più il rovesciamento di Assad, ormai divenuto quasi impossibile. Eppure nell’aprile del 2017 Trump ha dato l’ordine di bombardare la base militare siriana di Shayrat, dopo l’attacco chimico scatenato nella provincia di Idlib di cui fu accusato Assad, ovviamente senza alcuna prova.

Questo bombardamento era il risultato del nodo alla gola messo a Trump dal suo establishment , in cui si stava svolgendo una feroce guerra interna combattuta da chi credeva che la priorità in Siria dovesse essere la sconfitta dell’ISIS e chi credeva che bisognasse continuare ad armare i terroristi per rovesciare Assad. Primeggiò la seconda fazione e i frutti di questo trionfo non fu solo il bombardamento -di per sé di scarsissimo significato militare ma di grande valenza politica- ma l’allontanamento da Trump di tutti i consiglieri che mantenevano delle posizioni di dialogo con la Russia e con l’Iran, come Michael Flynn, e la loro sostituzione con i falchi. L’accerchiamento di Trump dei più fanatici dei generali è continuato fino a pochi giorni fa, in piena crisi Ghouta: la scelta di Mike Pompeo, ex direttore CIA, al posto di Rex Tillerson, più aperto al dialogo con Putin, era uno delle sirene di allarme più assordanti, soprattutto perché presa in un tesissimo momento di crisi militare.

Ultimo elemento. L’annuncio viene fatto in piena guerra diplomatica contro la Russia per via del caso Skripal, un caso preoccupante perché montato ad arte, e in piena guerra commerciale contro la Cina, alla quale Trump ha imposto dazi per 60 miliardi di dollari. Forse che le truppe di stanza in Medio Oriente siano più utili al confine con la Russia e con la Cina? Speriamo vivamente di no.

Tutte queste sono ipotesi. Solo puro calcolo degli elementi. Nell’epoca dell’informazione, dovremmo poter condurre analisi con rigore scientifico  e invece siamo costretti a destreggiarci tra le bugie, i simboli, qualche documento pubblicato per caso, o qualche chiacchiera al vento. La caricatura della democrazia che stiamo vivendo ha questo di frustrante, che permette di farci incenerire, e nello stesso tempo ci regala il dono dell’illusione di poter capire.

 

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